XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione

Donne ristrette. Le domande al Difensore Civico

Donne ristrette. Le domande al Difensore Civico

Donne ristrette. Le domande al Difensore Civico

1024 576 XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione

Alicia Alonso Merino

 

Le domande delle donne al Difensore Civico

Le donne costituiscono una parte molto piccola della popolazione carceraria totale. Il fatto che il numero di detenuti maschi sia sempre molto più alto di quello delle detenute nel sistema penitenziario ha fatto sì che le esigenze di genere delle donne fossero generalmente trascurate e che la loro situazione passasse spesso inosservata. Siccome nella realtà nazionale carceraria le detenute sono solo il 4%, è altrettanto bassa la percentuale di detenute che si rivolgono al Difensore Civico. Nonostante ciò, non abbiamo voluto trascurarne i reclami, che analizzeremo più avanti.

La prigione è un’istituzione progettata da e per gli uomini che colpisce i generi in modo diverso. Il carcere rappresenta un problema maggiore per le donne che per gli uomini, in quanto oltre al romperne i legami familiari le allontana da quello che vivono come dovere di tutela e cura1).

La perdita della libertà significherà per le donne anche la disintegrazione della famiglia, poiché esse ne sono le sostenitrici emotive. Ma non è questo che accade se è l’uomo ad entrare in prigione, poiché sono le donne a mantenere il ruolo principale di “badante degli altri/e”. Oltre a prendersi cura dei loro figli, le donne spesso si assumono la responsabilità dei loro genitori anziani o si prendono cura dei familiari malati o disabili.

Quando entrano in prigione, gli uomini rimpiangono la perdita delle loro posizioni di prestigio, la capacità di controllare le proprie famiglie, e il fatto di dover obbedire agli ordini. Le detenute, d’altra parte, rimpiangono soprattutto la perdita dei loro legami familiari e dei propri figli, una perdita che si trasforma spesso in senso di colpa, e nella sensazione di “averli delusi”2).

Le Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute (le Regole di Bangkok) riconoscono che esse sono una categoria vulnerabile con bisogni ed esigenze diversi. Nello specifico, la Regola 1 stabilisce che: “Affinché sia messo in pratica il principio di non discriminazione, sancito dalla regola 6 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti, bisogna tener conto delle esigenze peculiari delle donne detenute per l’attuazione delle presenti regole. Le misure adottate per soddisfare tali necessità nella prospettiva della parità di genere non devono essere considerate discriminatorie”. Per tanto, l’amministrazione penitenziaria deve preoccuparsi, tra l’altro, che le attività e i servizi rispondano alle particolari esigenze delle detenute in relazione al loro benessere mentale e psicologico, alla loro cura, alle preoccupazioni relative ai propri figli e alle particolari esigenze in materia di salute e igiene.

Ci troviamo con due tipi di donne che si rivolgono al Difensore Civico per chiedere aiuto: o detenute incarcerate, oppure donne che si interessano della situazione di persone detenute

In questo contesto, ci troviamo con due tipi di donne che si rivolgono al Difensore Civico per chiedere aiuto: o detenute incarcerate, oppure donne che si interessano della situazione di persone detenute. Queste ultime sono quasi sempre compagne, mogli, figlie, cognate o amiche che si preoccupano della situazione dei parenti maschi detenuti. Come Sara3), che cercava un affidamento territoriale con il Sert per il suo compagno detenuto, dal momento che voleva dargli una nuova opportunità. Oppure Lucia, preoccupata per il trasferimento tempestivo di suo padre, allontanato da loro senza spiegazioni. O Francesca, impegnata affinché suo nipote detenuto potesse frequentare l’ultimo anno di scuole superiori, dato che all’interno dell’istituto non c’è un corso scolastico attivo. Oppure Marina allarmata dalla mancanza di cure mediche e dal peggioramento dello stato di salute di suo marito detenuto.

Diversamente, non capita spesso di ricevere richieste da uomini preoccupati per le loro mogli, o madri, o sorelle, o amiche detenute. Tutto ciò a conferma dei risultati di ricerche4) che ci dicono che una volta imprigionate, le detenute ricevono poco supporto per mantenere i legami familiari durante la loro prigionia o per recuperarli quando escono. Un’alta percentuale di detenute è “abbandonata” dai propri mariti e compagni; quando esse ricevono visite sono, principalmente, da altre donne (figlie, madri, sorelle). Invece, quando un uomo entra in prigione, le mogli continuano a visitarli e diventano le capofamiglia.

Le altre donne che si rivolgono al Difensore Civico sono le detenute. A prima vista, i loro problemi possono sembrare simili a quelli dei detenuti maschi: mancanza di assistenza sanitaria, problemi con i trasferimenti, sovraffollamento, poca comunicazione con i familiari, etc. Ma dalla lettura attenta delle loro lettere e dietro tutti i loro problemi, c’è una preoccupazione e un’angoscia permanente per la cura della propria famiglia, per la situazione dei figli e figlie, gli anziani e tutti coloro che in qualche modo dipendono dalle loro attenzioni.

Da 3 anni e 2 mesi non abbraccio i miei bambini. Si è distrutto il rapporto tra noi.

La misura d’isolamento che impone il carcere è vissuta con notevole sofferenza da parte delle detenute che sono madri. I bambini al di fuori della prigione sono fonte di grande ansia, come ci scrive una mamma detenuta:

Da 3 anni e 2 mesi non abbraccio i miei bambini. Si è distrutto il rapporto tra noi.

Le mamme si preoccupano della separazione in quanto temono che gli si portino via i figli. Una detenuta che si rivolge a noi per un problema di mancanza di cure, a Vigevano, ci racconta nella sua lettera che aveva avuto una figlia nel 2019 e che le era stata portata via e data in affidamento al momento della nascita, senza darle nemmeno la possibilità di dimostrare che aveva cambiato vita.

Nella stessa ottica, un’altra detenuta a Voghera ci confessava che, per lei:

    È impensabile poter sopravvivere in carcere pensando giorno e notte a mia figlia, lasciata a vivere in queste condizioni. Mi sento impotente e a causa di questi gravi problemi famigliari le mie patologie di salute peggiorano.

I doveri di cura diventano un’ossessione e vengono esacerbati, in quello che Ronconi e Zuffa chiamano “l’eccesso femminile” delle donne detenute5). L’esperienza in carcere causa loro una maggiore sofferenza e un’esperienza di prigionia molto più dolorosa. In questo modo, una detenuta a Latina lamentava la mancanza di contatto con la famiglia:

    Sento il bisogno di vedere mia madre e viceversa. Sono loro la mia forza. Non ce la faccio più. Sto male, questo distacco è troppo. Sono stanca, delusa e amareggiata.

L’incarcerazione ha effetti devastanti non solo per loro, ma per un gran numero di persone fuori dal carcere, dato che di solito sono esse il centro di reti di relazioni che contribuiscono a tenere la famiglia insieme6).

Un’altra preoccupazione che si trova nelle loro lettere è la paura di proiettarsi nel futuro, quando il fine pena è vicino. Dopo aver passato gli anni con pochi stimoli e attività, loro criticano la mancanza di un percorso di reinserimento progressivo, che le prepari alla liberazione:

    Tra un anno mi ritrovo in un mondo che non conosco più, dopo 12 anni chiusa […] Volevo essere trasferita a un carcere con una dinamica più aperta e tutto un mondo carcerario diverso, così, prima della mia tanto attesa libertà possa ritrovare il mio equilibrio.

Questa incertezza e insicurezza creano ansia e angoscia: come possono relazionarsi con il mondo libero, quali saranno le conseguenze dello stigma sociale che portano?

    Vorrei trascorrere questi ultimi mesi in un istituto diverso, di regime aperto, con più possibilità lavorative. In modo che quando sarò libera al mondo esterno non sarà un impatto atroce, da una scatola di gabbia alla libertà in assoluto. Sarà una botta forte, perché riavrò la mia libertà, dopo 13 anni e 6 mesi. […] Mi domando, qualcuno mi aiuterà a non rimanere fino a fine pena in questa gabbia di ferro e cemento?

È una paura non irrazionale ma fondata, che può essere contenuta solo dalla possibilità di un futuro di autonomia economica e personale. Un futuro che deve essere preparato e costruito con il tempo, ma che loro non hanno7).

A queste esperienze si aggiungono i problemi di strutture carenti esacerbati nelle sezioni femminili delle carceri maschili. Essere inserite nelle sezioni delle carceri maschili significa anche che le particolari esigenze delle donne potrebbero non essere prese in considerazione, poiché il regime carcerario sarà determinato dalla maggioranza dei detenuti maschi. Secondo Francesca Giofrè, le criticità delle strutture penitenziarie, per quanto riguarda le detenute, sono: istituti di detenzione pensati e progettati per il genere maschile; minori opportunità in termini educativi, trattamentali, di cura e di socialità, soprattutto in istituti non dedicati; mancanza di spazi adeguati al numero delle donne detenute; promiscuità forzata e conflittualità.

Gli spazi sono ridottissimi […] C’è una mini infermeria ma gli infermieri sono al maschile e se stiamo male devono venire dal maschile e non direi che arrivano all`istante

Questo è ciò che diverse lettere scritte da detenute nella sezione di alta sicurezza del carcere di Latina hanno portato alla nostra attenzione. A causa di una scarsa presenza femminile, vivono in una piccola sezione e le loro celle sono isolate dal resto degli spazi comuni:

    Gli spazi sono ridottissimi […] C’è una mini infermeria ma gli infermieri sono al maschile e se stiamo male devono venire dal maschile e non direi che arrivano all`istante e qui abbiamo persone con patologie serie.

Al secondo piano abbiamo come saletta una cella piccola, senza bagno ma più di 8 persone è impossibile e al secondo siamo 20. Vicino il telefono, allora non si sente nulla. Siamo tutte insieme e non c’è saletta non fumatori.

Nella sezione femminile di Latina, soprattutto, pesano le restrizioni dovute al regime di alta sicurezza e la chiusura delle stanze detentive al di fuori delle ore garantite per l’aria e la socialità. Uno dei punti critici è la continua carenza di spazi a disposizione. Questa situazione impone una stretta turnazione anche per le attività extra e impedisce una partecipazione diversificata al femminile ai corsi di formazione. Inoltre, gli spazi all’esterno per l’esercizio di sport o ginnastica sono trascurati:

    Al secondo piano restiamo senza lavatrice in pieno inverno, con gente ammalata e anziana. La Caritas ce la voleva donare, non fu permesso. Dopo mesi di lotta, fummo autorizzate a comprarla a nostre spese. Ma in pieno inverno a lavare i panni nel bidè è stato drammatico.
    Abbiamo solo due stendini in plastica per tutte, ed è pieno di muffa, dovuto alla umidità. Gli armadi che abbiamo in cella sono arrugginiti e per coprire la ruggine ci siamo fatto mandare dalle famiglie i rotoli di carta adesiva. Non c’è un lavatoio. Nel bidè ci laviamo oltre le parti intime, i denti, i panni, perché nel lavandino laviamo i piatti e le pentole. Abbiamo passato un’estate terribile.

D’altra parte, prestano poca o nessuna attenzione alle questioni specifiche delle donne, come le mestruazioni, la menopausa, i servizi ginecologici, una nutrizione adeguata e altri bisogni fondamentali di salute sessuale e riproduttiva:

    Qui siamo quasi tutte con il ferro basso e ci compriamo integratori e ferro a nostre spese.

Alla fine, a causa del loro numero ridotto, le donne sono spesso detenute in strutture lontane dalle loro case, il che è un ostacolo al mantenimento dei legami con le famiglie, e ha un effetto particolarmente dannoso sul loro benessere mentale e sulle loro prospettive di reintegrazione. Infine, come diceva Ida del Grosso: Se il carcere è un luogo di dolore, il carcere femminile lo è ancora di più8). Nell’ufficio del Difensore Civico siamo testimoni anche di questo.

References

References
1 JULIANO, DOLORES, Presunción de Inocencia: Riesgo, delito y pecado en femenino, Gakoak, 2011, p. 85
2 Ídem., p. 87-88
3 Nomi fittizi
4 MIÑO, RAQUEL Y ROJAS, GRACIELA, Nadie las visita. La invisibilidad de las mujeres privadas de libertad. UNR Editora, Rosario (Argentina), 2012, p. 147; CÁRDENAS, ANA, Informe final, Proyecto Mujeres y cárcel: Diagnóstico de las necesidades de grupos vulnerables en prisión, Universidad Diego Portales, Santiago de Chile, 2010, p. 45; ANTONY GARCÍA, CARMEN, Las mujeres confinadas. Estudio criminológico sobre el rol genérico en la ejecución de la penal en Chile y en América Latina, Editorial Jurídica de Chile, Santiago, 2001, p. 82.
5 RONCONI, Susanna; ZUFFA, Grazia. Recluse. Los sguardo della differenza femminile sul carcere. Ediesse. Roma. 2014. p. 183.
6 Ídem. p. 30.
7 RONCONI, Susanna; ZUFFA, Grazia. Recluse. Los sguardo della differenza femminile sul carcere. Ediesse. Roma. 2014. p. 162.
8 DEL GROSSO, Ida. “Realtà e peculiarità degli istituti femminili”. PAJARI, Daniela et al. Donne e carcere. Giuffrè Editore. Milano. 2018. p. 195.