{"id":6443,"date":"2023-03-01T17:55:40","date_gmt":"2023-03-01T16:55:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione-femminile\/i-numeri-della-detenzione-femminile-2-2-2\/"},"modified":"2023-06-05T11:31:20","modified_gmt":"2023-06-05T09:31:20","slug":"psichiatria-abusi-e-detenzione-femminile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/psichiatria-abusi-e-detenzione-femminile\/","title":{"rendered":"Dialogo con Grazia Zuffa"},"content":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;]<h4 class=\"grve-element grve-align-left grve-title-no-line grve-h4 autore\" style=\"\"><span>Sofia Antonelli<\/span><\/h4>[vc_column_text]<!-- Simple Share Buttons Adder (8.5.3) simplesharebuttons.com --><div class=\"ssba-classic-2 ssba ssbp-wrap aligncenter ssbp--theme-1\"><div style=\"text-align:N\"><span class=\"ssba-share-text\">Share this...<\/span><br\/><a data-site=\"facebook\" class=\"ssba_facebook_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/www.facebook.com\/sharer.php?t=Dialogo con Grazia Zuffa&u=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/facebook.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"facebook\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on facebook\" \/><div title=\"Facebook\" class=\"ssbp-text\">Facebook<\/div><\/a><a data-site=\"whatsapp\" class=\"ssba_whatsapp_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/web.whatsapp.com\/send?text=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/whatsapp.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"whatsapp\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on whatsapp\" \/><div title=\"Whatsapp\" class=\"ssbp-text\">Whatsapp<\/div><\/a><a data-site=\"twitter\" class=\"ssba_twitter_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/twitter.com\/intent\/tweet?text=Dialogo con Grazia Zuffa&url=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443&via=\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/twitter.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"twitter\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on twitter\" \/><div title=\"Twitter\" class=\"ssbp-text\">Twitter<\/div><\/a><a data-site=\"linkedin\" class=\"ssba_linkedin_share ssba_share_link\" href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/shareArticle?title=Dialogo con Grazia Zuffa&url=https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443\"  style=\"color:; background-color: ; height: 48px; width: 48px; \" ><img src=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-content\/plugins\/simple-share-buttons-adder\/buttons\/somacro\/linkedin.png\" style=\"width: 35px;\" title=\"linkedin\" class=\"ssba ssba-img\" alt=\"Share on linkedin\" \/><div title=\"Linkedin\" class=\"ssbp-text\">Linkedin<\/div><\/a><\/div><\/div>\u00a0    <div class=\"scaricapdf\">\n\t\t\t<a href=\"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-content\/uploads\/2023\/06\/81.-ANTIGONE_DonneDetenute_GraziaZuffa.pdf\" target=\"_blank\"><i class=\"fa fa-arrow-circle-down\" aria-hidden=\"true\"><\/i>  <\/a>\n    <\/div>\n    [\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<\/p>\n<h1><strong>Dialogo con Grazia Zuffa<\/strong><\/h1>\n<p>[\/vc_column_text][vc_empty_space height=&#8221;5px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<strong>Professoressa Zuffa<\/strong><span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_1');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_1');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_6443_1_1\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">1)<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_6443_1_1\" class=\"footnote_tooltip\"><\/span><\/span><strong>, nel corso della sua carriera ha pi\u00f9 volte lavorato nell\u2019ambito della detenzione femminile. Nel 2018, in seno al progetto <em>Women in transition<\/em> (WIT)<\/strong><span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_2');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_2');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_6443_1_2\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">2)<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_6443_1_2\" class=\"footnote_tooltip\"><\/span><\/span><strong>, ha organizzato dei focus group rivolti a donne detenute e personale penitenziario. Come racconta nel libro <em>La prigione delle donne<\/em>, da questo lavoro \u00e8 emerso un interessante racconto su cosa vuole dire \u201cessere donna in carcere\u201d. Ce ne pu\u00f2 parlare?<\/strong>[\/vc_column_text][vc_column_text]Il progetto era nato con un preciso input di una Asl toscana per lavorare in ambito di prevenzione del rischio suicidario in carcere, con un focus sulle donne. Partendo da questa indicazione, ci siamo mosse da un diverso punto di vista non concentrandoci sui cosiddetti soggetti \u201ca rischio\u201d, ma capovolgendo l\u2019approccio: lasciare la parte di deficit individuale e puntare su una prospettiva pi\u00f9 ampia, su quello che \u00e8 il punto di vista dei soggetti concreti, in questo caso del soggetto femminile. Ci siamo cos\u00ec concentrate sulla visione di loro stesse, del carcere e di loro stesse nel carcere. Da qui abbiamo deciso di impostare la questione prevenzione del suicidio come una questione di miglioramento della situazione in generale delle donne in carcere, partendo da questo: quali sono i punti pi\u00f9 critici dal punto di vista della soggettivit\u00e0 femminile? Quali sono i punti forza?<br \/>\n\u00c8 facile concentrarsi sulle disgrazie femminili, sulla miseria femminile, sulla doppia sofferenza femminile, sulla marginalit\u00e0 e precariet\u00e0 (sociale, economica, sanitaria) che caratterizza in generale la popolazione detenuta e in particolar modo quella femminile. Non si pu\u00f2 per\u00f2 comprendere bene come lavorare per migliorare le condizioni di queste persone se non si riesce a cogliere insieme a questi punti problematici anche le aree di forza, i vantaggi su cui ci si pu\u00f2 appoggiare. Spesso i punti pi\u00f9 critici di maggiore sofferenza sono anche quelli che dall\u2019altra parte sono delle potenziali risorse.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Nella rappresentazione tradizionale femminile c\u2019\u00e8 questa incompatibilit\u00e0 per cui il reato si oppone alla donna madre<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Esempio pi\u00f9 lampante \u00e8 il rapporto con i figli e con la famiglia in generale. Le donne in carcere sono ben consapevoli degli stereotipi che gravitano sulla madre criminale. Nella rappresentazione tradizionale femminile c\u2019\u00e8 questa incompatibilit\u00e0 per cui il reato si oppone alla donna madre. Da un lato la donna prova quindi una maggiore sofferenza e sensi di colpa legati alla sovrapposizione tra il suo ruolo di madre e di autrice di reato; spesso si tratta di un pensiero fisso e presente che rende pi\u00f9 dolorosa la carcerazione. Dall\u2019altro rappresenta una grande risorsa perch\u00e9 \u00e8 su questo che le donne fanno spesso conto per ricominciare a vivere una volta fuori dal carcere.<br \/>\nOltre a quelli legati al ruolo di madre, con il progetto WIT abbiamo visto come resistono, forse pi\u00f9 radicati nel carcere che fuori, alcuni stereotipi legati alla rappresentazione tradizionale del femminile. Si tratta di una stereotipia trasversale, ossia che colpisce tutti quelli che hanno a che fare con le donne detenute, dall\u2019agente di polizia, all\u2019educatrice, alla volontaria. Uno di questi \u00e8 il cosiddetto \u201ceccesso emotivo femminile\u201d: le donne vengono rappresentate come soggetti instabili emotivamente, con un\u2019enorme carica emotiva che non riescono a tenere sotto controllo, in opposizione alla razionalit\u00e0 maschile. Da molti operatori penitenziari le donne sono trattate come lunatiche, infantili e capricciose. Molti scontri tra donne detenute sono definiti come futili capricci, scoppiando spesso per gli spazi del carcere, per come si condivide la cella o gli oggetti. Storicamente l&#8217;ambiente dove si vive (la casa) \u00e8 un luogo femminile. \u00c8 chiaro che su questo le donne hanno una maggiore sensibilit\u00e0 e quindi possono sorgere dei conflitti, proprio perch\u00e9 questo per loro \u00e8 pi\u00f9 importante. Qua andrebbe ricordata l\u2019importanza di mettersi dal punto di vista delle donne, guardare alle cose con gli occhi delle donne. Se c\u2019\u00e8 un litigio che pu\u00f2 riguardare la mancanza di rispetto per uno spazio bisogna capire come questo sia importante nel vissuto delle persone.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">L&#8217;infantilizzazione della persona detenuta per le donne \u00e8 particolarmente pericolosa perch\u00e9 si incontra con l\u2019immagine della donna come soggetto emotivo e infantile<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]A questo si aggiungono poi dei punti nevralgici dello stato di detenzione, come l\u2019infantilizzazione della persona detenuta, corrispondente ad una diminuzione della dignit\u00e0 personale. Se questa tendenza vale per tutti, uomini compresi, per le donne detenute \u00e8 particolarmente pericolosa perch\u00e9 appunto si incontra con l\u2019immagine della donna come soggetto emotivo e infantile. Le donne sono gi\u00e0 tradizionalmente viste a met\u00e0 strada tra i minori e l&#8217;uomo adulto, emblema della razionalit\u00e0. Questo processo di infantilizzazione tipico della detenzione trova quindi un terreno particolarmente morbido nel soggetto femminile. Di questo le donne si rendono ben conto e crea una sofferenza in pi\u00f9.<br \/>\nDa una parte quindi essere donna in carcere richiama un nocciolo duro di stereotipi legati al tradizionale ruolo femminile, ancora pi\u00f9 radicati in stato di detenzione, dall\u2019altra le donne che hanno partecipato ai nostri laboratori hanno dimostrato una volont\u00e0 e una capacit\u00e0 di ragionare per superare questa visione stereotipata su cui \u00e8 importante fare leva. Punto di forza \u00e8 inoltre la capacit\u00e0 relazionale delle donne in carcere e l\u2019apertura a intraprendere percorsi di empowerment, finalizzati al lavoro sulle proprie risorse e sulla propria soggettivit\u00e0. L&#8217;immagine di doppia disgrazia femminile circola molto anche tra le donne stesse, ma limitarsi a questa vuol dire negare una parte della realt\u00e0 femminile che esprime volont\u00e0 di forza e volont\u00e0 di reazione.[\/vc_column_text][vc_column_text]<strong>Nel suo libro parla di carenza strutturale di attenzione alle donne all\u2019interno di un carcere strutturalmente maschile. Secondo lei andrebbe previsto un approccio diverso, distinto?<\/strong>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di abbattere la barriera di sesso: andrebbero create attivit\u00e0 in comune<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Il discorso di focalizzare le donne detenute \u00e8 abbastanza complesso. Bisogna pensare che il crimine femminile non \u00e8 mai stato visto come il crimine maschile. Vediamo ad esempio lo storico dibattito in America dove una parte del movimento femminista americano voleva delle carceri femminili distinte da quelle maschile. Alcune vennero realizzate e se da una parte erano pi\u00f9 leggere di quelle maschili (pi\u00f9 simili a delle comunit\u00e0), dall\u2019altra poich\u00e9 la figura femminile che veniva fuori era, come detto, a met\u00e0 tra minori e adulti, questi luoghi erano delle specie di riformatori. Per certi aspetti il riformatorio ha sicuramente condizioni di vita migliori, ma dall\u2019altro verso \u00e8 molto pi\u00f9 intrusivo, con l\u2019ambizione di rieducare la donna detenuta secondo il modello tradizionale della virt\u00f9 femminile. Ovviamente ora i termini sono molto diversi, ma \u00e8 un terreno abbastanza scivoloso. Si pu\u00f2 rischiare, soprattutto attraverso una istituzione chiusa come il carcere, di ripercorrere delle vecchie strade.<br \/>\nRispetto alla discussione carceri femminili o sezioni femminili in carceri a prevalenza maschili, da un parte \u00e8 vero, e l\u2019esperienza lo dimostra, che le sezioni femminili sono delle semplici appendici perch\u00e9 le attenzioni delle autorit\u00e0 sono concentrate sui maschi e sui loro numeri, e questo \u00e8 un grandissimo pericolo. Dall\u2019altra per\u00f2 bisogna stare molto attenti per evitare strutture solo femminili che ospitano poche detenute e offrono poche opportunit\u00e0. Questo era ad esempio ci\u00f2 che emergeva da una ricerca effettuata sul carcere femminile di Empoli, ora chiuso. Si trattava di un luogo molto poco depressivo apparentemente, con numeri piccoli, ottimi rapporti con il personale per\u00f2 era poverissimo di attivit\u00e0 perch\u00e9 era una piccola realt\u00e0. Dalle interviste fatte ad alcune donne detenute a Empoli emergeva il desiderio di tornare in carceri pi\u00f9 grandi che offrissero pi\u00f9 opportunit\u00e0.<br \/>\nSecondo me andrebbe seguita l\u2019indicazione data all\u2019epoca degli Stati Generali: il primo obiettivo dovrebbe essere quello di abbattere la barriera di sesso, per cui ci sono attivit\u00e0, ad esempio quella scolastica, che magari non si riescono a mettere in piedi sia per gli uomini che per le donne e dunque andrebbero create attivit\u00e0 in comune. Dove ci sono state esperienze del genere sono state poi interrotte per il terrore della promiscuit\u00e0. Questa \u00e8 per\u00f2 una conseguenza della segregazione sessuale e del fatto che in Italia \u00e8 di fatto prevista la pena suppletiva della castrazione sessuale. Assurdo quindi colpevolizzare le donne e gli uomini per questa paura di promiscuit\u00e0 che impedisce una vita comune all\u2019interno di un unico luogo, potenzialmente in grado di offrire pi\u00f9 opportunit\u00e0 a tutti.[\/vc_column_text][vc_column_text]<strong>All\u2019interno dunque di un unico sistema, ad oggi declinato solo al maschile, si potrebbe comunque adottare un approccio che prenda pi\u00f9 in considerazione i bisogni e le specificit\u00e0 della detenzione femminile? Cosa si potrebbe fare a tal fine, da un punto di vista pratico?<\/strong>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Un carcere che ha assimilato quanto l\u2019esperienza femminile pu\u00f2 offrire e che si presenta con una veste un po\u2019 migliore, sia per le donne che per gli uomini<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]<br \/>\nPi\u00f9 che di bisogni e specificit\u00e0 differenti parlerei di \u2018sguardo\u2019 differente femminile sull\u2019insieme della condizione carceraria, che porta a suggerire cambiamenti in un unico sistema (sia per donne che per uomini) valorizzando l\u2019esperienza delle donne. Su alcuni spaccati dei problemi del carcere, lo sguardo femminile ha un di pi\u00f9 di consapevolezza, proprio per il portato storico dell\u2019esperienza femminile e proprio perch\u00e9 negli ultimi 30\/40 anni le donne hanno lavorato cercando di ragionare sulle proprie esperienze. L\u2019importanza delle relazioni con i figli, con i partner, l\u2019importanza di mantenere intatte queste relazioni, l\u2019importanza dell\u2019affettivit\u00e0, questi sono settori che ovviamente sono importanti anche per gli uomini, ma che sotto lo sguardo femminile acquisiscono maggiore centralit\u00e0. Questo \u00e8 il punto di vista che gi\u00e0 anni fa presentava Tamar Pitch, quando conduceva il Tavolo degli Stati Generali dedicato alla detenzione femminile. Invece di dire: carceri divisi; invece di dire: il carcere per gli uomini che vale anche per le donne; dovremmo dire che il carcere delle donne vale per gli uomini e per le donne. Un carcere che ha assimilato quanto l\u2019esperienza femminile pu\u00f2 offrire e che si presenta con una veste un po\u2019 migliore, sia per le donne che per gli uomini.<br \/>\nSono diversi gli ostacoli e le carenze che impediscono la realizzazione di questo passaggio. Come prima cosa credo bisogni superare il concetto di lavoro in carcere per compartimenti stagni. Il volontariato va per conto suo e nessuno sa bene cosa fa, gli educatori sono pochi e lavorano per conto proprio, la Polizia penitenziaria idem. Non si riesce in tale modo a programmare un lavoro di miglioramento ambientale che ovviamente \u00e8 un lavoro collettivo. La collettivit\u00e0 entra in gioco solo in ottica emergenziale. Di fronte ad un\u2019emergenza o a un compito specifico da portare avanti si mette insieme l&#8217;\u00e9quipe, che in tempi ordinari non opera. Non esiste un lavoro di programmazione, ad esempio, per il miglioramento delle relazioni all\u2019interno del carcere. Anche la prevenzione dei suicidi \u00e8 sempre gestita con un\u2019ottica emergenziale invece che come un miglioramento generale dell\u2019ambiente all\u2019interno degli istituti. Questo cambio d\u2019approccio ovviamente andrebbe a beneficio di tutti, operatori e persone detenute. Tra queste, le donne ne beneficerebbero in particolar modo in quanto &#8211; come pi\u00f9 volte emerso nei focus group &#8211; sono molto sensibili a queste problematiche strutturali dell\u2019ambiente circostante. Sono sensibili anche perch\u00e9 spesso colgono in queste carenze relazionali una mancanza di rispetto nei loro confronti. Tutta la vita delle persone in carcere \u00e8 sotto il controllo di chi ci lavora. Se in questo controllo della vita quotidiana viene in pi\u00f9 avvertito un senso di non attenzione e di incuranza a questi aspetti pi\u00f9 morali, pu\u00f2 scaturire una crisi vera e propria. Le carceri dovrebbero dunque riuscire ad uscire da queste logiche emergenziali e riflettere su cosa vuol dire il dettato costituzionale, inteso come rispetto di tutti i diritti fondamentali esclusa solo la libert\u00e0 di movimento. Ci sarebbe a tal fine bisogno di un grande lavoro di formazione affinch\u00e9 venga incoraggiato un cambiamento di approccio lavorativo. Una formazione efficace andrebbe erogata coinvolgendo tutti, dall\u2019agente al volontario, creando piccoli nuclei misti. [\/vc_column_text][vc_column_text]<strong>Per quanto riguarda invece il disagio psichico, nel corso della sua esperienza professionale ha riscontrato particolari specificit\u00e0 che riguardano le donne detenute? In generale, cosa andrebbe fatto secondo lei per migliorare la gestione del disagio psichico in carcere?<\/strong>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Vi \u00e8 una differenza tra i disturbi femminili e maschili. Ad esempio per le donne prevalgono le sindromi depressive e gli stati di sofferenza legati al distacco dai figli<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Anzitutto va detto che c\u2019\u00e8 poca ricerca e pochi dati sulla salute mentale in carcere. Quei pochi dati che ero riuscita a rilevare quando lavoravo per il Comitato Nazionale per la Bioetica<span class=\"footnote_referrer\"><a role=\"button\" tabindex=\"0\" onclick=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_3');\" onkeypress=\"footnote_moveToReference_6443_1('footnote_plugin_reference_6443_1_3');\" ><sup id=\"footnote_plugin_tooltip_6443_1_3\" class=\"footnote_plugin_tooltip_text\">3)<\/sup><\/a><span id=\"footnote_plugin_tooltip_text_6443_1_3\" class=\"footnote_tooltip\"><\/span><\/span> sulla salute in carcere dimostrano una differenza tra i disturbi femminili e maschili, che ovviamente si tratta di una differenza prevedibile. Ad esempio per le donne prevalgono le sindromi depressive e gli stati di sofferenza legati al distacco dai figli. Per le ragioni raccontate prima, nelle esperienze di detenzione femminile appaiono inoltre pi\u00f9 nitidi e frequenti processi di \u2018depersonalizzazione\u2019 e dis-empowerment.<br \/>\nInoltre, un punto molto delicato da tenere a mente, particolarmente quando si parla di donne detenute, \u00e8 quanto dice l\u2019OMS in relazione alla salute mentale in carcere, ossia che essa non \u00e8 solo una questione di servizi di salute mentale, non \u00e8 solo questione di psichiatri e psicologi in carcere, ma \u00e8 una questione di condizioni ambientali. Nei lavori dell\u2019OMS veniva fuori che il fattore protettivo pi\u00f9 importante per la salute mentale in carcere era trovare delle relazioni supportive, un buon clima relazionale e delle figure di sostegno. Ovviamente da una parte non dobbiamo negare la realt\u00e0, sapendo che in carcere c\u2019\u00e8 una maggiore concentrazione di disturbi, anche di disordini psichiatrici di una certa gravit\u00e0, dall\u2019altra parte per\u00f2 la stragrande maggioranza delle persone ha problematiche psicologiche che sarebbe sbagliato trattare come disordini psichiatrici, visti solo in termini di assunzione di terapie, e che andrebbero invece affrontate in termini relazionali e di miglioramento delle condizioni. Questo anche e soprattutto in situazioni di crisi, ad esempio quando si riceve una brutta notizia, che andrebbero supportate in maniera diversa. Per superare una crisi non si dovrebbe isolare una persona, come accade in carcere, per evitare che compia gesti estremi, ma si dovrebbe intervenire sulla crisi supportandola. Questo \u00e8 vero anche in un\u2019ottica preventiva. Nel momento in cui emergono dei segnali di particolare disagio, la persona non deve essere isolata, ma al contrario andrebbe collocata con chi ha un buon rapporto, cercando ad esempio di farla interfacciare con il personale con cui ha migliori relazioni. Bisogna trovare un equilibrio, altrimenti il rischio \u00e8 che le direzioni degli istituti, che gi\u00e0 sono pressate da tante situazioni, per paura di non saper gestire le situazioni si disfino del problema, semplicemente isolando i soggetti pi\u00f9 a rischio.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Bisognerebbe superare l\u2019approccio emergenziale e prevedere una programmazione strutturata della salute, sia fisica e psichica, in carcere<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Teniamo presente che il carcere ha l\u2019eredit\u00e0 nefasta dell\u2019OPG, ma il carcere non \u00e8 preparato a gestire n\u00e9 le grandi problematiche n\u00e9 le piccole. Qui c\u2019\u00e8 una debolezza anche dei DSM, che allo stesso modo avevano la scappatoia degli OPG. La riforma che li ha aboliti forse avrebbe dovuto mettere in conto un lavoro di formazione in carcere per gestire tali problematiche, affinch\u00e9 esso fosse in grado di gestire le sofferenze pi\u00f9 acute ma anche di adottare degli interventi per ridurre il tasso di sofferenza psichica della popolazione carceraria. Nella formazione degli operatori penitenziari si guarda al disagio psichico solamente come un problema individuale, di soggetti singoli che hanno problematiche psichiatriche, che sono in carcere anche se dovrebbero essere altrove. La questione viene vista come di competenza altrui (dello psichiatra e dello psicologo), che riguarda l\u2019operatore penitenziario solo in ottica di gestione del soggetto. Da quanto emerso dal CNB, in generale manca una programmazione della salute sia fisica e psichica in carcere. Non c\u2019\u00e8 un progetto, ad esempio un piano triennale dell&#8217;istituto per migliorare la salute delle persone detenute. Il passaggio della medicina penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe tradursi non solo in obiettivi di gestione dei servizi, ma anche di miglioramento della salute delle persone detenute. Si lavora anche qui in compartimenti stagni. Se non vi \u00e8 comunicazione tra aree sanitarie e direzioni, con una programmazione comune, il passaggio al SSN perde un po\u2019 di senso. Bisognerebbe nuovamente superare l\u2019approccio emergenziale e prevedere una programmazione strutturata.[\/vc_column_text][vc_column_text]<strong>Un tema pi\u00f9 volte rilevato da Antigone \u00e8 come in diversi casi le donne detenute provengano da precedenti trascorsi di abusi. Alcune addirittura si rendono conto in carcere di aver subito tali abusi perch\u00e9 magari \u00e8 la prima volta che parlano con un operatore e raccontano la propria storia. Appena fuori dal carcere il percorso intrapreso rischia per\u00f2 di svanire. Aver smosso qualcosa nel periodo di detenzione pu\u00f2 avere effetti forti, facendo in alcune occasioni crollare la persona in stati di depressione. Secondo lei come si potrebbe intervenire?<\/strong>[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text el_class=&#8221;citazione&#8221;]<span style=\"font-weight: 400;\">Il passaggio della medicina penitenziaria al SSN dovrebbe tradursi nella considerazione dell\u2019intervento in carcere solo come in uno dei vari presidi sanitari del territorio (..) Si potrebbe immaginare un percorso pi\u00f9 fluido tra il dentro e il fuori<\/span>[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Purtroppo ad oggi non \u00e8 garantita la continuit\u00e0 terapeutica. Soprattutto in casi di crisi \u00e8 necessario che venga mantenuto un filo di continuit\u00e0 con chi ha instaurato un particolare dialogo in carcere. La persona che esce dall&#8217;istituto, per le sue esigenze di salute, dovrebbe poter ritrovare quelle persone anche all&#8217;esterno. Non importa se poi la persona decide di non proseguire il percorso intrapreso, l\u2019importante \u00e8 che sappia che volendo potrebbe farlo. Un\u2019idea potrebbe essere la previsione nei presidi territoriali di momenti di collegamento con gli operatori, dove ad esempio gli psicologi che hanno seguito la persona in carcere sono a disposizione per qualche ora a settimana. Tale servizio potrebbe poi fungere da tramite, accompagnando la persona verso nuovi servizi esterni. Il passaggio della medicina penitenziaria al SSN dovrebbe tradursi nella considerazione dell\u2019intervento in carcere solo come in uno dei vari presidi sanitari del territorio. Gli psicologici e gli psichiatri che lavorano in istituti penitenziari non dovrebbe essere legati solo a questi. Trattandosi di specialisti appartenente al DSM si potrebbe infatti immaginare un percorso pi\u00f9 fluido tra il dentro e il fuori, a beneficio sia della persona detenuta che dello specialista stesso. Da un punto di vista teorico questo approccio risulta ovvio, la pratica \u00e8 per\u00f2 pi\u00f9 complessa.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n<div class=\"speaker-mute footnotes_reference_container\"> <div class=\"footnote_container_prepare\"><p><span role=\"button\" tabindex=\"0\" class=\"footnote_reference_container_label pointer\" onclick=\"footnote_expand_collapse_reference_container_6443_1();\">References<\/span><span role=\"button\" tabindex=\"0\" class=\"footnote_reference_container_collapse_button\" style=\"display: none;\" onclick=\"footnote_expand_collapse_reference_container_6443_1();\">[<a id=\"footnote_reference_container_collapse_button_6443_1\">+<\/a>]<\/span><\/p><\/div> <div id=\"footnote_references_container_6443_1\" style=\"\"><table class=\"footnotes_table footnote-reference-container\"><caption class=\"accessibility\">References<\/caption> <tbody> \r\n\r\n<tr class=\"footnotes_plugin_reference_row\"> <th scope=\"row\" class=\"footnote_plugin_index_combi pointer\"  onclick=\"footnote_moveToAnchor_6443_1('footnote_plugin_tooltip_6443_1_1');\"><a id=\"footnote_plugin_reference_6443_1_1\" class=\"footnote_backlink\"><span class=\"footnote_index_arrow\">&#8593;<\/span>1<\/a><\/th> <td class=\"footnote_plugin_text\"><span style=\"font-weight: 400;\">Grazia Zuffa, psicologa, PhD, svolge attivit\u00e0 di ricerca e formazione nel campo dell\u2019uso di droghe, delle dipendenze, del carcere. E\u2019 stata responsabile dell\u2019attivit\u00e0 di ricerca della Onlus Forum Droghe e ha collaborato con numerose altre realt\u00e0 della societ\u00e0 civile. Ha fatto parte del Comitato Scientifico Nazionale sulle tossicodipendenze (2006-2008). \u00c8\u2019 stata Professoressa di Psicologia delle tossicodipendenze presso la facolt\u00e0 di Psicologia dell\u2019Universit\u00e0 degli Studi di Firenze. Ha svolto diversi incarichi istituzionali, a livello locale e nazionale. Dal 1987 al 1994 \u00e8 stata Senatrice della Repubblica. Ha fatto parte del Comitato Regionale di Bioetica della Toscana (1996-2000). Dal 2006 \u00e8 membro del Comitato Nazionale di Bioetica.<\/span><\/td><\/tr>\r\n\r\n<tr class=\"footnotes_plugin_reference_row\"> <th scope=\"row\" class=\"footnote_plugin_index_combi pointer\"  onclick=\"footnote_moveToAnchor_6443_1('footnote_plugin_tooltip_6443_1_2');\"><a id=\"footnote_plugin_reference_6443_1_2\" class=\"footnote_backlink\"><span class=\"footnote_index_arrow\">&#8593;<\/span>2<\/a><\/th> <td class=\"footnote_plugin_text\"><span style=\"font-weight: 400;\">Con il progetto WIT Grazie Zuffa e Susanna Ronconi proseguono la ricerca sul carcere femminile condotta nel 2013 e raccontata nel volume <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere. <\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">I focus group realizzati nel 2018 all\u2019interno del progetto WIT hanno coinvolto donne detenute e personale degli istituti di Firenze Sollicciano e Pisa Don Bosco. Da questo percorso prende spunto il libro <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, Ediesse, 2020. Il progetto \u00e8 stato ideato ed eseguito da La Societ\u00e0 della Ragione ONLUS.<\/span><\/td><\/tr>\r\n\r\n<tr class=\"footnotes_plugin_reference_row\"> <th scope=\"row\" class=\"footnote_plugin_index_combi pointer\"  onclick=\"footnote_moveToAnchor_6443_1('footnote_plugin_tooltip_6443_1_3');\"><a id=\"footnote_plugin_reference_6443_1_3\" class=\"footnote_backlink\"><span class=\"footnote_index_arrow\">&#8593;<\/span>3<\/a><\/th> <td class=\"footnote_plugin_text\"><span style=\"font-weight: 400;\">Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), istituito con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri il 28 marzo 1990. Per approfondire il tema \u201c<\/span><a href=\"https:\/\/bioetica.governo.it\/it\/pareri\/pareri-e-risposte\/salute-mentale-e-assistenza-psichiatrica-in-carcere\/#:~:text=La%20cura%20psichiatrica%20in%20carcere,alla%20carcerazione%20a%20fine%20terapeutico\"><i><span style=\"font-weight: 400;\">Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere<\/span><\/i><\/a><span style=\"font-weight: 400;\">\u201d,\u00a0 22 marzo 2019, relazione del gruppo di lavoro coordinato dalla Dott.ssa Grazia Zuffa.<\/span><\/td><\/tr>\r\n\r\n <\/tbody> <\/table> <\/div><\/div><script type=\"text\/javascript\"> function footnote_expand_reference_container_6443_1() { jQuery('#footnote_references_container_6443_1').show(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_6443_1').text('\u2212'); } function footnote_collapse_reference_container_6443_1() { jQuery('#footnote_references_container_6443_1').hide(); jQuery('#footnote_reference_container_collapse_button_6443_1').text('+'); } function footnote_expand_collapse_reference_container_6443_1() { if (jQuery('#footnote_references_container_6443_1').is(':hidden')) { footnote_expand_reference_container_6443_1(); } else { footnote_collapse_reference_container_6443_1(); } } function footnote_moveToReference_6443_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_6443_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } } function footnote_moveToAnchor_6443_1(p_str_TargetID) { footnote_expand_reference_container_6443_1(); var l_obj_Target = jQuery('#' + p_str_TargetID); if (l_obj_Target.length) { jQuery( 'html, body' ).delay( 0 ); jQuery('html, body').animate({ scrollTop: l_obj_Target.offset().top - window.innerHeight * 0.2 }, 380); } }<\/script>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][vc_column_text]\u00a0[\/vc_column_text][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text] Dialogo con Grazia Zuffa [\/vc_column_text][vc_empty_space height=&#8221;5px&#8221;][\/vc_column][\/vc_row][vc_row][vc_column width=&#8221;1\/4&#8243;][\/vc_column][vc_column width=&#8221;3\/4&#8243;][vc_column_text]Professoressa Zuffa1), nel corso della sua carriera ha pi\u00f9 volte lavorato nell\u2019ambito della detenzione femminile. Nel 2018, in seno al progetto Women in transition (WIT)2), ha organizzato dei focus group rivolti a donne detenute e personale penitenziario. Come racconta nel libro La prigione delle donne, [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":8,"featured_media":5975,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"om_disable_all_campaigns":false,"_monsterinsights_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0},"categories":[9],"tags":[],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/users\/8"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6443"}],"version-history":[{"count":14,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":7146,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6443\/revisions\/7146"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/media\/5975"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6443"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6443"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.rapportoantigone.it\/primo-rapporto-sulle-donne-detenute-in-italia\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6443"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}