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1024 576 XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione

 

Diritto al movimento. Lo sport in carcere.

Le informazioni dalle nostre visite

“Le detenute per l’attività sportiva hanno a disposizione alcuni attrezzi e materassini disposti nel corridoio che collega la sezione all’area trattamentale”, è quanto leggiamo nella scheda sulla Casa Circondariale di Forlì dell’Osservatorio di Antigone. In altri istituti, come quello romano di Regina Coeli, che al momento della nostra visita ospitava oltre 900 persone, gli spazi sono pochi ed inadatti per lo svolgimento di attività sportive all’aria aperta. Nella casa di reclusione femminile di Trani, che al momento della nostra visita ospitava 42 donne, non è presente alcuna attività sportiva. La stessa situazione l’abbiamo trovata nella casa di reclusione di San Cataldo, dove non è presente un’area esterna e i 79 detenuti lì reclusi al momento della nostra visita non svolgevano alcuna attività sportiva.
Nella casa di reclusione di Altamura, e nelle case circondariali di Treviso, Taranto e Massa Marittima le attività sportive, sospese con l’avvento della pandemia, non avevano ancora ripreso quando abbiamo visitato gli istituti – rispettivamente il 27 luglio, il 21 giugno, il 25 agosto e il 10 novembre 2021.

Nel 44,8% degli istituti visitati i detenuti avevano un accesso settimanale alla palestra, ma il 30,2% non lo aveva. Inoltre Nel 17,7% dei casi, alcune sezioni particolari non hanno accesso alla palestra.
Il 40,6% degli istituti visitati garantisce l’accesso a un campo sportivo settimanalmente, mentre il 36,5% non lo consente.

Sul sito del Ministero della Giustizia, alla voce Sport, si legge: “La pratica sportiva all’interno degli Istituti penitenziari svolge un significativo ruolo volto a promuovere la valorizzazione della corporeità e l’abbattimento delle tensioni indotte dalla detenzione, favorendo al tempo stesso forme di aggregazione sociale e di positivi modelli relazionali di sostegno ad un futuro percorso di reinserimento.

I programmi sportivi (…) sono attuati principalmente tramite apposite convenzioni con organismi nazionali e locali preposti alla cura di questo genere di attività tra i quali CONI, UISP, US Acli, CSI e AICS”.

Infatti un Protocollo d’Intesa è stato di recente sottoscritto tra il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e Sport e Salute, per l’attività sportiva nelle carceri fino al 31 dicembre 2023.

Lo yoga, il rugby, il calcio e la palestra rappresentano le attività generalmente più offerte negli istituti penitenziari. La UISP è l’ente di promozione più presente, ma anche il Centro Sportivo Italiano (CSI) svolge diverse attività in carcere. Anche il CONI – per il tramite delle sue sedi Regionali – offre attività sportiva in alcuni istituti.

Sono poche le strutture penitenziarie dove la comunicazione sulle attività sportive parla di corsi. Sebbene sia probabile che spesso si tratti solo di una modalità un po’ superficiale di affrontare il tema sportivo, tuttavia allo stesso tempo questa modalità sembra rispecchiare una visione dello sport come mero tempo libero, elemento frivolo – se non inutile – nella vita delle persone, in modo particolare se detenute.

Ma lo sport in carcere per il nostro ordinamento è davvero un elemento così accessorio?

Lo sport è considerato dall’UNESCO un diritto umano. È quanto si legge all’articolo 1 della ​​Carta Internazionale per l’Educazione Fisica, l’Attività Fisica e lo Sport.

Perché lo sport in carcere deve essere un diritto

L’articolo 27 dell’ordinamento penitenziario (L. 354/1975) prevede che le attività sportive siano da inserirsi nel quadro del trattamento rieducativo perché, al pari delle attività culturali e di altre attività ricreative, contribuiscono alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati. La norma prevede poi che queste attività vengano organizzate di concerto tra la direzione dell’istituto, gli educatori, gli assistenti sociali, i mediatori culturali e anche i rappresentanti dei detenuti e degli internati, prevedendo però al contempo anche la partecipazione del mondo esterno perché considerate utili al reinserimento sociale (art. 1.2 O.P.). Questa norma è importante perché conferisce alla direzione dell’istituto un ruolo organizzativo, ideativo e anche realizzativo, al contempo però precisando che è necessario su questo tema un coinvolgimento il più possibile orizzontale anche degli altri attori coinvolti nel piano di trattamento, detenuti e comunità esterna inclusi.

Anche il Regolamento di Esecuzione (D.P.R. 230 del 2000) all’articolo 59 pone le attività sportive sullo stesso piano di quelle culturali e ricreative; tutte, attività da organizzarsi con la partecipazione di detenuti e internati, anche se lavoratori e/o studenti. L’ultimo comma dell’articolo – il numero 6 – inserisce tra gli organizzatori delle attività anche i volontari del mondo esterno che ex art. 17 O.P. svolgono attività all’interno degli istituti penitenziari. Nella seconda parte del comma 2 dello stesso articolo, si sollecita il coinvolgimento degli enti che, a livello locale e nazionale, si occupano delle attività sportive, dunque dal CONI, alle Federazioni sportive, passando per gli enti di promozione sportiva.

Discutibile appare il riferimento, posto invece in apertura del secondo comma dell’articolo 59, che vorrebbe le attività sportive rivolte in modo particolare ai giovani. Invero è vasta la letteratura scientifica che dimostra come praticare attività sportiva sia molto importante per persone anziane o comunque non più giovani. Su questo si rimanda alla bibliografia riportata a pagina 48 delle Linee di indirizzo sull’attività fisica per le differenti fasce d’età e con riferimento a situazioni fisiologiche e fisiopatologiche e a sottogruppi specifici di popolazione, pubblicata dal Ministero della Salute. Sono tante le considerazioni che rilevano su questo: prima di tutto se la sedentarietà è la ragione che più di tutte spinge l’Organizzazione Mondiale della Sanità a promuovere l’attività fisica per ridurre il rischio dell’insorgere di gravi patologie, la detenzione – che la sedentarietà sicuramente acuisce e impone -, è a maggior ragione da ritenersi fattore di rischio in assenza di un’adeguata offerta di attività fisica, di movimento anche all’aria aperta. In modo particolare, proprio al contrario di quanto previsto dal dettato normativo – proprio in soggetti non più giovani.

Nel 2008 e nel 2013 sono state presentate alla Camera due proposte di legge molto simili per la promozione dell’attività sportiva negli istituti penitenziari. Entrambi i testi d’ iniziativa dell’allora PDL, non ebbero poi alcun seguito, contenevano però alcune indicazioni importanti. Si faceva poi riferimento ad un’indagine del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria secondo la quale il carcere ordinario produce segni di sofferenza, aumentando livelli di stress dei detenuti nei quali è possibile riscontrare diversi disturbi tra cui la claustrofobia, l’irritabilità permanente, l’ottundimento delle capacità intellettive e l’apatia , disturbi della personalità e tanti altri. Per queste ragioni si raccomandava proprio il ricorso all’attività fisica e sportiva, universalmente riconosciuta come un mezzo insostituibile per la prevenzione di molte patologie o disfunzioni legate alla sedentarietà, tra le quali – si ricordavano – l’obesità, il diabete e le malattie cardiovascolari. Allo sport si riconosceva ancora la funzione propriamente educativa, racchiusa nel termine che veniva usato nella proposta di legge di disciplina. Termine questo forse discutibile, almeno quanto risulta invece indiscutibile il potenziale valore educativo dello sport, su cui torneremo.

Del resto lo sport in carcere non è considerato elemento accessorio neanche dalle Regole penitenziarie europee (2006)2-rev che, proprio come il quadro normativo nazionale, nella raccomandazione 27.6, includono le attività sportive nelle proposte ricreative per i detenuti – che devono essere messi nelle condizioni anche di organizzarle. Le stesse Regole (89) raccomandano poi l’inclusione in carcere tra il personale specializzato, anche di professori o istruttori di educazione fisica e sportiva.

Lo sport è considerato dall’UNESCO un diritto umano. È quanto si legge all’articolo 1 della ​​Carta Internazionale per l’Educazione Fisica, l’Attività Fisica e lo Sport. Secondo questo primo articolo, non devono esservi discriminazioni di sorta nel riconoscimento di questo diritto fondamentale (1.1) e le istituzioni devono supportare queste attività (1.2). Per questa ragione le risorse e le responsabilità per lo svolgimento dell’attività fisica e dello sport devono essere distribuite mirando al superamento dell’esclusione dei gruppi più vulnerabili e marginali (1.4).

Come si diceva sopra, lo sport e l’attività fisica non devono essere intesi come un monolite, bensì si possono pensare e svolgere adattandoli al destinatario di riferimento; per questa ragione sarebbe importante che il nostro ordinamento non si limitasse a considerare i soli detenuti giovani quali target delle attività proposte. Anzi, è sempre l’UNESCO a definire come inclusive, adattate e sicure le opportunità da offrirsi in ambito sportivo al fine di consentire la partecipazione a tutti gli esseri umani, senza limiti né barriere prevedendo proprio anziani e persone con disabilità tra le categorie maggiormente da tutelare a fronte di una possibile esclusione (1.3).

Il Consiglio d’Europa “intende per sport qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”. La Carta dello sport del Consiglio d’Europa, ripercorre anche alcuni temi già trattati sopra, tra cui la responsabilità delle istituzioni nel promuovere l’attività sportiva, la collaborazione tra le diverse istituzioni e tutte le organizzazioni, anche volontarie, che si occupano di sport e attività fisica.

Lo sport può essere veicolo di valori positivi. Per questa ragione anche l’UNESCO raccomanda che l’attività sportiva sia il più possibile organizzata e di qualità (1.7) affinché possano essere promossi valori puri come il fair play, l’uguaglianza, l’onestà, l’impegno, il coraggio, il lavoro di squadra, il rispetto delle regole e delle leggi, il rispetto di sé stessi e degli altri, lo spirito di comunità e di solidarietà, così come il divertimento e il piacere.

Questo tema è molto importante perché invece – come abbiamo avuto modo di evidenziare in apertura – in carcere spesso per attività sportiva si intende esclusivamente l’accesso a un campo sportivo o a una palestra, senza che vi sia un’attività sportiva organizzata con allenamenti, l’intervento di formatori, la partecipazione della società esterna e – perché no – l’iscrizione a tornei e campionati.

Tra gli eventi il più importante è senza dubbio il Vivicittà che si svolge sia a Rebibbia Nuovo Complesso che a Rebibbia Femminile, con una gara di corsa al maschile che coinvolge anche persone dall’esterno e una staffetta invece al femminile.

La UISP e il carcere, tra circoli penitenziari e un progetto europeo

La UISP è un ente di promozione sportiva che da più di 20 anni svolge con le sue diverse sezioni locali varie attività sportive in carcere.

Nel corso delle nostre visite la presenza della UISP è stata raccontata ai nostri osservatori negli istituti di Firenze Sollicciano con le attività di calcio a 5 maschile e di danza al femminile, nella Casa circondariale di Prato con il basket, negli Istituti penali di Reggio Emilia con attività in tutte le sezioni anche al femminile e in quella transgender, nella Casa circondariale di Sandremo con la scuola calcio, e al Gozzini di Firenze con lo yoga. Storica è la presenza della UISP negli istituti romani – eccezion fatta per Regina Coeli. La referente sport in carcere per la UISP Roma, Ilaria Nobili, ci ha raccontato di come all’interno della Sezione di Alta Sicurezza di Rebibbia Nuovo Complesso e dell’istituto di Rebibbia Reclusione, siano attivi addirittura due circoli UISP fondati da detenuti. Anche nell’istituto di Rebibbia Femminile la UISP ha per anni promosso attività sportive per le donne recluse e anzi, proprio in questo istituto – anche nella sezione nido – ha iniziato il suo intervento in carcere in città; negli scorsi anni qui erano attive la pallavolo e la danza sportiva; mentre nella casa di reclusione di Rebibbia attività di calcio, scacchi, tennis e danza. Tuttavia l’esplosione dell’emergenza pandemica nel 2020 ha interrotto gran parte delle attività e ha bruscamente fatto cessare l’inizio dell’attività scacchistica nel carcere di Regina Coeli al centro di Roma. L’auspicio è che tutte le attività possano riprendere al più presto.

Le attività sportive gestite dalla UISP Roma devono essere distinte tra eventi e attività stagionali. Tra gli eventi il più importante è senza dubbio il Vivicittà che si svolge sia a Rebibbia Nuovo Complesso che a Rebibbia Femminile, con una gara di corsa al maschile che coinvolge anche persone dall’esterno e una staffetta invece al femminile.

Molto importante è per la UISP il tema dello sport in carcere e infatti a questo è dedicato un intero modulo obbligatorio nella formazione per operatori sportivi. Anche una ex detenuta, che ha svolto attività di danza sportiva con la UISP a Rebibbia femminile, una volta uscita ha voluto partecipare a un corso per diventare operatrice sportiva, qualifica che ha conseguito.

Perché è importante l’attività sportiva in carcere secondo la UISP? Perché molto spesso chi prende parte alle attività sportive non assume psicofarmaci. Lo sport permette in carcere di migliorare la qualità psicofisica e dare tonicità al corpo. Lo sport permette di <<ricontattare il corpo>>, la <<casa in cui abitiamo>>. Rappresenta un modo per divertirsi, evadere, incontrarsi. Azzera ogni differenza, le regole valgono ugualmente per tutte/i.
La Uisp dal 2019 è anche parte di un progetto Europeo (Erasmus+) sul tema dello Sport in carcere; il partenariato mette insieme organizzazioni in Belgio, Olanda, Croazia e Bulgaria. Obiettivo del progetto è quello di mappare le attività sportive attive negli istituti penitenziari di questi paesi che abbiano la missione di creare un ponte tra dentro e fuori dal carcere. Ne abbiamo parlato con Camilla De Concini, coordinatrice per UISP Nazionale del progetto Erasmus+ Sport in Prison con l’obiettivo anche di capire come negli altri paesi è concepito lo sport negli istituti penitenziari. In Belgio lo sport in carcere è a tutti gli effetti un diritto: sono garantite almeno due ore settimanali di attività sportiva per ciascun detenuto e – soprattutto – le organizzazioni che svolgono attività sportiva all’interno delle mura, lavorano a tutti gli effetti con lo staff penitenziario e hanno addirittura i propri uffici all’interno degli istituti di pena. Lo sport è così a tutti gli effetti parte integrante del percorso che il detenuto persegue nel corso della sua detenzione.

In Olanda chi si occupa di sport in ambito penitenziario afferisce direttamente al ministero della Giustizia. Questa integrazione totale a livello istituzionale non va però a sminuire l’attività, anzi. Il Ministero è chiaramente un interlocutore molto forte e – ci è stato raccontato – questo ha permesso anche il coinvolgimento di società appartenenti alla massima serie del campionato federale di calcio olandese, impegnate in attività all’interno degli istituti.
Discorsi diversi per Croazia e Bulgaria: nel primo caso lo sport in carcere rappresenta non più di un mero passatempo; nel secondo caso è stata definita “disastrosa” la situazione, dove vi è una grandissima difficoltà a dare valore allo sport in ambito penitenziario.

Uno storico incontro tra atlete detenute e atlete del mondo esterno che ogni sabato (Atletico Diritti femminile gioca sempre in casa), si incontravano sul campo da calcetto.

Atletico Diritti in carcere

Antigone nel 2014 insieme all’associazione Progetto Diritti, ha fondato la Polisportiva Atletico Diritti. Erano gli anni delle battute infelici – razziste e omofobe – di alcuni altissimi dirigenti della federcalcio. Atletico Diritti nacque con il precipuo obiettivo di offrire una visione sportiva e una missione sportiva in grado di mettere al centro i valori sportivi positivi di cui si è parlato sopra, partendo dai principi di uguaglianza e di solidarietà che lo sport – come pochi altri momenti e strumenti comuni nella vita delle persone – riesce a offrire. L’integrazione orizzontale è stato il modello proposto da Atletico Diritti fin dall’inizio: nella prima storica sezione sportiva – quella del calcio a 11 maschile – ragazzi migranti si sono allenati fianco a fianco a studenti universitari (l’università di Roma Tre è partner fin dagli albori della polisportiva) e ragazzi che avevano avuto problemi con la giustizia, ex detenuti, ragazzi in misura alternativa o in messa alla prova, ma anche detenuti in art. 21.

Nel 2018 Atletico Diritti ha deciso di affiancare alle 3 sezioni attive in quel momento (calcio a 11 maschile, basket e cricket) una sezione interamente femminile, il calcio a 5 con una squadra speciale composta interamente dalle donne detenute nel carcere di Rebibbia Femminile a Roma. La squadra di calcio a 5 femminile di Rebibbia è la prima squadra femminile in carcere d’Italia. Nel 2019 ha disputato per la prima volta uno storico campionato amatoriale, quello organizzato dal Centro Sportivo Italiano. Il campionato in questione, poi interrotto dal Covid e a cui le ragazze si sono iscritte nuovamente nel 2021, è composto da squadre di donne libere che si allenano e giocano nel “mondo di fuori”. Questo ha significato uno storico incontro tra atlete detenute e atlete del mondo esterno che ogni sabato (Atletico Diritti femminile gioca sempre in casa), si incontravano sul campo da calcetto, prima in cemento e poi – finalmente – in erba sintetica. Un momento di libertà quello del calcetto, un prezioso momento di scambio tra il mondo delle donne recluse e il resto del mondo in una cornice di tifo composta da altre donne detenute, ma anche da moltissime componenti dello staff penitenziario, sempre pronto a sostenere la squadra delle ragazze di Rebibbia. Atletico Diritti femminile ha ospitato sul campo di Rebibbia anche la Nazionale delle Parlamentari, la rappresentativa del Vaticano, alcune atlete della AS Roma Women e il Presidente della Camera Roberto Fico ha presenziato a un torneo facendosi portavoce delle ragazze detenute con la Nazionale Italiana di Calcio femminile che di lì a breve sarebbe partita per i campionati Europei di calcio.

Lo sport significa tanto per le persone detenute; le ragazze di Atletico Diritti hanno rafforzato questa convinzione.

Per questa ragione, Atletico Diritti ha voluto rilanciare e nell’estate del 2021 ha portato un altro sport all’interno di un altro istituto penitenziario romano; a Rebibbia Penale è nata così la sezione di tennistavolo. Al corso intensivo nel mese di luglio ha fatto seguito un torneo con la partecipazione del Comitato Regionale della Federazione Italiana Tennistavolo. Poi in autunno si è deciso di iscrivere i ragazzi al campionato regionale e – nonostante il Covid abbia qualche volte impedito l’attività – mancano due partite alla sua conclusione.

La risposta dei detenuti alle attività sportive proposte in modo organizzato è sempre alta ed importante, questo dimostra che lo sport è una vera e propria esigenza, per il fisico e per la mente. Stare insieme, condividere, lottare uniti verso un unico obiettivo, divertirsi, incontrare nuove persone, aiutarsi, ma anche competere rispettando sé stessi, l’avversario, le regole, gli arbitri; sono tutti elementi che rendono il momento dello sport unico e anche formativo, un momento di libertà e di responsabilità individuale e collettivo che dovrebbe essere imprescindibile in qualunque percorso di trattamento si voglia offrire a una persona reclusa.