{"id":4300,"date":"2021-03-02T17:21:21","date_gmt":"2021-03-02T16:21:21","guid":{"rendered":"http:\/\/antigone.filarete.it\/?p=4300"},"modified":"2021-05-04T22:06:54","modified_gmt":"2021-05-04T20:06:54","slug":"la-manica-stretta-ipotesi-di-regolazione-della-somministrazione-di-psicofarmaci-in-carcere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/la-manica-stretta-ipotesi-di-regolazione-della-somministrazione-di-psicofarmaci-in-carcere\/","title":{"rendered":"La \u201cmanica stretta\u201d; ipotesi di regolazione della somministrazione di psicofarmaci in carcere"},"content":{"rendered":"<section class=\"wpb-content-wrapper\"><p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;]<h4 class=\"grve-element grve-align-left grve-title-no-line grve-h4 autore\" style=\"\"><span>Chiara Princivalli e Alvise Sbraccia<\/span><\/h4>[vc_column_text]<!-- Simple Share Buttons Adder (7.4.18) simplesharebuttons.com --><div id=\"ssba-classic-2\" class=\"ssba ssbp-wrap left ssbp--theme-1\"><div style=\"text-align:left\"><span class=\"ssba-share-text\">Share this...<\/span><br\/><a data-site=\"email\" class=\"ssba_email_share\" href=\"mailto:?subject=La%20\u201cmanica%20stretta\u201d;%20ipotesi%20di%20regolazione%20della%20somministrazione%20di%20psicofarmaci%20in%20carcere&body=%20https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4300\"><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/email.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"Email\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Email this to someone\" \/><div title=\"email\" class=\"ssbp-text\">email<\/div><\/a><a data-site=\"\" class=\"ssba_facebook_share\" href=\"http:\/\/www.facebook.com\/sharer.php?u=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4300\"  target=\"_blank\" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/facebook.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"Facebook\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on Facebook\" \/><div title=\"Facebook\" class=\"ssbp-text\">Facebook<\/div><\/a><a data-site=\"\" class=\"ssba_twitter_share\" href=\"http:\/\/twitter.com\/share?url=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4300&text=La%20%E2%80%9Cmanica%20stretta%E2%80%9D%3B%20ipotesi%20di%20regolazione%20della%20somministrazione%20di%20psicofarmaci%20in%20carcere%20\"  target=&quot;_blank&quot; ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/twitter.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"Twitter\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Tweet about this on Twitter\" \/><div title=\"Twitter\" class=\"ssbp-text\">Twitter<\/div><\/a><\/div><\/div>     <div class=\"scaricapdf\">\n\t\t\t<a href=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/diciassettesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/27.-ANTIGONE_XVIIrapporto_Psicofarmaci.pdf\" target=\"_blank\"><i class=\"fa fa-arrow-circle-down\" aria-hidden=\"true\"><\/i>  <\/a>\n    <\/div>\n    [\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;]<h4 class=\"grve-element grve-align-left grve-title-no-line grve-h4 titolo\" style=\"\"><span>La \u201cmanica stretta\u201d: ipotesi di regolamentazione della somministrazione di psicofarmaci in carcere<\/span><\/h4><h4 class=\"grve-element grve-align-left grve-title-no-line grve-h4 sottotitolo\" style=\"\"><span><\/span><\/h4>[vc_empty_space height=&#8221;50px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Introduzione<\/strong><\/p>\n<p>Il penitenziario \u00e8 un vero e proprio contesto culturale a s\u00e9, caratterizzato da un insieme di idee e pratiche che vengono messe in atto quotidianamente dagli attori sociali coinvolti. In questo contributo verr\u00e0 presa in considerazione una pratica che incide in modo particolare nella quotidianit\u00e0 detentiva, oltre che sulla salute delle persone detenute, ovvero la distribuzione di psicofarmaci.<br \/>\nDopo aver fornito alcuni spunti sui significati e le pratiche connesse ai farmaci psicoattivi in carcere, si analizzer\u00e0 la situazione specifica dell\u2019Emilia-Romagna dove in tutti gli istituti, in virt\u00f9 di un indirizzo di <em>policy<\/em> condiviso dalle Ausl di riferimento, da anni viene messo in atto un piano di riduzione delle somministrazioni.<br \/>\nSi tenter\u00e0 di far emergere quali siano gli aspetti critici di questa strategia, che interagisce con una dimensione di ambivalenza consolidata. Infatti, l\u2019assunzione di benzodiazepine e affini risponde a istanze di contenimento dell\u2019ansia e gestione dell\u2019insonnia assai diffuse socialmente e inconfutabilmente acuite dallo stato di detenzione. Al di l\u00e0 della circostanza per la quale si contano nell\u2019ordine dei milioni le confezioni di ansiolitici e benzodiazepine annualmente consumate in Italia <span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_4300_1('footnote_plugin_reference_4300_1_1');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_4300_1('footnote_plugin_reference_4300_1_1');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_4300_1_1\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">1)<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_4300_1_1\" class=\"footnote_tooltip\"><span class=\"footnote_url_wrap\">https:\/\/www.aifa.gov.it\/-\/trend-consumo-psicofarmaci-in-italia-2015-2017<\/span><\/span><\/span><script type=\"text\/javascript\"> jQuery('#footnote_plugin_tooltip_4300_1_1').tooltip({ tip: '#footnote_plugin_tooltip_text_4300_1_1', tipClass: 'footnote_tooltip', effect: 'fade', predelay: 0, fadeInSpeed: 200, delay: 400, fadeOutSpeed: 200, position: 'top right', relative: true, offset: [10, 10], });<\/script>, si pone un tema specifico di legittimit\u00e0 clinica che afferisce al campo delle conseguenze psicologiche dei processi di prigionizzazione (G. Sykes, 1958). Sul versante clinico-terapeutico le ambivalenze si registrano con riferimento agli effetti di stabilizzazione delle tossicomanie e di vera e propria <em>costituzione<\/em> carceraria di dipendenze da farmaci. Un medico da noi intervistato in proposito qualche anno fa (A. Sbraccia, 2018) riferiva di una stringente \u201cresponsabilit\u00e0 epidemiologica\u201d rispetto alla popolazione di riferimento, ovvero della problematica \u201crestituzione alla societ\u00e0, a fine pena, di centinaia di soggetti in difficolt\u00e0 nella gestione di forme di dipendenza problematiche\u201d, in parte rilevante indotte dalla permanenza in carcere.<br \/>\nSu un terreno pi\u00f9 direttamente sociologico, l\u2019uso massiccio di ansiolitici pu\u00f2 essere riferito all\u2019obiettivo di \u201caccorciare le giornate dormendo il pi\u00f9 possibile\u201d. Tale espressione, derivata da alcune interviste a detenuti, rimanda a una tecnica di fuga da una temporalit\u00e0 monotona e stressante, tematica assai ricorrente nelle descrizioni del vissuto carcerario. Una tecnica clinicamente indifendibile, ma sicuramente riconoscibile e riconosciuta nelle cornici cognitive della cultura del penitenziario, intesa come terreno condiviso da detenuti e operatori (A. Sbraccia, F. Vianello, 2016).<br \/>\nAltrettanto riconosciuti sono i livelli di interferenza gestionale sulle prassi di somministrazione degli psicofarmaci, con particolare riferimento all\u2019istanza poliziale (di sicurezza) di contenimento chimico della conflittualit\u00e0 interna. Anche in questo campo le ambivalenze non mancano: da un lato, \u00e8 infatti del tutto evidente che il governo di una sezione \u201csedata\u201d possa risultare pi\u00f9 agevole; dall\u2019altro \u00e8 ricorrente la casistica di conflitti e atti di autolesionismo che si verificano (anche) a seguito di assunzioni improprie di questi medicinali (magari accumulati o ingeriti con alcolici autoprodotti in cella e altre sostanze psicoattive). In questo senso sarebbe grave errore dimenticare che una parte significativa della popolazione detenuta manifesta un bisogno di alterazione, talvolta radicato in vissuti di tossicodipendenza conclamata. Non da ultime vanno quindi considerate le tensioni che possono essere alimentate da una strategia di riduzione complessiva della somministrazione.<br \/>\nData la complessit\u00e0 del fenomeno indagato e lo spazio a disposizione, il presente lavoro non ha pretese di esaustivit\u00e0, offre piuttosto una anticipazione sintetica di informazioni raccolte nelle visite dell\u2019Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione e attraverso interviste mirate a operatori che si occupano di sanit\u00e0 penitenziaria negli istituti emiliano-romagnoli <span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_4300_1('footnote_plugin_reference_4300_1_2');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_4300_1('footnote_plugin_reference_4300_1_2');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_4300_1_2\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">2)<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_4300_1_2\" class=\"footnote_tooltip\">Sono stati intervistati quattro medici, tre dei quali lavorano in istituti penitenziari emiliani, uno in un istituto della Romagna. A causa delle restrizioni imposte dall\u2019emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19, i colloqui sono stati effettuati a distanza, secondo modalit\u00e0 che andassero incontro alle esigenze dei singoli interlocutori. Un colloquio con due operatrici sanitarie dello stesso istituto \u00e8 stato svolto via Skype, un medico \u00e8 stato intervistato telefonicamente, e il quarto operatore ha risposto alle domande via mail. Tutte le interviste sono state svolte nel mese di gennaio 2021.<\/span><\/span><script type=\"text\/javascript\"> jQuery('#footnote_plugin_tooltip_4300_1_2').tooltip({ tip: '#footnote_plugin_tooltip_text_4300_1_2', tipClass: 'footnote_tooltip', effect: 'fade', predelay: 0, fadeInSpeed: 200, delay: 400, fadeOutSpeed: 200, position: 'top right', relative: true, offset: [10, 10], });<\/script>, messe a confronto con alcuni spunti interpretativi offerti dalla letteratura sui <em>prison studies<\/em>.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]Allo stesso tempo il corpo diventa spesso l\u2019unico strumento a disposizione delle persone detenute per rivendicare la propria volont\u00e0, manifestare il proprio malessere e il proprio dissenso, attraverso traduzioni somatiche del disagio.[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Corpi al centro<\/strong><\/p>\n<p>Le tecnologie del potere messe in atto dal dispositivo carcerario, insieme alle idee e alle pratiche tipiche della cultura penitenziaria, hanno la facolt\u00e0 di agire sull\u2019individuo trasformando i suoi modi di esistere, di percepire s\u00e9 stesso e di interagire con la realt\u00e0. L\u2019esistenza della persona detenuta viene ricodificata attraverso processi negoziativi tra le istanze istituzionali, declinate in forme di controllo totalizzanti che indeboliscono fino a negare l\u2019autodeterminazione individuale, e quelle portate avanti dalla persona reclusa, che continua a produrre significati, se non altro esercitando pratiche oppositive e di resistenza (T. Ugelvik, 2014).<br \/>\nNei contesti carcerari, il corpo riveste un ruolo cruciale nella definizione del rapporto tra individuo e istituzione (D. Gonin, 1994): la costrizione in spazi ristretti, l\u2019onnipresenza della sorveglianza, l\u2019impossibilit\u00e0 di muoversi autonomamente, le condizioni insalubri delle strutture, la qualit\u00e0 del cibo, l\u2019espropriazione della sessualit\u00e0, solo per fare degli esempi, sono tutti elementi che concorrono alla rimodulazione del proprio <em>essere-nel-mondo<\/em>, attraverso l\u2019incorporazione delle logiche penitenziarie.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo il corpo diventa spesso l\u2019unico strumento a disposizione delle persone detenute per rivendicare la propria volont\u00e0, manifestare il proprio malessere e il proprio dissenso, attraverso traduzioni somatiche del disagio (I. Quaranta, 2006) che assumono configurazioni multiformi: malattie, autolesionismo, scioperi della fame, abuso o rifiuto di terapie farmacologiche.<br \/>\nIl corpo, la salute, la malattia, sono notoriamente terreni di scontro e scenari di negoziazione, nei quali lo sbilanciamento delle forze, per quanto riguarda il contesto carcerario, risulta evidente anche quando dalla parte istituzionale (sia amministrativa che sanitaria) ci sia predisposizione all\u2019ascolto e al confronto aperto (D. Ronco, 2018).<br \/>\nIl disequilibrio che si riscontra nei rapporti di potere all\u2019interno dell\u2019istituzione appare ancora pi\u00f9 lampante quando si osserva la composizione della popolazione penitenziaria: in prevalenza negli istituti italiani sono presenti persone che provengono da contesti di forte marginalit\u00e0 e sono dunque pi\u00f9 vulnerabili da un punto di vista bio-psico-sociale (L. Decembrotto, 2020). La detenzione costituisce l\u2019esito dei processi selettivi che caratterizzano il funzionamento dell\u2019apparato giuridico e penale, e che contribuiscono a produrre e riprodurre un ordine sociale fondato sull\u2019ingiustizia e sulla disuguaglianza. Il carcere accentua gli stati di malessere e degrada ulteriormente lo status di chi vi transita, infliggendo sui corpi l\u2019ennesima manifestazione di una violenza di tipo strutturale (cfr R. Matthews, 2009; D. Fassin, 2018).[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]Medicalizzare un malessere che non ha radici nel sistema nervoso dell\u2019individuo, ma in una precisa configurazione e gestione del sistema, significa ridurre al piano biologico complesse dinamiche di oppressione che oltrepassano le mura del penitenziario.[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Malessere importato, malessere indotto<\/strong><\/p>\n<p>In carcere confluiscono persone fragili dal punto di vista della salute mentale. Si riscontra un\u2019alta percentuale di persone affette da disturbi psichici, spesso associati a tossicodipendenza, che negli ultimi decenni ha visto un aumento di quadri diagnostici caratterizzati da politossicit\u00e0 (cfr M. Wheatley, 2008).<br \/>\nL\u2019ipotesi che in seguito alla chiusura prima dei manicomi e poi degli Opg il carcere li abbia in qualche modo sostituiti, diventando contenitore di \u201cdetenuti psichiatrici\u201d non \u00e8 da considerarsi errata, tuttavia risulta parziale, perch\u00e9 deresponsabilizza l\u2019istituzione, tralasciando l\u2019impatto dell\u2019esperienza detentiva nella salute mentale, e non solo, delle persone recluse (M. Miravalle, 2015). Se si parla di sofferenza in carcere, non si pu\u00f2 trascurare il ruolo di primo piano rappresentato dall\u2019istituzione sia su un livello pratico, gestionale, materiale, sia su un piano pi\u00f9 astratto, ideologico e politico, che riguarda i presupposti della sua nascita e della sua strutturazione. Per questo motivo la forte incidenza di disturbi mentali, di malessere psicologico, e di consumo di sostanze in carcere, non \u00e8 unicamente riconducibile alla larga diffusione di individui portatori di disturbi gi\u00e0 insorti o diagnosticati prima della carcerazione.<br \/>\nTra coloro che all\u2019interno degli istituti penitenziari fanno uso di medicinali psicoattivi non si annoverano solamente persone con comprovate patologie mentali, che per la loro gestione richiedono somministrazioni farmacologiche, o dipendenze da sostanze, alle quali prescrivere terapie a scalare o di mantenimento per curare la malattia o gestire i sintomi dell\u2019astinenza. Sicuramente stati di malessere emersi precedentemente, all\u2019interno del carcere possono peggiorare, tuttavia l\u2019insorgere di disturbi pi\u00f9 o meno gravi e la loro gestione attraverso i farmaci riguarda anche soggetti che in libert\u00e0 non avevano problemi di questo genere, e li hanno sviluppati nel corso della detenzione (cfr G. Mosconi, 1995; J. Sim, 2002).<br \/>\nMedicalizzare un malessere che non ha radici nel sistema nervoso dell\u2019individuo, ma in una precisa configurazione e gestione del sistema, significa ridurre al piano biologico complesse dinamiche di oppressione che oltrepassano le mura del penitenziario, ma al loro interno si manifestano con maggiore violenza (L. Sterchele, 2020). Nell\u2019evidenza delle carenze strutturali e \u201ctrattamentali\u201d che connotano molti istituti penitenziari italiani, \u00e8 lecito chiedersi quali alternative valide esistano per contenere una sofferenza cos\u00ec estesa e radicata nelle vite degli individui privati della libert\u00e0. De-medicalizzare il disagio individuale e sociale in carcere, riducendo o eliminando le somministrazioni psicofarmacologiche e sperimentando, nei limiti intrinseci agli istituti, diverse forme di supporto, pu\u00f2 sembrare un\u2019ulteriore pratica afflittiva (cfr A. Saponaro, 2018), nella misura in cui le condizioni di vita (dentro e fuori dal carcere) che hanno favorito lo sviluppo di stati di sofferenza rimangono immutate. La promozione della salute e di stili di vita sani riescono ad arginare solo in parte la tendenza a cercare sollievo nell\u2019assunzione di sostanze stupefacenti lecite o illecite, quando l\u2019ambiente circostante \u00e8 degradante e gli strumenti di riscatto sono ridotti ai minimi termini.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Somministrazione differenziata<\/strong><\/p>\n<p>In Italia i dati sugli psicofarmaci in carcere rilevano percentuali di consumo molto elevate, si tratta della categoria di medicinali pi\u00f9 utilizzata (Ronco, 2018). Tuttavia, il contesto italiano \u00e8 sempre stato caratterizzato dalla presenza a macchia di leopardo di operatori sanitari in posizioni di controtendenza. Lo scenario evidenzia quindi la concomitanza di medici piuttosto restii a prescrivere terapie psicofarmacologiche, che rimangono in una posizione di rigidit\u00e0 deontologica secondo la quale accontentare le numerose e frequenti richieste di sostanze psicoattive sarebbe anti-professionale, e medici che, comprendendo quanto la quotidianit\u00e0 in carcere possa essere intollerabile e considerando la mancanza di figure professionali con le quali intraprendere percorsi psicoterapeutici, sono pi\u00f9 inclini ad assecondare le richieste dei pazienti. Tale distinzione \u00e8 diffusamente tradotta nel gergo penitenziario nell\u2019opposizione metaforica tra medici \u201cdi manica stretta\u201d e \u201cdi manica larga\u201d: queste definizioni di sintesi veicolano informazioni precise sulle strategie di somministrazione, che contribuiscono a delineare le aspettative dei detenuti interessati e ad orientare i rapporti che intrattengono col personale sanitario negli istituti. Non vi sono dubbi, ad esempio, sul fatto che \u201cradio carcere\u201d abbia gi\u00e0 diffuso la notizia di un orientamento tendenzialmente restrittivo per quanto attiene ai penitenziari emiliano-romagnoli. Anche in merito al trattamento delle tossicodipendenze si nota lo stesso tipo di divergenza negli atteggiamenti e nelle pratiche di cura adottate (cfr A. Bertolazzi, M.L. Zanier, 2018; A. Sbraccia, 2018), ad esempio per alcuni il carcere \u00e8 il luogo perfetto per prescrivere una terapia metadonica a scalare, altri puntano al mantenimento di un certo dosaggio per tutto il periodo di detenzione, consci del fatto che in un ambiente privo di stimoli e carente nell\u2019offerta di supporto individuale, il processo di disintossicazione forzata non sarebbe proficuo e parrebbe rientrare in un\u2019ottica punitiva, pi\u00f9 che essere una pratica di cura rivolta al benessere del paziente.<br \/>\nLe divergenze tra le pratiche di cura spesso si riflettono nella pi\u00f9 o meno marcata conflittualit\u00e0 con l\u2019amministrazione penitenziaria (cfr D. Ronco, 2018; L. Sterchele, 2020). Essa solitamente non scoraggia l\u2019utilizzo del cosiddetto \u201cmanganello farmacologico\u201d, che appare come strumento efficace al mantenimento dell\u2019ordine nelle sezioni, sebbene talvolta costituisca di per s\u00e9 un motivo del verificarsi di eventi critici.<br \/>\nNonostante questo, il flusso di farmaci non si costituisce secondo un processo unidirezionale, ma \u00e8 il prodotto di continue negoziazioni tra gli attori sociali coinvolti: medici penitenziari, persone detenute e operatori dell\u2019amministrazione penitenziaria, che nella gestione della sanit\u00e0 continuano a svolgere un ruolo non di poco conto, rivestendo la posizione di intermediari (interessati) tra le istanze portate avanti dai detenuti e quelle del comparto sanitario.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<em><strong>Una specificit\u00e0 emiliano-romagnola?<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Nell\u2019ultimo decennio in Emilia-Romagna la posizione \u201ca manica stretta\u201d, dapprima piuttosto marginale e controcorrente, ha assunto un peso sempre maggiore, diventando un indirizzo di <em>policy<\/em> tendenzialmente condiviso tra gli operatori sanitari che si occupano dei pazienti detenuti. Negli anni successivi alla riforma della sanit\u00e0 penitenziaria del 2008 (S. Gainotti, C. Petrini, 2018), le Ausl emiliano romagnole hanno infatti pianificato un programma di riduzione delle somministrazioni di psicofarmaci nelle carceri.<br \/>\nDai dati raccolti emerge come in Emilia-Romagna l\u2019orientamento che guida la gestione degli psicofarmaci sia condiviso praticamente dalla totalit\u00e0 dei professionisti. Questa compattezza del comparto sanitario risulta funzionale ad un\u2019erogazione omogenea del servizio in tutta la regione, garantendo pratiche di cura continuative e coerenti nel caso di trasferimenti da un istituto ad un altro, facilitate dall&#8217;impiego della cartella clinica informatizzata in tutti e dieci i penitenziari regionali. Secondo il parere dei medici intervistati esiste un\u2019omogeneit\u00e0 di fondo che nella pratica quotidiana si configura come un processo in continuo divenire, dato l\u2019alto <em>turnover<\/em> del personale che deve man mano venire \u201caddestrato\u201d alle logiche del penitenziario e agli indirizzi clinico-terapeutici che con queste logiche devono convivere:<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Ci vuole una gran pazienza, e la pazienza ci vuole anche nell\u2019addestrare noi stessi, per formare un gruppo coeso, in cui abbiano tutti gli stessi interessi e mantengano tutti la stessa posizione, questo \u00e8 fondamentale. Perch\u00e9 se solo uno di noi cede una volta, si lascia andare, perch\u00e9 \u00e8 stanco, perch\u00e9 non ha voglia di discutere, o perch\u00e9 \u00e8 notte e ha sonno, e cede alle richieste immotivate, tutto quello che abbiamo fatto viene annullato. [\u2026] Chi cede lo fa per stanchezza, non si tratta di un voler andare contro corrente. Noi come staff ci riuniamo regolarmente, e parliamo sempre di tutti i problemi che abbiamo. Tutte le volte che abbiamo un paziente che non accetta lo scalaggio ne parliamo e cerchiamo di trovare la strada per poterlo indurre ad ascoltarci. Coinvolgiamo anche altri professionisti, lo psichiatra, lo psicologo, il direttore, coinvolgiamo tutti, finch\u00e9 non proviamo a convincerlo. Non tutti, eh, per carit\u00e0, ci sono anche quelli che sono irremovibili, per\u00f2 l\u2019irremovibile non fa testo, c\u2019\u00e8 sempre l\u2019eccezione. (Responsabile Medicina Penitenziaria 1, gennaio 2021)<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Un\u2019altra delle grosse differenze tra prima della riforma e dopo \u00e8 che adesso l\u2019equipe interna fa squadra, quindi ci sono le riunioni, ci sono i briefing giornalieri, le riunioni settimanali, c\u2019\u00e8 una grossa appartenenza e condivisione tra i sanitari. Prima invece era pi\u00f9 \u201cognuno lavora per s\u00e9\u201d, non c\u2019erano le riunioni per decidere come muoversi, come fare, come programmare. C\u2019\u00e8 ancora in qualche istituto qualche medico vecchio che si porta dietro questi vecchi retaggi, per\u00f2 in genere adesso si cerca di fare molta equipe come fanno i sanitari sul territorio (Responsabile Medicina Penitenziaria 2, gennaio 2021)<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Era comunque chiaro a tutti che era fondamentale intervenire su questo abuso di farmaci, su queste prescrizioni non sempre neanche corrette. Sapevamo di andare incontro a delle difficolt\u00e0, ma siamo stati sorpresi, ce lo diciamo tuttora, dal fatto che le difficolt\u00e0 siano state molto inferiori rispetto ai benefici per i detenuti\u2026 ma anche difficolt\u00e0 per noi pi\u00f9 di tanto non ce ne sono state, ce ne aspettavamo molte di pi\u00f9 (Referente Equipe Dipendenze Patologiche, gennaio 2021)<\/p>\n<p>Nei brani appena citati emerge una dialettica tra <em>tenuta<\/em> e <em>cedimento<\/em>. Se le prassi organizzative (condivisione degli indirizzi e coerenza applicativa) sembrano efficaci e correlate a un ridimensionamento delle aspettative di difficolt\u00e0, il cedimento appare come un pericolo costante. In altre parole, le pressioni ambientali, che eccedono la dimensione clinica, devono essere tenute sotto controllo, con un dispendio di energie probabilmente dipendente dagli stili gestionali specifici di ciascun istituto. Il piano di riduzione, negli anni, ha comunque prodotto dei risultati che vengono considerati soddisfacenti dagli operatori sanitari, anche nei termini di una riduzione di comportamenti autolesivi. Tali effetti positivi dovrebbero consolidarsi attraverso un programma di monitoraggio integrato e spendibile in chiave comparativa (scientifica). Un progetto conoscitivo ormai definito nei contenuti e nei metodi di rilevazione, ma di fatto non ancora implementato per via dell\u2019emergenza pandemica in corso. La strategia di \u201cmanica stretta\u201d ha comunque gi\u00e0 preso forma in un processo lungo e non privo di difficolt\u00e0, date dalle resistenze opposte da parte dei pazienti, nonch\u00e9 dal personale di sorveglianza e dall\u2019amministrazione penitenziaria, che temevano azioni di rivolta e un generale peggioramento della governabilit\u00e0 delle sezioni:<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Abbiamo pianificato una riduzione graduale, gli abbiamo detto: \u201cpreparatevi che in questo mese ve li scaliamo, perch\u00e9 dal mese prossimo non ci sono pi\u00f9\u201d. E quindi c\u2019\u00e8 stato anche con loro un continuo ricordare, tutti i giorni: \u201cGuarda che tra x giorni non c\u2019\u00e8 pi\u00f9\u201d [\u2026] Da parte dei detenuti \u00e8 stato accettato senza grosse conflittualit\u00e0, abbiamo fatto pi\u00f9 fatica all\u2019inizio ad applicare questa cosa perch\u00e9 c\u2019erano resistenze da parte degli agenti che temevano chiss\u00e0 quali grosse rivoluzioni, rivolte, su queste cose. (Responsabile Medicina Penitenziaria 2, gennaio 2021)<\/p>\n<p>Difficolt\u00e0 pi\u00f9 consistenti sono state riscontrate nella riduzione e successiva eliminazione di terapie psicofarmacologiche \u201canomale\u201d, che risultano molto appetibili anche fuori dal carcere nella sostituzione delle droghe illegali, e che in alcuni penitenziari italiani continuano ad essere somministrate: si fa spesso riferimento al <em>Rivotril<\/em>, un antiepilettico, e all\u2019<em>Akineton<\/em>, un farmaco utilizzato per la gestione del Parkinson.<br \/>\nNon si \u00e8 trattato dell\u2019eliminazione totale delle sostanze psicoattive dai prontuari farmaceutici interni, piuttosto di una rimodulazione delle stesse, nella prescrizione di dosaggi pi\u00f9 razionali, nella ricerca di alternative ai farmaci <em>off-label<\/em>, e in pi\u00f9 accurate valutazioni cliniche. Si \u00e8 passati da una situazione di uso e abuso indiscriminato ad una gestione pi\u00f9 ragionata e controllata del flusso di medicinali, che non nega a prescindere la valenza del farmaco, ma ne monitora l\u2019assunzione e la limita nel tempo. Tutto questo seguendo un\u2019ottica \u201cpedagogica\u201d di trasformazione radicale dell\u2019approccio a questo tipo di farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale.<br \/>\nLo \u201cscalaggio\u201d, come tutte le pratiche terapeutiche messe in atto dopo la riforma del 2008, \u00e8 stato accompagnato dal tentativo di una presa in carico globale dell\u2019utente, possibilmente lontana dalla \u201cmedicina d\u2019urgenza\u201d del pre-riforma, volta alla responsabilizzazione dell\u2019individuo e attenta alla relazione terapeutica e umana tra medico e paziente, nonch\u00e9 alla chiarezza nella trasmissione delle informazioni relative al processo in atto. Si \u00e8 provveduto all\u2019implementazione di incontri di sostegno, sia individuali che di gruppo, con la consapevolezza, da parte dei sanitari, delle criticit\u00e0 insite a processi di disintossicazione condotti in ambienti carcerari privi di stimoli e valide alternative:<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Ogni istituto ha delle strategie proprie. Io ci ho riflettuto su questo, visto che il lavoro, che sarebbe la cosa pi\u00f9 facile, non sempre \u00e8 possibile per tutti, noi abbiamo provato a inserire i pazienti in gruppi di studio, di informazione, di educazione, e ne abbiamo messi in opera moltissimi in questi ultimi anni: cineforum, parlare di malattie, di salute, di igiene, di argomenti vari[\u2026] \u00c8 l\u2019unica cosa che noi possiamo dare in cambio ai detenuti: chiamarli, impegnarli, spiegare loro delle cose, \u00e8 l\u2019unica strada che noi abbiamo da percorrere. (Responsabile Medicina Penitenziaria 1, gennaio 2021)<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">La lealt\u00e0, la chiarezza, premiano molto con loro, perch\u00e9 se sei chiaro, leale e rispettoso, loro capiscono. Infondo sono persone adulte con capacit\u00e0 cognitive. Considera che in un ambiente in cui sono sminuiti nella loro individualit\u00e0, trovarsi di fronte a un sanitario che un po\u2019 li responsabilizza, ragiona con lui in un modo paritetico come adulto, in qualche modo te li tiri dietro, perch\u00e9 a quel punto diventano pazienti come gli altri, nella relazione. (Responsabile Medicina Penitenziaria 2, gennaio 2021)<\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Abbiamo messo in campo, in quel periodo, qualche attivit\u00e0 in pi\u00f9, qualche colloquio in pi\u00f9, nel senso che abbiamo fornito loro l\u2019appoggio che serviva non solo a capire, ottenendo delle informazioni chiare, cosa accadeva, spiegando loro che a lungo termine quella modifica avrebbe portato un beneficio. Ma facendo anche qualche colloquio in pi\u00f9, non solo di verifica sullo stato di salute, ma anche di supporto, qualcosa che li aiutasse a capire meglio e quindi ad accettare e collaborare al meglio a questa novit\u00e0. (Referente Equipe Dipendenze Patologiche, gennaio 2021)<\/p>\n<p>Nei brani di intervista appena riportati, la messa in atto di pratiche dialogiche nel delicatissimo passaggio della riduzione delle somministrazioni e della razionalizzazione di dosaggi e consumi rimanda implicitamente alla dimensione del patto terapeutico tra sanitario e paziente. Una dimensione in apparenza scontata, in quanto tali meccanismi di alleanza sono propri di qualsivoglia modello accreditato di riduzione del danno da assunzione di sostanze che producono dipendenza o di costituzione di un futuro di astinenza da simili consumi. I toni, percepibili anche nelle trascrizioni, indicano invece che di scontato ci sia ben poco, in un ambiente istituzionale nel quale le pratiche in questione devono fronteggiare assetti relazionali controproducenti in quanto deresponsabilizzanti e infantilizzanti. La valorizzazione del rapporto terapeutico deve infatti confliggere non solo con talune strategie di mantenimento dell\u2019ordine interno, ma anche con la sistematica riproduzione di individualit\u00e0 \u201csminuite\u201d.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][vc_column_text]Rimane un certo margine di indeterminatezza, perch\u00e9 non \u00e8 scontato che un soggetto che secondo il parere medico dovrebbe mantenere monitorato il proprio stato di salute, anche in relazione ad eventuali dipendenze patologiche, una volta fuori dal carcere sia in condizioni economiche, sociali e psicologiche per farlo.[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Osservazioni conclusive<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center; font-size: 12px;\">Si trovano a farla [la riduzione del consumo di farmaci] in un momento di deprivazione di tante altre cose, come dicevi tu prima, quindi magari fuori non ci avrebbero neanche pensato, sarebbero andati avanti a fare come facevano prima con le droghe, i farmaci&#8230; Si cerca di lavorare, per esempio quando si arriva al fine pena, alla riduzione dei farmaci per insonnia o per la gestione delle ansie, pi\u00f9 legate al contesto detentivo, e poi si cerca anche di fare un passaggio sui servizi territoriali. Per cui alle persone di cui ci rendiamo conto che aderiscono al quantitativo di farmaci che noi gli diamo perch\u00e9 non possono fare altrimenti, ma se potessero ne prenderebbero il triplo, cerchiamo di fare un passaggio ai servizi territoriali e di lavorare con il detenuto affinch\u00e9 si renda conto di quanto \u00e8 importante, e aderisca a proseguire questo progetto con un programma terapeutico anche all\u2019esterno del carcere. Sicurezze da questo punto di vista non ne abbiamo, ovviamente \u00e8 una scelta personale, ma cerchiamo di fornire opportunit\u00e0 reali di contatto con servizi esterni ma anche di riflessione, finch\u00e9 si \u00e8 in carcere, su questa problematica. (Referente Equipe Dipendenze Patologiche, gennaio 2021)<\/p>\n<p>Da quest\u2019ultimo frammento di intervista emergono due elementi cruciali: da un lato le criticit\u00e0 di un processo di riduzione eterodiretto e condotto in un contesto di deprivazione, dall\u2019altro i problemi relativi al fine pena, e quindi al reinserimento in ambienti che a seconda dei casi possono predisporre o meno l\u2019individuo all\u2019utilizzo improprio di sostanze psicoattive e a comportamenti considerati problematici in quanto devianti, ma anche in virt\u00f9 delle loro ricadute cliniche. Anche la possibilit\u00e0 di accedere ai servizi sanitari esterni per proseguire i percorsi terapeutici intrapresi all\u2019interno del carcere \u00e8 una strada che in alcuni casi non risulta praticabile, si pensi, ad esempio, ai cittadini stranieri privi di permesso di soggiorno, e quindi in difficolt\u00e0 nelle procedure di accesso \u201cregolare\u201d ai servizi. Tuttavia, si cerca di incoraggiare la continuit\u00e0 clinico-assistenziale tra l\u2019interno e l\u2019esterno degli istituti penitenziari, fornendo i contatti necessari ai pazienti e aprendo canali di comunicazione con le strutture sanitarie presenti sul territorio, talvolta anche con gli ambulatori dedicati alla cura delle persone migranti in condizioni di irregolarit\u00e0 giuridica. Rimane un certo margine di indeterminatezza, perch\u00e9 non \u00e8 scontato che un soggetto che secondo il parere medico dovrebbe mantenere monitorato il proprio stato di salute, anche in relazione ad eventuali dipendenze patologiche, una volta fuori dal carcere sia in condizioni economiche, sociali e psicologiche per farlo. Comunque, appare senz\u2019altro significativo che questo tentativo di costituzione o rinforzo dei ponti comunicativi tra servizi interni ed esterni al carcere origini da una pratica sperimentale clinicamente virtuosa, la stabilizzazione della quale passa per l\u2019interiorizzazione di una linea di <em>policy<\/em> riduzionista per nulla scontata in ambito penitenziario. Infatti, nelle interviste realizzate \u00e8 stata sottolineata a pi\u00f9 riprese l\u2019importanza di formare un gruppo coeso tra gli operatori sanitari, tanto a livello locale quanto regionale, e di mantenerlo tale anche a fronte dei frequenti <em>turnover<\/em>, che altrimenti rischierebbero di parcellizzare il servizio e rendere inefficace la pratica.<br \/>\nI medici intervistati hanno riferito come, in occasione del trasferimento nei rispettivi istituti di persone provenienti da carceri situate in altre regioni, si trovino spesso di fronte pazienti con dosaggi altissimi non solo di benzodiazepine, ma anche di quei medicinali che in Emilia-Romagna da tempo sono stati totalmente eliminati dalle scorte farmaceutiche interne, in quanto difficilmente gestibili e graditi nelle forme di assunzione da abuso. Questa osservazione non implica che al di fuori del contesto regionale preso qui in esame non vi siano pratiche significative di riduzione della somministrazione penitenziaria di psicofarmaci. Il problema si pone piuttosto in ottica sistemica, ovvero nella difficolt\u00e0 di definire il problema dell\u2019abuso istituzionale di questi farmaci come ampiamente diffuso nel mondo carcerario italiano e di costituire o rinforzare \u2013 di conseguenza \u2013 orientamenti terapeutici condivisi e socializzati.<br \/>\nNon bisogna dimenticare che nella storia dell\u2019Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione sono state prodotte decine di relazioni che riportavano del clima opprimente e disperato percepito nelle sezioni \u201csedate\u201d. Sulla scorta di quanto riportato in questo contributo, non siamo in condizione di concludere che il modello emiliano-romagnolo sia efficace ed estendibile. Piuttosto appare ambivalente e di realizzazione non semplice. Ci\u00f2 che sicuramente valorizza \u00e8 un livello di riflessivit\u00e0 critica sulle prassi sanitarie interne ad opera del personale sanitario, con un potenziale di coinvolgimento significativo sui detenuti e gli altri componenti dello <em>staff<\/em>. L\u2019estensione di questo approccio, al di l\u00e0 dei diversi possibili modelli e delle possibili ricadute operative, sarebbe di per s\u00e9 ragione di avanzamento verso un carcere meno cupo.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n<p>Bertolazzi A., Zanier M. L., 2018, <em>The discretionary treatment of drug addiction in prison<\/em>, in Salute e Societ\u00e0, XVII, 1, pp. 59-72.<\/p>\n<p>Decembrotto L., 2020, <em>Adultit\u00e0 fragili, fine pena e percorsi inclusivi<\/em>, FrancoAngeli, Milano.<\/p>\n<p>Fassin D., 2018, <em>Punire. Una passione contemporanea<\/em>, Feltrinelli, Milano.<\/p>\n<p>Gainotti S., Petrini C., 2020, <em>Principio di equivalenza delle cure e il diritto alla salute in ambito carcerario<\/em>, in R. Mancinelli, M. Chiarotti e S. Libianchi (a cura di), <em>Salute nella polis carceraria: evoluzione della medicina penitenziaria e nuovi modelli operativi<\/em>, Rapporto ISTISAN-Istituto Superiore di Sanit\u00e0, pp. 136-144.<\/p>\n<p>Gonin D., 1994, <em>Il corpo incarcerato<\/em>, Gruppo Abele, Torino.<\/p>\n<p>Matthews R., 2009, <em>Doing Time: an Introduction to Sociology of Imprisonment<\/em>, Palgrave MacMillan, London.<\/p>\n<p>Miravalle M., 2015, <em>Roba da matti: il difficile superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari<\/em>, Gruppo Abele, Torino.<\/p>\n<p>Mosconi G., 1995, <em>Il carcere come salubre fabbrica di malattia<\/em>, in Rassegna Penitenziaria e Criminologica, I, 3, pp. 59-76.<\/p>\n<p>Quaranta I. (a cura di), 2006, <em>Antropologia medica. 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A causa delle restrizioni imposte dall\u2019emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19, i colloqui sono stati effettuati a distanza, secondo modalit\u00e0 che andassero incontro alle esigenze dei singoli interlocutori. Un colloquio con due operatrici sanitarie dello stesso istituto \u00e8 stato svolto via Skype, un medico \u00e8 stato intervistato telefonicamente, e il quarto operatore ha risposto alle domande via mail. Tutte le interviste sono state svolte nel mese di gennaio 2021.<\/td><\/tr>\r\n\r\n <\/tbody> <\/table> <\/div><\/div><script type=\"text\/javascript\"> function footnote_expand_reference_container_4300_1() { jQuery('#footnote_references_container_4300_1').show(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_4300_1').text('\u2212'); } function footnote_collapse_reference_container_4300_1() { jQuery('#footnote_references_container_4300_1').hide(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_4300_1').text('+'); } function footnote_expand_collapse_reference_container_4300_1() { if (jQuery('#footnote_references_container_4300_1').is(':hidden')) { footnote_expand_reference_container_4300_1(); } else { footnote_collapse_reference_container_4300_1(); } } function footnote_moveToReference_4300_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_4300_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } } function footnote_moveToAnchor_4300_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_4300_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } }<\/script>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text] [\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_empty_space height=&#8221;50px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243; el_class=&#8221;citazione&#8221;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Introduzione Il penitenziario \u00e8 un vero e proprio contesto culturale a s\u00e9, caratterizzato da un insieme di idee e pratiche che vengono messe in atto quotidianamente dagli attori sociali coinvolti. 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