Primo rapporto sulle donne detenute in Italia

Lo Sportello di Antigone a Pozzuoli: maternità e carcere

Lo Sportello di Antigone a Pozzuoli: maternità e carcere

Lo Sportello di Antigone a Pozzuoli: maternità e carcere

1024 576 Primo rapporto sulle donne detenute in Italia

Marco Colacurci

Lo Sportello di Antigone a Pozzuoli: maternità e carcere

Le mancanze di lavoro e servizi sociali e i più bassi livelli di istruzione penalizzano in modo particolare le donne, contribuendo ad alimentare quei fattori culturali che le identificano e definiscono nel ruolo di madri

Un incipit fuori fuoco1)

Lo sportello a tutela delle persone detenute presso il carcere femminile di Pozzuoli è stata la prima attività di Antigone Campania a cui ho preso parte. Introdotto da un’amica conosciuta negli anni universitari, ero stato a diverse assemblee e avevo avuto modo di conoscere i compagni che le animavano e, soprattutto, farmi conoscere da loro.
All’epoca, avevo appena terminato un dottorato di ricerca in diritto penale, con una tesi sulla responsabilità da reato degli enti, e mi approcciavo al lungo lavoro necessario a far diventare una tesi dottorale una monografia. Allo stesso tempo, cercavo un modo per superare la mia ignoranza sul carcere: non facevo l’avvocato, gli studi universitari al più approfondivano l’esecuzione penale, confinata all’esame, solitamente a scelta, di diritto penitenziario.
Così, quando dopo diversi mesi di assemblee avevamo discusso dei rinnovi delle autorizzazioni per fare il volontario allo sportello di Pozzuoli, avevo chiesto di inserirmi. Non sapevo bene cosa aspettarmi, anche se dalle discussioni degli altri avevo iniziato a farmi un’idea. Soprattutto, mi confortava sapere che avrei iniziato la mia esperienza da un istituto detentivo femminile: un carcere piccolo, in un ex convento tinteggiato di rosa a strapiombo sul mare, sembrava il posto adatto a un neofita come me.

La detenzione femminile come detenzione marginale

Potrei continuare e raccontare il primo impatto con l’istituto, i controlli all’ingresso, le storie e le problematiche affrontate, ma se ho deciso di accennare alla mia esperienza personale è solo per sottolineare come, nella mia (vecchia) percezione, la detenzione femminile era una realtà secondaria, marginale e tutto sommato meno complessa di quella maschile.
Chiaramente mi sbagliavo, ma credo sia giusto, nel cercare di parlare delle problematiche relative alla maternità in carcere, partire da un dato quasi scontato nella percezione comune, anche perché confortato dai numeri: le donne detenute sono in numero decisamente minore degli uomini, i reati per i quali sono condannate sono tendenzialmente meno gravi, e la gestione della quotidianità carceraria, perlomeno dal punto di vista della conflittualità con gli agenti di polizia e il personale amministrativo, appare più facile.
Questo pregiudizio informa, più di quanto ci si potrebbe aspettare, la realtà effettiva degli istituti femminili, tali per la loro composizione e non, invece, per una particolare architettura e organizzazione. A ben vedere, si tratta di un problema radicale, che concretizza una marginalità si potrebbe dire esistenziale della detenzione femminile, confinata in luoghi niente affatto pensati per svolgere questa funzione, e trattata allo stesso modo in cui è trattata la detenzione maschile, così finendo per sommare alle criticità croniche di quest’ultima criticità ulteriori.
In letteratura, si è da più parti rilevato come il carcere sia un istituto concepito essenzialmente al maschile, con riflessi particolarmente negativi sulle condizioni delle donne detenute, sia in caso di sezioni femminili in carceri maschili sia in istituti interamente femminili2). Sono molteplici i fattori che spingerebbero, invece, a una differenziazione, individuati a partire da una prospettiva anzitutto criminologica: si rileva, infatti, come la criminalità femminile riguardi in misura preponderante reati non violenti, a cui sono associate pene detentive dalla durata più breve3).
Ancora, si è osservato come le donne che entrano nel circuito penitenziario abbiano subito più frequentemente rispetto agli uomini esperienze pregresse di abusi e violenza. A questo dato si associa, altresì, un livello di istruzione mediamente più basso e una maggiore instabilità lavorativa. Inoltre, diversi studi hanno evidenziato come l’esperienza detentiva abbia un impatto più negativo sulle donne dal punto di vista della salute mentale, un aspetto che va a sommarsi con le specifiche necessità legate alla tutela della salute fisica della donna4).
Da tutto ciò si fa discendere la necessità di immaginare spazi e pratiche che tengano conto del femminile all’interno del carcere, in modo da sottrarlo a quella dimensione di subalternità rispetto al maschile che ad oggi lo caratterizza5).
Considerazioni che, a ben vedere, si intrecciano con quelle, più generali, dirette a conseguire una maggiore individualizzazione del trattamento, in modo da perseguire in maniera più efficace gli obiettivi di rieducazione e risocializzazione che come noto la nostra Costituzione assegna alla pena. Riflettere, dunque, sulla detenzione femminile e sulla maternità in carcere come condizione di minoranza o subalternità significa ribadire la necessità di un miglioramento della detenzione per tutte le persone recluse, a partire da loro bisogni e necessità individuali6).

Una volta in carcere: madre e non più madre

Prima di mettere piede in un carcere avevo l’idea di un’istituzione monolitica, retta su meccanismi di applicazione anche ottusa ma irresistibile della legge. Già dopo pochi mesi, invece, la percezione era del tutto differente: il carcere mi sembrava il regno della schizofrenia e dell’irrazionalità.
La pena non è mai uguale a se stessa, differisce a seconda non soltanto del circuito trattamentale in cui la persona detenuta è collocata, ma da variabili molto spesso al di fuori del suo controllo. Un caos speculare a quello che può essere sperimentato all’esterno, nella crisi stabile dello Stato sociale di diritto, centuplicato nel momento in cui si insinua all’interno della prigione.
Tra le varie criticità, quelle legate alla gestione della maternità in carcere appaiono paradossali, soprattutto se osservate da una prospettiva meridionale, dove le mancanze di lavoro e servizi sociali e i più bassi livelli di istruzione penalizzano in modo particolare le donne, contribuendo ad alimentare quei fattori culturali che le identificano e definiscono nel ruolo di madri7). Se il mondo all’esterno del carcere assegna alla donna, volente o nolente, soprattutto il ruolo di madre, quello all’interno non si preoccupa più di questo aspetto, o, al limite, lo utilizza in chiave punitiva.
Come spiega meglio Francesca Bonassi nel contributo che segue, infatti, la donna reclusa è punita due volte, per aver violato la norma penale e quella sociale. Ma in che modo si articola questa relazione tra il carcere e le donne? E come si traduce tutto ciò sulla maternità? Per provare a guardare a questi elementi, si può fare riferimento a tre diversi movimenti, utili a descrivere, appunto, il rapporto tra le donne, la maternità e il carcere.

Primo movimento. Verso il carcere

Alle persone che decidono di rivolgersi allo sportello non chiediamo il reato per cui si trovano in carcere, ma spesso si finisce per parlarne. I reati più diffusi, almeno nella mia esperienza, sono quelli contro il patrimonio e in materia di sostanze stupefacenti, questi ultimi il più delle volte contestati in forma associativa. Si tratta di un campione piuttosto rappresentativo del trend nazionale, e non solo femminile, della composizione della popolazione carceraria per tipologia delittuosa commessa.
In particolare, i reati in tema di droga sono quelli raccontati più spesso da una prospettiva per così dire materna: non è insolito che le donne siano condannate per aver tenuto in casa e/o nascosto le sostanze vietate in modo da aiutare l’attività del figlio o del marito. Erano dunque condotte realizzate anche in quanto madri: cos’altro avrebbero potuto fare – chiedevano più a loro stesse che a me, mentre ne parlavano. Sottrarsi al proprio ruolo non sembrava un’opzione praticabile.
La circostanza per cui il più delle volte questi reati sono contestati come fattispecie associative rafforza l’idea di un reato “da ruolo”: con il rischio di scontare un’eccessiva generalizzazione, si tratta di ipotesi che, nell’anticipare la rilevanza penale di determinate condotte, puntano dritte ai legami che fondano i consorzi familiari, in primo luogo di sangue. La qualificazione operata dalla magistratura ratifica questo dato.
Talvolta, dunque, la maternità è una condizione che può spingere la donna verso il carcere. Non è un tradimento del ruolo, ma una conferma. Certo, si tratta di ipotesi marginali sotto l’aspetto statistico, ma utili ad aggiungere un punto di vista ulteriore alla relazione tra maternità e carcere8).

Le difficoltà per le madri di mantenere rapporti saldi con figli e familiari sono enormi

Secondo movimento. Dentro il carcere

L’assenza di considerazione per la maternità si manifesta nella maniera più marcata, com’è ovvio, all’interno del carcere, durante la detenzione, e assume forme molteplici.
Si tratta di criticità che, a ben vedere, incidono in generale sul rapporto genitoriale in quanto tale, e che dunque abbracciano anche la relazione padri-figli. Da un punto di vista normativo, tuttavia, va sottolineato come sovente la tutela apprestata dalla legge è rivolta in primo luogo alla madri, e solo in subordine ai padri9). Inoltre, e soprattutto, gli elementi dapprima evidenziati, inerenti al differente background criminologico delle detenute madri, all’impatto apparentemente più gravoso della carcerazione sul loro benessere psico-fisico, nonché al ruolo di cura della famiglia culturalmente assegnato alla donna, sollecita a guardare a tali problematiche principalmente dall’angolazione della detenzione femminile.
Le difficoltà per le madri di mantenere rapporti saldi con figli e familiari sono enormi, a partire dai colloqui, con il carcere spesso difficilmente raggiungibile con i mezzi pubblici anche dalla vicina città di Napoli, e la necessità per i figli di saltare giorni di scuola per andare a far visita alle madri. L’assenza di stanze per l’affettività, inoltre, sottrae un luogo in cui poter trascorrere del tempo anche solo all’apparenza “normale”, assegnando agli incontri durante i colloqui quella rigidità tipica dell’istituzione che li ospita.
Ancora, il legame tra carcere e terzo settore, e le disfunzioni che lo caratterizzano ad esempio in tema di affidamento al lavoro, emergono con ancora più nitore nel momento in cui si riflettono negativamente su persone, come le madri, che ambiscono a contribuire al mantenimento della propria famiglia.
Molto spesso, all’ingresso in carcere corrisponde il venir meno della potestà genitoriale. Questo avviene tutte le volte in cui all’esterno non ci sono persone che possano occuparsi del minore, che viene affidato a una famiglia disposta ad accoglierlo. Spesso, durante lo sportello, mi è capitato di ascoltare i racconti di donne, soprattutto straniere, delle loro visite ai propri figli in casa di altre famiglie, nel tempo rapido dei permessi.
Gli esempi potrebbero essere tanti, e le soluzioni, in verità, non così difficili da immaginare e realizzare: più permessi, rafforzamento delle misure alternative, individuazione di spazi idonei ad accogliere i familiari delle persone detenute, maggiore utilizzo degli strumenti tecnologici, già peraltro sperimentati in costanza di pandemia, per permettere una maggiore costanza dei rapporti.

Terzo movimento. “Intorno” al carcere

L’ultimo movimento concepisce il carcere – in maniera probabilmente non molto originale – come un muro, un ostacolo su cui si infrange il desiderio di maternità. Nel riflettere, infatti, sui rapporti tra maternità e carcere, è necessario considerare anche come la detenzione impatti sulle aspettative di genitorialità.
È una questione anzitutto pratica, che si ricollega alla mancanza delle stanze per l’affettività e che riguarda sia la detenzione femminile che quella maschile. Il tema del sesso in carcere, sebbene dibattuto da tempo, è ancora trattato dall’opinione pubblica con un misto di sempreverde logica securitaria e inedito voyeurismo penitenziario, come la fantomatica vicenda delle casette del sesso, venuta alla ribalta la scorsa estate, dimostra.
Ancora una volta, l’inerzia del legislatore italiano su tematiche solo alle nostre latitudini ritenute “scivolose” – a differenza di quanto accade nella maggioranza degli Stati occidentali – potrebbe essere in parte superata dall’azione della Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi sulla questione sollevata dal Tribunale di Spoleto in merito all’art. 18 ord. pen., nella parte in cui appunto non garantisce il diritto alla sessualità dei detenuti10).
Diritto alla sessualità che inevitabilmente si riflette su quello alla famiglia: la possibilità per le donne detenute di diventare madri spesso dipende dall’accesso a forme di fecondazione assistita, e dunque dal corretto funzionamento della sanità in carcere. La Corte di Cassazione da tempo si è pronunciata sul punto, chiarendo che la tutela della salute delle persone detenute abbraccia anche l’accesso a tali tecniche (si vedano le sentt. nn. 7791/2008 e 46728/2011). Tuttavia, vi si può fare ricorso solo qualora sussistano i presupposti previsti dalla legge, dunque in presenza di malattie che impediscono la procreazione, tra cui non rientra la detenzione in sé11).
Già da questa brevissima rassegna emerge il modo in cui il carcere nega e “opacizza” il diritto alla maternità, rinunciando a tutelarlo sia in costanza di genitorialità sia a livello soltanto potenziale. Come spesso accade quando si discute di carcere e riforme, alle prospettive radicali di un suo superamento si affiancano quelle, considerate più realistiche, che puntano a interventi mirati, in grado almeno nell’immediato di assicurare un miglioramento delle condizioni detentive.
Le soluzioni per tutelare in maniera più incisiva il diritto alla maternità delle donne detenute si intrecciano con interventi di più ampio respiro, di cui dovrebbe poter beneficiare l’intera popolazione detenuta. Servirebbe solo il coraggio di attuarle, nell’attesa di ripensare radicalmente al carcere in quanto tale12).

References

References
1 Quando abbiamo deciso di contribuire al rapporto annuale di Antigone, quali volontari dello sportello dei diritti delle persone detenute attivo presso il carcere femminile di Pozzuoli ci siamo confrontati a lungo su quale questione affrontare. Il tema della maternità si è imposto a partire dai racconti delle esperienze raccolte da ciascuno di noi, sebbene le problematiche emerse durante il dibattito fossero tante, dal sopravvitto alla condizione delle celle, dal regime trattamentale delle sex offenders alle difficoltà (e alla casualità) per le persone detenute di ottenere l’affidamento al lavoro. Quello della maternità ci è apparso sin da subito un tema “scomodo”, e non tanto perché rischiava di ribadire l’equazione tra donna e madre, come se fosse l’unico o il principale argomento di cui discutere nel momento in cui ci si occupa della detenzione femminile, ma perché eravamo consapevoli della complessità della questione, e del rischio di non essere in grado di dominarla. Così, abbiamo deciso di raccontare la nostra esperienza, in tempi e modi diversi, nel carcere femminile di Pozzuoli, cercando di restituire almeno in parte quello che abbiamo compreso e che ci è stato raccontato in questi anni. Quelli che seguono sono due brevi contributi di due dei volontari del gruppo, numeroso, che da circa 4 anni anima lo sportello.
2 Nel 2010, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato le United Nations Rules for the Treatment of Female Prisoners and Non-Custodial Measures for Women Offenders (Resolution A/RES/65/229), anche conosciute come le “Bangkok rules”, che prevedono appunto una serie di indicazioni e line-guida per ridurre le misure detentive custodiali nei confronti delle donne e per garantire i loro diritti all’interno della prigione. Sul tema, v. ad es. in P.H. Van Kempen –  M. Krabbe (eds.), Women in Prison. The Bangkok Rules and Beyond, Intersentia, Cambridge, 2017.
3 Per un’analisi di taglio criminologico sulla criminalità femminile nella letteratura interna, v. di recente C. Pecorella (a cura di), La criminalità femminile. Un’indagine empirica e interdisciplinare, Mimesis, Milano-Udine, 2020.
4 V. ad es. il rapporto della World Health Organization, redatto in collaborazione con il Swiss Federal Office for Public Health, l’International Committee of the Red Cross, il Pompidou Group of the Council of Europe, e il United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), dal titolo Prison and Health, 2014, spec. p. da 159 a 164. Con riferimento all’esperienza italiana e alle criticità della tutela del benessere psico-fisico della donna all’interno del carcere, L. Baccaro, Carcere e salute, Sapere edizioni, 2003, spec. p. 80 ss.
5 Per un ripensamento delle strutture carcerarie destinate a ospitare detenute donne, v. ad es. A. Garcia Basalo, The design of women’s prison. An architectural perspective on gender-specific needs and realities of female prisoners and main requirement for improvement, in P.H. Van Kempen –  M. Krabbe (eds.), Women in Prison, cit., p. 161 ss. Nella letteratura interna, F. Giofrè – P. Posocco (a cura di), Donne in carcere. Ricerche e progetti per Rebibbia, Lettera Ventidue, Siracusa, 2020-
6 T. Pitch, La detenzione femminile: caratteristiche e problemi, in Aa. Vv., Donne in carcere. Ricerca sulla detenzione femminile in Italia, Feltrinelli, Milano, 1992, disponibile anche in http://www.ecn.org/filiarmonici/pitch1992.html. Nello scritto in questione, l’Autrice, dopo aver “assunto”, ossia dato per presupposto, la differenza tra la detenzione femminile e quella maschile, quale punto di partenza dell’indagine contenuta nel volume collettivo, evidenzia come il focalizzare l’attenzione sui percorsi istituzionali delle detenute donne possa “non solo condurre a una riflessione su come si declina la detenzione per le donne (qualità e quantità delle risorse loro destinate, criteri della distribuzione di queste risorse ecc.), ma fornire indizi per una riflessione sulla pena detentiva, in primo luogo per le donne, e poi, a partire da loro, anche per gli uomini”.
7 Ad es.: www.istat.it/it/files/2022/10/Livelli-di-istruzione-e-ritorni-occupazionali-anno-2021.pdf.
8 Sul ruolo della donna all’interno delle associazioni criminali, a partire da una recente indagini empirica avente ad oggetto la giurisprudenza del Tribunale di Milano, G. Pepè, La partecipazione delle donne alle associazioni a delinquere, in C. Pecorella (a cura di), La criminalità femminile, cit., p. 81 ss.
9 Per una panoramica degli istituti in materia, v. D.M. Schirò, voce Detenute madri, in Dig. disc. pen., Utet, Milano, 2016, p. 242 ss. V. anche A. Lorenzetti, Maternità e carcere: alla radice di un irriducibile ossimoro, in Quest. giust., 2/2019, disponibile in www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/maternita-e-carcere-alla-radice-di-un-irriducibile-ossimoro_660.php.
10 Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, dott. Fabio Gianfilippi, ord. 12 gennaio 2023 (ud. 14 dicembre 2022), n. 23, in www.giurisprudenzapenale.com, con nota di F. Martin, Carcere e sessualità: nuovi spiragli costituzionali, 23 gennaio 2023.
11 Sul punto, v. di recente M.P. Iadicicco, Detenzione e nuovi diritti. Il controverso inquadramento delle istanze connesse all’affettività e alla sessualità nell’esecuzione penale, in Bio Law J., n. 4/2022, spec. pp. 170-172.
12 Per una prospettiva di progressivo “smantellamento” del carcere a partire da interventi “mirati” diretti a correggere distorsioni e disfunzioni relative a particolari categorie di persone detenute o a determinati istituti v. S. Anastasia, V. Calderone, L. Manconi, F. Resta, Abolire il carcere, Chiarelettere, Roma, 2015.