XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione

Pavia. Paradigma di un conflitto

Pavia. Paradigma di un conflitto

Pavia. Paradigma di un conflitto

1024 576 XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione

Daniela Ronco, Valeria Verdolini

 

Pavia. Paradigma di un conflitto. Viaggio nell’economia dei diritti sospesi.

Ma lungo tutto questo lato del recinto quel mondo era immaginato come una favola impossibile. Lì c’era un mondo particolare, che non assomigliava più a nulla; lì c’erano delle leggi particolari, delle vesti a sé, degli usi e costumi, e una casa di morti che pure erano vivi, una vita come in nessun altro luogo, e persone particolari. Ed è questo particolare angoletto di mondo che mi appresto a descrivere.

Dostoevskij, Fëdor. Memorie da una casa di morti (Italian Edition) (p.10). Feltrinelli Editore. Edizione del Kindle.

La casa circondariale di Pavia “Torre del Gallo” si trova nella periferia della città, ed è periferica alla vita della cittadina universitaria, sia per la distanza materiale e la difficoltà a raggiungere l’istituto con i mezzi, sia per la scarna presenza di attività all’interno della società civile (presenti in ogni caso i volontari, e la garante comunale).

Fëdor Dostoevskij descrive la colonia penale in cui trascorre la reclusione con due formule molto suggestive: “favola impossibile” e “una casa di morti che pure erano vivi”. Le locuzioni proposte restituiscono immediatamente sia la dimensione teleologica ribaltata, caratterizzata spesso da un (non) lieto fine, e la condizione di annientamento dello spazio, che trasforma un luogo di vivi in una figurativa casa di morti. Sebbene sia passato più di un secolo dalla stesura di “memorie da una casa di morti”, il frammento di Dostoevskij riaffiora alla mente a fronte di alcune specifiche situazioni penitenziarie, caratterizzate da un concatenarsi di elementi di criticità, che richiamano, nelle osservazioni del carcere degli anni ‘20, le suggestioni dello scrittore russo. Se il paragone risulta, tuttavia, audace, il richiamo evocativo offre molteplici spunti per provare a raccontare quello che si è configurato, in tempi recenti, come uno spazio di sofferenza organizzata.

Tra le strutture osservate nell’anno appena trascorso, una casa circondariale ha evidenziato caratteristiche singolari che meritano di essere analizzate più nel dettaglio: tra le mura si sono susseguiti eventi molteplici: le rivolte, la pandemia, un incremento dei suicidi, alcune proteste diffuse anche nel 2021. Sebbene nessun singolo episodio possa determinare l’unicità della struttura, nelle osservazioni (due, svolte nel mese di dicembre) si è registrata una fatica generalizzata che merita di essere indagata oltre le note osservative della scheda e delle singole visite. Si tratta di una casa circondariale di provincia, che negli ultimi anni ha visto un crescendo di eventi critici significativi, e una sempre più palpabile sofferenza dei ristretti. Raccontarne l’osservazione non vuole essere un j’accuse contro uno spazio specifico, di cui capiamo le difficoltà materiali e le circostanze peculiari, ma vorrebbe partire proprio da quegli eventi per provare ad allargare il campo di analisi, e comprendere cosa si può apprendere dai mesi trascorsi. In qualche modo, la struttura svolge un ruolo paradigmatico di un certo tipo di traiettorie penitenziarie, sia per la sommatoria di eventi, sia per le modalità di gestione che sono seguite a tali episodi critici.

Come sempre, il punto di partenza è lo spazio penitenziario osservato. La casa circondariale di Pavia “Torre del Gallo” si trova nella periferia della città, ed è periferica alla vita della cittadina universitaria, sia per la distanza materiale e la difficoltà a raggiungere l’istituto con i mezzi, sia per la scarna presenza di attività all’interno della società civile (presenti in ogni caso i volontari, e la garante comunale). Più di vent’anni di attività dell’Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione hanno ampiamente dimostrato come la dimensione spaziale costituisca uno dei principali elementi di afflittività della punizione. Innanzitutto per via della materialità degli spazi osservati: crepe e umidità, muffe alle pareti di celle e docce, materassi vecchi e sporchi, celle impersonali, anguste e sovraffollate, delineano una condizione di fatiscenza che accomuna tanto le carceri più “vecchie” quanto le carceri d’oro costruite negli anni’80. Tuttavia, una certa povertà e impersonalità degli ambienti caratterizza altresì gli istituti di più nuova generazione o quelli oggetto di importanti interventi di ristrutturazione. Come hanno evidenziato Hancock e Jewkes (2011), occorre non cadere nell’errore di considerare “moderno” come “migliore”: se indubbiamente uno spazio più salubre diventa anche uno spazio più rispettoso della dignità delle persone private della libertà personale, così come di chiunque ci lavori, il prezzo da pagare talvolta diventa un impoverimento delle relazioni umane e un incremento della stessa dimensione punitiva del carcere.

Da questo punto di vista, l’organizzazione spaziale del carcere in questione sembra riflettere appieno la convergenza tra vecchio e nuovo nella povertà di attività e di utilizzo del tempo della detenzione. L’istituto rientra nel panorama delle carceri d’oro, essendo stato costruito negli anni ’80 e aperto nel 1992. La struttura ha sempre presentato elementi di complessità, ma a questi si è aggiunta la scelta di costruire uno dei nuovi padiglioni a ridosso delle pronunce Sulejmanovic e Torreggiani (inaugurato nel 2013) che ha più che raddoppiato la capienza, riducendo sensibilmente gli spazi trattamentali (l’edificio è sorto sul giardino e sull’adiacente campo sportivo). La scelta ha determinato una forte compromissione degli spazi esterni dedicati alla socialità. Quello che appare al visitatore è dunque una struttura divisa in due: da un lato il reparto originale, che ospita circa 250 persone detenute in sezioni per la maggior parte mai ristrutturate, con celle inferiori ai 9 metri quadrati, con bagni senza acqua calda né doccia e con gravi malfunzionamenti all’impianto di riscaldamento; dall’altro lato, il nuovo reparto (aperto dal 2014), con una capienza di circa 300 posti, con celle di circa 18 metri quadrati ognuna dotata di doccia e acqua calda. Tutte le sezioni del “vecchio” reparto ospitano detenuti in media sicurezza, oltre all’articolazione psichiatrica e ad una sezione di 4 celle destinata all’isolamento, mentre il nuovo reparto è destinato al circuito protetti.

Le enormi differenze materiali tra i due tipi di strutture sono evidenti. Ciò che tuttavia le accomuna è la grave riduzione degli spazi destinati alla socialità e alle attività trattamentali, di fatto totalmente sacrificati in entrambi i casi. Il risultato è che su una popolazione di quasi 600 detenuti non ci sono commesse per lavori esterni, non risultano attivi corsi di formazione e le persone che frequentano un corso scolastico sono pochissime.

La grande carenza di attività è sì determinata da una mancanza di spazi, ma a sua volta incide sulla vivibilità degli stessi spazi: le persone detenute restano di fatto in sezione per tutta la loro giornata (salvo le ore d’aria) e di fatto non possono spostarsi in autonomia al di fuori della sezione (laddove le sezioni sono aperte, altrimenti le 20 ore al giorno vengono trascorse in cella, come nella gran parte dei regimi detentivi pre-Torreggiani).

Come l’approccio sociologico al penitenziario ha evidenziato, è proprio l’intreccio tra spazio e tempo della detenzione a plasmare il livello di vivibilità di un istituto penitenziario: la quotidianità detentiva è scandita da attività svolte per “ammazzare” il tempo piuttosto che per “sfruttarlo” (Matthews, 1999).

Nel caso specifico, sono numerose le attività sacrificate in primis per ragioni “strutturali”: oltre al vecchio campo sportivo chiuso per costruire il nuovo padiglione, accade che il teatro è inagibile perché ci piove dentro e, soprattutto, le salette per i colloqui risultano da tempo inutilizzabili per via del crollo del tetto (così al momento della visita, ora riparate n.d.r.), una situazione per cui al momento gli incontri con i familiari avvengono nei corridoi dell’istituto e anche la scuola (che ha ripreso lentamente nel dopo pandemia) appare sacrificata.
L’intreccio tra la materialità delle condizioni di vita dentro al carcere e il modo in cui si dipana la dimensione spazio-temporale della detenzione contribuisce a determinare un clima particolarmente teso nelle sezioni, dove una percepibile tensione connota le relazioni sia detenuti-staff che tra persone detenute.

L’accumularsi di eventi critici nel medesimo spazio, in un tempo breve, restituisce sia la sofferenza di coloro che lo abitano che l’andamento della conflittualità al suo interno, nonché, a fronte del protrarsi di tali episodi, alcune possibili debolezze gestionali nella sua amministrazione.

Conflittualità e modelli di gestione
Sebbene il nesso eziologico tra eventi e fattori scatenanti nel carcere sia particolarmente labile, vero è che l’accumularsi di eventi critici nel medesimo spazio, in un tempo breve, restituisce sia la sofferenza di coloro che lo abitano che l’andamento della conflittualità al suo interno, nonché, a fronte del protrarsi di tali episodi, alcune possibili debolezze gestionali nella sua amministrazione.

Il primo caso è datato 2018, quando la stampa locale riferisce dell’incendio di 3 celle nel mese di luglio 2018, e la recente condanna dei 3 detenuti coinvolti per resistenza a pubblico ufficiale (avvenuta nel maggio 2021).

Un secondo evento – frattura è l’inizio della pandemia, che vede la struttura partecipe delle rivolte del 7-10 marzo 2020, a seguito delle misure restrittive per contrastare l’epidemia da Coronavirus.

La stampa nazionale, in un primo momento, riporta: “I detenuti hanno preso in ostaggio due agenti di polizia penitenziaria, riuscendo quindi a rubare le chiavi delle celle in dotazione agli agenti, liberando così decine di carcerati. I due agenti di polizia sarebbero stati anche picchiati violentemente. La rivolta è iniziata intorno alle 19.30-20. I sindacati Uilpa e Sappe parlano di vera e propria “devastazione” con i carcerati che in questo momento si stanno picchiando tra di loro. Sarebbero in arrivo da San Vittore e Opera, agenti di rinforzo” (fonte: Fanpage) .

Il racconto della cronaca trova riscontro anche negli scambi avvenuti durante le visite:

Erano lì, lo vede? Sul tetto di quel padiglione (e indica l’edificio di due piani di fronte a noi). Erano tanti, praticamente tutto quell’edificio. Erano entrati nella MOF hanno preso le motoseghe e i martelli, e dicevano che volevano Barbara d’Urso, e negoziare l’indulto con lei. Dalle 19 di sera alle 5 del mattino hanno distrutto tutto. Un collega è rimasto bloccato nell’ascensore, perché hanno rotto i fari, ed è saltata la luce. Da fuori, molti detenuti gli urlavano “ti ammazziamo”. Poi, sono arrivati i rinforzi dei GOM, abbiamo negoziato la fine della rivolta. Delle persone coinvolte, solo un quarto sono state trasferite in altre carceri della regione. Ma tutti gli altri sono rimasti lì. E il giorno dopo, eravamo sempre gli stessi, noi e loro, a dover stare insieme, in un carcere distrutto, e a ristabilire l’ordine. I miei agenti avevano paura, alcuni sono in stress post-traumatico. Molti si sono messi in malattia. Non è semplice tornare, e spiegare che quello che è accaduto non è più possibile, non si dovrà ripetere” [Note di campo, Conversazione con un responsabile degli agenti della polizia penitenziaria, ottobre 2020]

Le violenze e le rivolte del 7 marzo, che hanno visto 99 detenuti raggiunti da avvisi di garanzia per devastazione e saccheggio e resistenza a pubblico ufficiale prima derubricate a percosse, con competenza al giudice di pace, ora in attesa di nuove indagini dopo la recente riapertura da parte del GIP violenza e autolesionismo.
Inoltre, a ridosso degli eventi Antigone è stata contattata da alcuni familiari di persone detenute nella Casa circondariale, che hanno riferito violenze e abusi, nonché trasferimenti arbitrari posti in essere nei giorni successivi alle proteste dell’otto marzo 2020. Secondo le segnalazioni raccolte, i detenuti avrebbero protestato anche per le omissioni nell’adeguamento dell’istituto alle misure di prevenzione. Le segnalazioni riportavano diversi abusi: secondo le ricostruzioni la polizia avrebbe usato violenza e umiliato diverse persone detenute, colpendole, insultandole, privandole di indumenti e lasciandole senza cibo. Ai detenuti trasferiti non sarebbe stato permesso di portare alcun effetto personale né di avvisare i familiari.
L’indagine inizialmente era stata archiviata dal Giudice di pace, ma i legali dei detenuti che avevano presentato le denunce, in collaborazione anche con l’associazione Antigone, avevano fatto opposizione all’archiviazione.
Come già sostenuto in precedenza (Ronco, Sbraccia e Verdolini, 2021; 2022) le rivolte hanno sempre a che fare con il controllo dello spazio carcerario (Useem, Piehl, 2008), indipendentemente dalle motivazioni specifiche che le originano. Si può qui forse ipotizzare che la minaccia esterna del Covid, unita al silenziamento dei contatti con l’esterno per ragioni di prevenzione sanitaria, abbia creato le condizioni materiali per la sommossa.
Per Matthews sembrerebbe che sia spesso il grado di privazione “relativa” piuttosto che “assoluta” ad essere critico. Spiegazioni delle rivolte, come le spiegazioni dei suicidi, devono partire da un riconoscimento dei contesti sociali, strutturali e istituzionali in cui hanno luogo, i meccanismi causali che li sostengono e i “trigger” che fanno scattare questi meccanismi.
Useem e Kimball (1989) sostengono che le rivolte in prigione avvengono quando le carceri entrano in crisi sistemica, il che implica l’incapacità dell’amministrazione penitenziaria di contenere le tensioni e disordini, combinata con il senso di ingiustizia per la propria condizione vissuto dai detenuti. In questo processo la presunzione di legittimità viene in frantumi e c’è un indebolimento dell’autorità amministrativa. In tale contesto, anche un singolo evento o una mancanza di sicurezza può portare alla rivolta (come nel caso dell’avvento della pandemia).
Sebbene alla rivolta siano seguiti trasferimenti e ristrutturazioni, l’evento conflittuale non ha rappresentato nella casa circondariale né l’occasione per intervenire sulle debolezze strutturali (allagamenti, riscaldamento inadeguato, assenza di acqua calda) né per modificare le relazioni tra detenuti e amministrazione. La situazione tra il 2020 e il 2021, oltre ad un oscillare costante dei contagi, si è caratterizzata per quella che Foucault chiamava “l’economia dei diritti sospesi”, ma al contempo in grado di mantenere i tratti dell’ “arte delle sensazioni insopportabili”.
Ne è riprova il susseguirsi di eventi critici. Nel mese di luglio, la cronaca denuncia le intemperie di 4 detenuti ubriachi, (il Giorno il 7 luglio 2021).
Nel mese di settembre 2021 la stampa locale registra un’aggressione rivolta alla direzione (14 settembre 2021). Tra il mese di ottobre e quello di dicembre in istituto commettono suicidio tre detenuti (vedi infra) e a questi eventi drammatici è seguito uno sciopero del carrello (14 dicembre 2021) e una successiva Interrogazione parlamentare su Pavia.
In tali giorni, si è svolta nell’istituto anche una visita del Garante Nazionale, che ha espresso parole severe nei confronti della situazione presente in istituto: “Lo stato di agitazione dei detenuti al carcere di Pavia e l’annunciato sciopero del carrello, poi rientrato, sono giustificati dalle gravi criticità che il Garante nazionale ha rilevato in una visita all’Istituto proprio in questi giorni. La visita di questi giorni ha trovato l’istituto in condizioni analoghe, se non peggiori, rispetto alla visita del 2017. L’impressione del Garante nazionale è stata di trovarsi davanti al rischio di un carcere abbandonato a sé stesso con carenze di personale e di gestione. Non ci sono a Pavia opportunità trattamentali e strumenti per rendere il tempo detentivo un tempo utile alla risocializzazione. All’estremo degrado di alcuni padiglioni si aggiungono le carenze di personale e risorse nell’area sanitaria. Per questo il Garante ha avuto un incontro con la Procura per segnalare, tra l’altro, l’allarme sul dato inaccettabile di tre suicidi in un mese”.

Gli psichiatri di fatto presenti in struttura sono soltanto 2, uno dei quali spesso è costretto a coprire i turni della guardia medica, il che impedisce di garantire un’adeguata assistenza psichiatrica ai tanti detenuti presenti nel carcere (o qui inviati) che presentano qualche forma di disagio psichico.

Qualunque aspetto della quotidianità detentiva incide tanto sulle condizioni di benessere e malessere personale (Ronco, 2018, Mosconi, 2005, Gonin, 1994), quanto, più in generale, sul benessere in senso globale della comunità carceraria (le relazioni, la socializzazione, il clima di vivibilità, ecc.). Condizioni strutturali, risorse a disposizione (umane, trattamentali e in termini di opportunità) e clima generale si intrecciano dunque e diventano tutti fattori che concorrono a determinare un degrado complessivo che si respira e percepisce in ogni spazio e interazione all’interno del carcere, come in una battuta amara rivolta da uno dei detenuti durante l’ultima visita: “La fortuna è che qui non vendono le corde nel sopravvitto, altrimenti saremmo tutti appesi per la disperazione”.
Come ha affermato Matthews (2009), sono tre i modelli possibili di gestione della vita detentiva da parte dei prigionieri. Il primo e più funzionale è il modello di Cooperazione o colonizzazione: in questo modo di adattamento i prigionieri mirano a tenersi fuori dai guai e a scontare la loro pena con il minimo di conflitto e stress, e con l’intenzione di lavorare per la loro prima data di rilascio.
In situazione di quiete, è uno dei modelli più diffusi e più funzionali, tanto per l’amministrazione quanto per le traiettorie soggettive dei detenuti. Un secondo modello, che ben descrive gli eventi narrati, è quello della Ribellione e resistenza: Questo può comportare il coinvolgimento in rivolte o disordini ad un estremo e forme di non cooperazione all’altro. La forma che assume la ribellione o la resistenza dipenderà dalle pressioni esercitate sui trasgressori, dal loro background e dalle loro esperienze e dalla misura in cui essi ritengono che la loro reclusione o il loro trattamento in prigione sia giusto ed equo.

Proprio per la composizione sociale della struttura, e per il fatto che le rivolte siano state appannaggio dei comuni, la tenuta e la forma delle proteste è uscita rapidamente indebolita, lasciando il passo ad un terzo modello, che si è registrato nella casa circondariale nel corso delle due osservazioni, ossia il modello del Ritiro: questo può assumere una serie di forme diverse, tra cui separazione fisica dagli altri detenuti, impegnandosi in gradi minimi di comunicazione, depressione, o automutilazione e suicidio. (Matthews, 2009, p. 53). E proprio per cambiare tale modello, che presenta molti più rischi e più sofferenze rispetto a quello conflittuale, che è necessario riflettere sugli effetti delle circuitazioni “omogenee” e sui rischi di sommare molteplici sofferenze in spazi fragili, proprio per evitare di preservare strutture penitenziarie che più che destinate alla rieducazione, si rispecchiano nella definizione dostoevskijana delle “case di morti che pur sono vivi”. Tuttavia, il carcere da solo non basta a trovare soluzioni, e questo caso evidenzia come un disinvestimento del territorio sul penitenziario non può che amplificare le conseguenze nocive della detenzione.

“La fortuna è che qui non vendono le corde nel sopravvitto, altrimenti saremmo tutti appesi per la disperazione”.

La questione sanitaria e gli eventi critici
Il carcere in questione è, inoltre, un luogo in grave sofferenza dal punto di vista sanitario, in cui si fa fatica, soprattutto dall’autunno 2021, a coprire i turni della guardia medica. Lo stesso direttore sanitario partecipa a tale copertura, per sopperire alle necessità organizzative. Dal 2017 nell’istituto è presente un reparto di articolazione di osservazione psichiatrica con 12 posti in celle singole, in cui operano uno psichiatra, uno psicologo, tre tecnici per la riabilitazione psichiatrica, due assistenti sociali e sei infermieri. La sezione è aperta e le persone qui detenute possono muoversi liberamente nel corridoio della stessa e in una saletta comune, entrambi però senza finestre e accesso di luce naturale, dove di fatto viene svolta la gran parte delle attività. Il reparto è affiancato da un reparto gemello, adibito al momento a gestione dei positivi covid ma che non ha mai funzionato a pieno regime. Un elemento di complessità del quadro è l’invio in questa struttura di molti detenuti provenienti da altri istituti della Regione che presentano problemi psichiatrici, per via della presenza di questa articolazione e di un numero elevato “sulla carta” di ore di presenza degli psichiatri (60 settimanali). Ore che tuttavia non risultano poi effettive: gli psichiatri di fatto presenti in struttura sono soltanto 2, uno dei quali spesso è costretto a coprire i turni della guardia medica, il che impedisce di garantire un’adeguata assistenza psichiatrica ai tanti detenuti presenti nel carcere (o qui inviati) che presentano qualche forma di disagio psichico.

La questione sanitaria e le sue carenze paiono costituire così l’ultimo anello che contribuisce ad accrescere il livello di tensione generale della struttura, in cui si concentra una quota altissima di sofferenze psichiche e sociali tra loro pericolosamente e drammaticamente intrecciate. Un malessere generalizzato e respirabile entrando nelle sezioni, che è culminato negli ultimi mesi del 2021 con tre suicidi avvenuti in tempi molto ravvicinati. Come riportato dalla stampa locale: “tre suicidi in un mese, di cui due in una settimana: per quanto siano insondabili le scelte delle persone che arrivino a togliersi la vita, e quindi oscena la presunzione di trarne facili correlazioni, non ci vuole un genio a capire che le tre morti fra il 25 ottobre e il 30 novembre (più un tentato suicidio) sono la punta di un iceberg di problemi serissimi nel carcere” (Luigi Ferrarella, Corriere della Sera, 2 dicembre 2021).

Ferma restando l’insondabilità di un gesto personale che va considerato nella sua complessità, l’eccezionalità di eventi così ravvicinati nel tempo e nello spazio richiede di tener conto di una pluralità di fattori “sistemici” entro cui quegli stessi eventi si sono registrati. La prospettiva ambientale sul tema dei suicidi in carcere (Liebling, 1992; Boraschi, Manconi, 2006; Buffa, 2012; Miravalle, Torrente, 2016) evidenzia, in contrapposizione alle letture più marcatamente medico-psichiatriche, la componente del “clima” dell’istituto come rilevante fattore da considerare per comprendere e gestire un fenomeno.

Bibliografia

Boraschi Andrea, Manconi Luigi (2006), “Quando hanno aperto la cella era già tardi perché…”. Suicidio e autolesionismo in carcere 2000-2004, Rassegna italiana di Sociologia, 1, pp. 117-150

Buffa Pietro (2012), Il suicidio in carcere: la categorizzazione del rischio come trappola concettuale ed operativa, Rassegna penitenziaria e criminologica, XV, 1, pp. 7-118

Gonin Daniel (1994), Il corpo incarcerato, Edizioni Gruppo Abele, Torino

Hancock Philip, Jewkes Yvonne (2011), Architectures of Incarceration: The Spatial Pains of Imprisonment, In Punishment & Society, 13 (5): 530-550.

Liebling Alison (1992), Suicides in Prison, Routledge, London

Manconi Luigi (2002), Così si muore in galera. Suicidi e atti di autolesionismo nei luoghi di pena, Politica del Diritto, XXIII (2), pp. 315-330

Matthews, Roger (1999), Doing Time: Introduction to the Sociology of Imprisonment, Palgrave Macmillan

Miravalle Michele, Torrente Giovanni (2016), La normalizzazione del suicidio nelle pratiche penitenziarie. Una ricerca sui fascicoli ispettivi dei Provveditorati dell’Amministrazione penitenziaria, Politica del Diritto, 1-2, pp. 217-258

Mosconi Giuseppe, (2005), Il carcere come salubre fabbrica della malattia, in G. Concato, G., S. Rigione, a cura di, Per non morire di carcere, FrancoAngeli, Milano

Ronco Daniela (2018), Cura sotto controllo. Il diritto alla salute in carcere, Carocci, Roma.

Ronco Daniela, Sbraccia Alvise, Verdolini Valeria, (2021) Salute, violenza, rivolta: leggere il conflitto nel carcere contemporaneo, ANTIGONE, 2/2020: 75-85.

Ronco Daniela, Sbraccia Alvise, Verdolini Valeria, (2022) Violenze e rivolte nei penitenziari della pandemia, in Studi sulla questione criminale 1/22, pp. 96-119.

Useem B., Kimball P. (1989), States of Siege: u.s. Prison Riots, 1971-1986, Oxford University Press, New York.

Useem B., Piehl A. M. (2008), Prison State: the Challenge of Mass Incarceration, Cambridge University Press, Cambridge.