{"id":7118,"date":"2023-05-19T14:48:38","date_gmt":"2023-05-19T12:48:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/alta-sicurezza-e-41-bis-2\/"},"modified":"2023-05-30T09:32:58","modified_gmt":"2023-05-30T07:32:58","slug":"donne-e-bambini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/donne-e-bambini\/","title":{"rendered":"Donne e bambini"},"content":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text]<!-- Simple Share Buttons Adder (8.5.4) simplesharebuttons.com --><div class=\"ssba-classic-2 ssba ssbp-wrap aligncenter ssbp--theme-1\"><div style=\"text-align:N\"><span class=\"ssba-share-text\">Share this...<\/span><br\/><a data-site=\"facebook\" class=\"ssba_facebook_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/www.facebook.com\/sharer.php?t=Donne e bambini&u=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7118\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/facebook.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"facebook\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on facebook\" \/><div title=\"Facebook\" class=\"ssbp-text\">Facebook<\/div><\/a><a data-site=\"whatsapp\" class=\"ssba_whatsapp_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/web.whatsapp.com\/send?text=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7118\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/whatsapp.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"whatsapp\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on whatsapp\" \/><div title=\"Whatsapp\" class=\"ssbp-text\">Whatsapp<\/div><\/a><a data-site=\"twitter\" class=\"ssba_twitter_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/twitter.com\/intent\/tweet?text=Donne e bambini&url=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7118&via=\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/twitter.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"twitter\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on twitter\" \/><div title=\"Twitter\" class=\"ssbp-text\">Twitter<\/div><\/a><a data-site=\"linkedin\" class=\"ssba_linkedin_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/shareArticle?title=Donne e bambini&url=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/7118\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/linkedin.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"linkedin\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on linkedin\" \/><div title=\"Linkedin\" class=\"ssbp-text\">Linkedin<\/div><\/a><\/div><\/div>\u00a0    [\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;]<h4 class=\"grve-element grve-align-left grve-title-no-line grve-h4 titolo\" style=\"\"><span>Donne e bambini<\/span><\/h4>[vc_empty_space height=&#8221;5px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Erano 2.480 alla fine del mese di aprile le donne detenute nelle carceri italiane, pari al 4,4% della popolazione carceraria complessiva. Una percentuale sostanzialmente stabile nel tempo, che non raggiunge i cinque punti dagli inizi degli anni \u201890 del secolo scorso. [\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<div class=\"flourish-embed flourish-chart\" data-src=\"visualisation\/13655710\"><script src=\"https:\/\/public.flourish.studio\/resources\/embed.js\"><\/script><\/div>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]Il tasso di detenzione femminile \u00e8 di poco superiore a 4, vale a dire che poco pi\u00f9 di 4 donne ogni 100.000 donne libere si trovano in carcere. Il tasso di detenzione maschile \u00e8 circa 25 volte superiore.<\/p>\n<p><strong>I bassi numeri della detenzione femminile<\/strong> &#8211; che ci interrogano su un fenomeno articolato e complesso, per il quale nella storia del pensiero non si \u00e8 avuta ancora una risposta soddisfacente &#8211; <strong>non rappresentano un\u2019anomalia italiana<\/strong>. A livello mondiale, la media delle donne detenute nei vari paesi \u00e8 pari al 6,9% della popolazione carceraria globale, una percentuale leggermente pi\u00f9 elevata di quella italiana ma che indica comunque una netta minoranza.<\/p>\n<p>Se andiamo tuttavia a guardare la percentuale delle denunce che in Italia raggiungono donne, vediamo che essa si attesta sul 18,3% del totale delle denunce. <strong>Le donne denunciate sono dunque meno di un quinto delle denunce totali, ma lo scarto tra denunce e presenze in carcere \u00e8 notevole.<\/strong> Possiamo ipotizzare che tale scarto sia il frutto di vari fattori: lo scarso spessore criminale delle donne che fa s\u00ec che una quota di denunce non veda un seguito penale, le condanne tendenzialmente pi\u00f9 brevi ricevute dalle donne, le norme specifiche sulle alternative al carcere per le detenute madri, il maggior tasso di fiducia di cui le donne godono presso la magistratura di sorveglianza che determina anch\u2019esso un accesso maggiore all\u2019area penale esterna.<\/p>\n<p>Un dato che si lega a tali considerazioni \u00e8 il seguente: se consideriamo l\u2019area complessiva del controllo penale, vale a dire l\u2019area della detenzione unita a quella del controllo penale esterno, vediamo come all\u2019inizio dell\u2019anno le donne in area penale esterna fossero oltre sei volte di pi\u00f9 rispetto a quelle in carcere, mentre gli uomini sottoposti a controllo penale fuori dal carcere fossero solo il doppio degli uomini detenuti.[\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<div class=\"flourish-embed flourish-chart\" data-src=\"visualisation\/13655922\"><script src=\"https:\/\/public.flourish.studio\/resources\/embed.js\"><\/script><\/div>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]Le donne detenute sono ospitate in parte nelle quattro carceri femminili presenti in Italia, che si trovano a Roma &#8211; dove il carcere femminile di Rebibbia, con le sue 337 detenute per 275 posti letto ufficiali, si impone come il pi\u00f9 grande d\u2019Europa &#8211; a Venezia, a Pozzuoli e a Trani. In realt\u00e0 in queste strutture vivono attualmente solo 612 donne, meno di un quarto della popolazione detenuta femminile totale. Gli Istituti a custodia attenuata per madri di Lauro, Milano e Torino ospitano 15 donne complessivamente. Le restanti 1.853, pari ai <strong>tre quarti del totale, vivono nelle 45 sezioni femminili attive in questo momento all\u2019interno di carceri a prevalenza maschile.<\/strong> Le grandezze delle sezioni sono variabili. Un paio, a Torino e a Milano Bollate, ospitano pi\u00f9 di cento detenute. Qualcun\u2019altra &#8211; a Bologna, a Genova Pontedecimo, a Milano San Vittore, a Vigevano, a Lecce, a Palermo Pagliarelli &#8211; supera le 70 unit\u00e0. In molte presentano numeri inferiori, fino ad arrivare alle 19 donne di Sassari su un totale di 435 detenuti, alle 13 donne di Reggio Emilia su un totale di 354 detenuti, alle 12 donne de L\u2019Aquila su un totale di 168 detenuti, fino alle 4 donne di Mantova o alle 3 di Barcellona Pozzo di Gotto. Numeri che rendono difficile convogliare verso la parte femminile dell\u2019istituto energie e risorse &#8211; economiche, di personale, di volontariato &#8211; per organizzare attivit\u00e0 capaci di riempire di senso il tempo della detenzione. <strong>Capita dunque che queste donne vivano in uno stato di sostanziale abbandono, non vedendosi destinata l\u2019attenzione specifica che necessiterebbero.<\/strong><\/p>\n<p>La risposta tuttavia non pu\u00f2 essere quella di chiudere queste sezioni, rischiando di allontanare le donne detenute dai propri riferimenti sociali sul territorio. A ben vedere, due frasi di nuova introduzione all\u2019art. 14 dell\u2019Ordinamento Penitenziario sembrano contraddirsi l\u2019uno con l\u2019altro: la riforma dell\u2019ottobre 2018 ha infatti esplicitato quale diritto il principio di territorialit\u00e0 della pena, per cui i detenuti \u201channo diritto di essere assegnati a un istituto quanto pi\u00f9 vicino possibile alla stabile dimora della famiglia o, se individuabile, al proprio centro di riferimento sociale\u201d; ma ha anche previsto che le sezioni che ospitano donne ne prevedano un \u201cnumero tale da non compromettere le attivit\u00e0 trattamentali\u201d.<\/p>\n<p>Non ci pare che le due disposizioni siano tuttavia fino in fondo compatibili. Moltiplicare le sezioni femminili in giro per l\u2019Italia consente una maggior vicinanza delle donne detenute alle loro famiglie, ma rischia tuttavia di diminuire le presenze in ciascuna sezione. <strong>Ben pi\u00f9 facile ed incisivo sarebbe il prevedere che le donne potessero prendere parte a quelle stesse attivit\u00e0 diurne che vengono organizzate per gli uomini<\/strong>, anche in ottemperanza a uno dei principi fondamentali tanto delle Mandela Rules delle Nazioni Unite quanto delle European Prison Rules del Consiglio d\u2019Europa che vuole la vita in carcere il pi\u00f9 possibile somigliante alla vita esterna. Pi\u00f9 di una volta, durante le nostre visite a carceri che ospitavano donne, ci siamo sentiti dire dalla direzione che i piccoli numeri delle sezioni femminili non permettevano l\u2019organizzazione di classi scolastiche o di corsi di formazione professionale. Si fatica tuttavia a comprendere per quale motivo donne e uomini non possano in carcere frequentare la stessa classe di studio, e tale tab\u00f9 sia cos\u00ec radicato da preferirgli la violazione di un diritto tanto fondamentale quanto quello all\u2019istruzione.<\/p>\n<p>Se consideriamo le capienze ufficiali degli istituti femminili, possiamo vedere come il loro tasso di affollamento, pari al 118,4%, sia superiore a quello dell\u2019intero sistema penitenziario italiano, pari ufficialmente al 110,6%. Per quanto riguarda invece le sezioni femminili in carceri a prevalenza maschile, non avendo dati ufficiali sulla loro capienza scorporata da quella del resto dell\u2019istituto ci basiamo sulle nostre rilevazioni dirette effettuate nel corso del 2022. Queste ci dicono che anche qui il tasso di affollamento risulta maggiore per le donne che per gli uomini. Le prime, nonostante lo scarso peso numerico che hanno sul sistema penitenziario e di conseguenza la loro scarsa responsabilit\u00e0 del sovraffollamento carcerario, lo subiscono pi\u00f9 di quanto accada per gli uomini, quando al contrario non soffrano una condizione di isolamento.<\/p>\n<p><strong>Uno sguardo alle detenute straniere ci mostra come esse siano nettamente calate negli ultimi quindici anni<\/strong>. Se oggi costituiscono il 30,2% del totale delle donne detenute, nel 2013 coprivano circa dieci punti percentuali in pi\u00f9. Le nazionalit\u00e0 pi\u00f9 rappresentate sono la rumena e la nigeriana. La prima, che nel 2013 contava 287 presenze, si \u00e8 stabilizzata negli ultimi anni sotto le 200 unit\u00e0, segno del percorso di integrazione generale compiuto dalla comunit\u00e0 rumena in Italia.<\/p>\n<p><strong>Le donne in carcere sono destinatarie di condanne a pene tendenzialmente inferiori rispetto a quelle degli uomini<\/strong>. Segno evidente del minore peso criminale della componente femminile, caratterizzata &#8211; ancor pi\u00f9 di quella maschile, come emerge dalla conoscenza diretta degli istituti da parte dell\u2019Osservatorio di Antigone &#8211; da una precedente condizione di esclusione sociale che il periodo di detenzione tende ad approfondire.[\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<div class=\"flourish-embed flourish-chart\" data-src=\"visualisation\/13656121\"><script src=\"https:\/\/public.flourish.studio\/resources\/embed.js\"><\/script><\/div>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]Le donne detenute infatti &#8211; anche a causa del maggiore stigma che la carcerazione per loro comporta &#8211; interrompono i legami con il partner o con le famiglie di origine ben pi\u00f9 frequentemente di quanto non accada per gli uomini.<\/p>\n<p>Dalla nostra diretta rilevazione nel corso del 2022, emerge come <strong>il disagio psichico sia maggiore tra le donne detenute piuttosto che tra gli uomini<\/strong>. Le donne con diagnosi psichiatriche gravi rappresentavano, negli istituti visitati, il 12,4% delle presenti, contro il 9,2% della rilevazione complessiva; le donne che facevano regolarmente uso di psicofarmaci rappresentavano invece il 63,8% delle presenti, contro il 41,6% complessivo. Gli atti di autolesionismo sono stati 30,8 ogni 100 presenze tra le donne, contro i 15 degli istituti esclusivamente maschili.<\/p>\n<p>Il distacco dai figli e il conseguente senso di colpa costituisce sicuramente un motivo di destabilizzazione. Sono circa 4.000 i figli di donne detenute nelle carceri italiane. Di questi, <strong>22 alla fine di aprile vivevano in carcere con la propria madre. Il numero dei bambini in carcere \u00e8 andato sempre oscillando negli ultimi decenni.<\/strong>[\/vc_column_text][vc_column_text]<\/p>\n<div class=\"flourish-embed flourish-chart\" data-src=\"visualisation\/13656328\"><script src=\"https:\/\/public.flourish.studio\/resources\/embed.js\"><\/script><\/div>\n<p>[\/vc_column_text][vc_column_text]Guardando a tali oscillazioni, si nota tuttavia come esse non risentano minimamente delle due date significative rispetto al percorso normativo che ha riguardato le leggi a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori, ovvero il 2001, anno dell\u2019entrata in vigore della cosiddetta Legge Finocchiaro, e il 2011, anno della cosiddetta Legge Buemi. Una evidente indicazione del fatto che non sono gli aggiustamenti normativi, i quali ovviamente devono lasciare margine di discrezionalit\u00e0 alla magistratura, a poter risolvere il problema. Il calo pi\u00f9 rilevante nelle presenze dei bambini in carcere si \u00e8 infatti avuto a seguito di un evento che di normativo non ha nulla, ovvero la pandemia. Percepito il pericolo di far vivere dei bambini in un luogo chiuso al momento dell\u2019emergenza sanitaria, la magistratura di sorveglianza ha provveduto a utilizzare gli strumenti di legge esistenti per assegnare le detenute madri a percorsi esterni al carcere, cosa che si sarebbe potuta dunque effettuare anche prima dell\u2019avvento del Covid-19.<\/p>\n<p><strong>\u00c8 invece fondamentale che per via normativa si proceda allo stanziamento di fondi per la realizzazione di case famiglia protette<\/strong>, previste dalla legge del 2011 al fine di offrire un domicilio ritenuto adeguato a quelle detenute madri che non accedono ad alternative al carcere a causa della sua mancanza. L\u2019assenza di copertura finanziaria per le case famiglia protette ha fatto s\u00ec che a oggi ne esistano solo due, a Milano e a Roma, per un totale di circa quindici donne ospitabili con i propri figli.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text]\u00a0[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_empty_space height=&#8221;5px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Erano 2.480 alla fine del mese di aprile le donne detenute nelle carceri italiane, pari al 4,4% della popolazione carceraria complessiva. Una percentuale sostanzialmente stabile nel tempo, che non raggiunge i cinque punti dagli inizi degli anni \u201890 del secolo scorso. 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