Ventesimo rapporto sulle condizioni di detenzione

Viaggio nelle colonie penali della Sardegna

Viaggio nelle colonie penali della Sardegna

Viaggio nelle colonie penali della Sardegna

1024 538 Ventesimo rapporto sulle condizioni di detenzione

di Patrizio Gonnella e Susanna Marietti 1)

Viaggio nelle colonie penali della Sardegna

In Sardegna l’isolamento del detenuto vale triplo

Era il 1998 quando – per volontà di Sandro Margara, indimenticato giudice di sorveglianza e capo dell’amministrazione penitenziaria – il carcere dell’Asinara chiuse in via definitiva. Poco meno di vent’anni prima, il 2 ottobre 1979, c’era stata la rivolta nella sezione speciale Fornelli. Altri tempi, quando le carceri erano i luoghi della repressione della lotta armata. Oggi l’isola dell’Asinara è visitata da turisti e il carcere di massima sicurezza è per fortuna solo parte del racconto delle guide locali. Strano posto la Sardegna per chi ha a che fare con il sistema delle prigioni. Forse l’unica tra le regioni italiane che non presenta rischi di sovraffollamento: i detenuti, rinchiusi in dieci istituti penitenziari, sono 2.070, un numero inferiore ai 2.617 posti calcolati per definirne la capienza regolamentare. E, se non fosse per la pratica di spostare dal continente un numero significativo di detenuti stranieri con pochi legami sul territorio, sarebbero ancora di meno.

La Sardegna sconta il suo essere isola. Ce ne siamo accorti in questi giorni in cui siamo in giro a visitare le carceri della regione.

La Sardegna sconta il suo essere isola. Ce ne siamo accorti in questi giorni in cui siamo in giro a visitare le carceri della regione. Non ci vogliono andare i direttori – oggi sono solo in tre, a dover gestire circa tre carceri a testa -, sono pochi i sottufficiali di Polizia Penitenziaria, scarseggiano gli educatori. Si vede però una luce in fondo al tunnel: a fine ottobre verranno immessi in servizio 57 nuovi giovani direttori. Alcuni andranno a riempire i vuoti gestionali della Sardegna.

L’isolamento è una delle parole chiave nella vita carceraria sarda. Era il 2014 quando furono inaugurate alcune nuove carceri, tra cui Cagliari e Tempio Pausania. Fu deciso di ubicarle lontano dai centri storici e dagli abitati. Per chi ama la natura è affascinante ammirare i fenicotteri che circondano il carcere cagliaritano di Uta o perdere lo sguardo tra le colline di Nuchis vicino Tempio. Ma la lontananza dalle città produce desertificazione sociale. Rende complesso costruire ponti tra dentro e fuori, immergere il carcere in un tessuto relazionale che possa dare qualche significato al periodo detentivo. Si sconta così un doppio isolamento: quello isolano e quello della pianificazione urbana.

Ma viaggiando per le carceri italiane si incontrano tanti detenuti isolati. Accade per le più varie ragioni: motivi sanitari, perché non si interferisca con i processi, per motivi disciplinari, su presunta scelta volontaria. Oppure perché condannati alla pena dell’isolamento diurno.

Ce n’è poi un terzo, quello classico usato da sempre nelle galere. Un isolamento tragico. Le scene di Steve McQueen che in “Papillon” cerca strategie per non impazzire ci danno un’immagine cinematografica di quanto le ricerche mediche hanno confermato negli anni: l’isolamento fa male, l’isolamento porta al disadattamento, allo squilibrio, alla follia. Ma viaggiando per le carceri italiane si incontrano tanti detenuti isolati. Accade per le più varie ragioni: motivi sanitari, perché non si interferisca con i processi, per motivi disciplinari, su presunta scelta volontaria. Oppure perché condannati alla pena dell’isolamento diurno. Nel carcere di Tempio Pausania erano in due in questa situazione. L’articolo 72 del codice penale prevede che ai pluriergastolani si aggiunge la pena dell’isolamento diurno che può arrivare fino a tre anni. Un’eternità capace di devastare la psiche di chiunque. Una pena nella pena, che dovremmo considerare una condizione di vero e proprio maltrattamento. Le cosiddette Mandela Rules delle Nazioni Unite ci dicono che la durata massima dell’isolamento non deve superare i 15 giorni. La modalità di esecuzione è poi molto, troppo diversa da carcere a carcere: si interpreta l’isolamento diurno come agganciato all’alba e al tramonto, o alle ore lavorative, o ancora come sconfinante nella notte in un isolamento totale. Una pena produttiva solo di sofferenza, sganciata da ogni istanza di reintegrazione sociale, evidentemente diseguale, in relazione alla quale si attende che un giorno qualche giudice sollevi la questione di costituzionalità.

In qualcosa le carceri sarde sono ben simili a tutte le altre: nell’essere diventate contenitori degli esclusi dal welfare, di quelle persone di cui nessuno (società, famiglia, servizi) vuole farsi carico. La sofferenza psichica si tocca con mano. Gli operatori raccontano storie di abbandono, solitudine, malattia, dipendenze che paiono senza speranza. È a queste persone che spesso tocca l’isolamento. A differenza dei detenuti più strutturati dal punto di vista criminale, loro non sanno farsi la galera. Entrano in conflitto con il personale, sono abbandonati nelle sole mani di chi li deve custodire. Gli occhi di alcuni poliziotti sono occhi disarmati. Sono lasciati soli nell’affrontare casi complicatissimi. Ma l’isolamento non può mai essere la giusta risposta. Proprio su questa consapevolezza, Antigone sta lavorando, insieme a Physiciens for Human Rights Israel, a linee guida su scala mondiale su alternative dall’isolamento carcerario.

A Tempio, carcere interamente dedicato all’alta sicurezza, sono una trentina i detenuti iscritti all’Università di Sassari.

Tra gli ergastolani a Tempio Pausania c’è Marcello Dell’Anna, in carcere da trentadue anni, una storia di emancipazione sociale prodotta dall’impegno universitario. Ha conseguito ben tre lauree, scrive importanti articoli sul carcere e la pena, ha portato avanti un percorso che dovrebbe sfociare in qualche possibilità alternativa al carcere al fine di guardare a un pieno riavvicinamento alla società. Dell’Anna è un buon esempio di ricostruzione di una biografia nel segno della trasformazione culturale. A Tempio, carcere interamente dedicato all’alta sicurezza, sono una trentina i detenuti iscritti all’Università di Sassari. Girando per le celle, ben tenute, si vedono i pc che i detenuti possono utilizzare nello studio (anche se non collegati in rete). L’Italia ha una sua buona prassi: l’impegno di molte Università per offrire un’occasione di studio qualificato. Esiste una Conferenza dei delegati dei rettori per i poli universitari in carcere. L’educazione e la cultura sono straordinari fattori di emancipazione sociale. Nel carcere di Tempio è presente anche una sezione del liceo artistico ‘Fabrizio De Andrè’. “Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, cantava Faber. Siamo tutti coinvolti. Nessuno escluso.

Colonie penali sarde, open to meraviglia

«Purtroppo, nella condizione in cui devo vivere, i capricci nascono da soli: è incredibile come gli uomini costretti da forze esterne a vivere in modi eccezionali a artificiali sviluppino con particolare alacrità tutti i lati negativi del loro carattere» (Antonio Gramsci in Lettere dal carcere). Gramsci era nato ad Ales, un piccolo paese che si attraversa arrivando da ovest alla colonia penale di Isili, aperta nel 1878, qualche anno prima della nascita del fondatore del Partito Comunista d’Italia. Nello sguardo e nel linguaggio profondi, autentici e mai banali di chi deve garantire la sicurezza della colonia, si percepisce la stratificazione della storia difficile di quei luoghi. Si ha anche la fortuna di poter intravedere una copia (rigorosamente in pdf, in quanto il giornale non si trova purtroppo nell’isola) del Manifesto.

Quella delle colonie penali è una storia ottocentesca. Non sono molti gli studi che ripercorrono le tappe della loro nascita, evoluzione, progressiva dismissione. Di certo – spiegava Guido Neppi Modona, a cui si deve la più ricca ricostruzione della storia carceraria italiana – le finalità rieducative, seppur proclamate, stentavano a essere raggiunte: “basti pensare”, scriveva “alle condizioni di vita cui erano costretti i condannati e, con loro, le guardie carcerarie: nelle colonie, collocate appunto in terreni incolti e malarici […] la malaria e le disastrose condizioni igieniche mietevano vittime in altissima percentuale, con picchi di mortalità dall’8 al 10% e di infermità dal 30 al 40%, secondo quanto dichiarato dallo stesso direttore generale delle carceri Beltrani Scalia in una relazione del 1891”.

Sono quattro le colonie penali ancora attive in Italia, di cui una nell’isola di Gorgona e tre in Sardegna, a Is Arenas, a Mamone e appunto a Isili.

Sono quattro le colonie penali ancora attive in Italia, di cui una nell’isola di Gorgona e tre in Sardegna, a Is Arenas, a Mamone e appunto a Isili. Spazi enormi, terra coltivata, bestiame da allevare, attività di trasformazione come caseifici o macelli per confezionare prosciutti e salami. Le tre colonie sarde, che abbiamo visitato nei giorni scorsi, meriterebbero di non essere censite solamente da Antigone ma anche da Slow Food o dal Gambero Rosso. Così come da Lonely Planet, trattandosi di posti straordinari dal punto di vista paesaggistico che meriterebbero di divenire percorsi di turismo sociale.

La colonia penale di Mamone si estende per 2.700 ettari tra le montagne. Ha al suo interno un vero e proprio paese, ormai abbandonato. Fino agli anni Ottanta ci vivevano famiglie del personale, c’era la scuola, l’ufficio postale, il parco giochi. Adesso tutto cade a pezzi. Sembra di entrare sul set cinematografico di un film apocalittico. Il pensiero del Ministero della Giustizia non arriva fino a qua. Si percepisce che questa piccola comunità di poliziotti, operatori, detenuti va avanti da sola, con le proprie strategie di vita che si snodano lungo la progressiva decadenza delle strutture. Fino a qualche anno fa venivano organizzate escursioni dalla costa, con degustazioni del vino – che non si produce più – e degli altri prodotti della colonia. Oggi le bellissime botti di legno nella grande cantina a volte dove ciò avveniva sono coperte da polvere e ragnatele. Tutto è fermo, immobile, nonostante la voglia e l’impegno del personale che vorrebbe rompere l’isolamento montano del luogo. A Is Arenas la colonia arriva invece fino al mare, ma la solitudine è la stessa. Un mare meraviglioso che è però sottratto alla possibilità di balneazione per i detenuti.

Lavorano i campi, allevano gli animali, si muovono per gli spazi enormi della colonia senza essere marcati a uomo da un agente di polizia penitenziaria.

Sono poco più di 300 i detenuti che vivono nelle tre colonie penali sarde. La loro esperienza detentiva non è minimamente assimilabile a quella di una carcerazione tradizionale. Lavorano i campi, allevano gli animali, si muovono per gli spazi enormi della colonia senza essere marcati a uomo da un agente di polizia penitenziaria. Tornano in cella quando si fa sera. Riescono a guadagnare intorno a 600 euro al mese che consentono loro di aiutare le famiglie lontane. I tre quarti dei detenuti sono stranieri, selezionati sulla base di una loro ‘affidabilità’ penitenziaria. Sono escluse persone con problemi di dipendenze da droghe o affette da malattia psichica o fisica. Il detenuto nelle colonie penali deve essere prima di tutto un buon detenuto e poi anche un buon lavoratore. Al primo sgarro verrà mandato via. Deve sapere inoltre che perderà i contatti con il mondo esterno. I colloqui con i familiari si estinguono quasi del tutto, così come i rapporti con i volontari. Troppo difficile arrivare a Mamone, 45 minuti di tornanti dal piccolo comune di Siniscola.

È una sorta di patto: si guadagna libertà di movimento e aria aperta e si perde in termini di relazioni. Un patto che tuttavia si potrebbe cercare di riscrivere, aumentando la presenza della società esterna nelle tre colonie penali sarde. Per fare solo il primo esempio che viene in mente: favorendo contatti con chi potrebbe valorizzare il pecorino prodotto a Isili o gli insaccati di Is Arenas o inserendo i luoghi all’interno di percorsi di turismo responsabile.

Quando si esce dalla visita a una delle tre colonie è impossibile non farsi questa domanda: se mi arrestassero, preferirei vivere in una cella affollata di un carcere metropolitano, tra urla di persone che chiedono la terapia ma con la possibilità di avere colloqui con i miei cari, oppure avere la libertà di girare per campi, mungere mucche, allevare maiali, guadagnare qualche centinaia di euro, ma vedendo sempre e solo le stesse persone, siano detenuti, operatori, poliziotti?

Il modello penitenziario italiano è oggi in grande sofferenza. Nel solo 2023 si sono contati nelle carceri 88 morti, di cui 41 per propria mano suicida. È un modello che produce sofferenza, e a volte morte, per i detenuti e che non promuove il benessere del personale penitenziario, in particolare quello di polizia. Anche a loro bisognerebbe chiedere cosa pensano del sistema di vita nelle colonie, se sia per loro più o meno stressante, più o meno gratificante, se sia più o meno conforme alle norme costituzionali.

Ciascuna delle tre colonie penali sarde è oggi senza un direttore stabile. Il mese della svolta sarà probabilmente il prossimo novembre, quando ad ognuna ne verrà assegnato uno di ruolo. Si usi quest’occasione per pianificare il futuro delle colonie, ridare loro slancio produttivo, connetterle al territorio, rompere l’isolamento, far conoscere i prodotti della terra carceraria sarda, aprire al mondo di fuori. Non si deve più costringere alla scelta tra i corpi ammassati nelle sezioni o la vita sospesa e irreale in un bosco incantato lontano da ogni sguardo.

Quei dimenticati nella colonia. A Isili dai «delinquenti abituali»

In Sardegna, nascosto da qualche parte, c’è un evaso. Oppure no: forse ha già lasciato l’isola, chissà con quale mezzo, e ha raggiunto il continente. Non si hanno più notizie da quando, lo scorso 25 febbraio, si è calato con le lenzuola annodate lungo il muro del carcere di Nuoro ed è scappato via correndo. In internet gira mille volte il filmato. Di lui si sente parlare, aleggia nell’aria. Non capita spesso di evadere. Ma, soprattutto, non capita quasi mai di non venire riacciuffati nelle ore immediatamente successive all’evasione. Lo nominano gli operatori delle carceri che visitiamo, lo nominano i nostri colleghi della sede locale di Antigone, lo nomina l’albergatore dove alloggiamo quando ci chiede cosa facciamo in Sardegna.

Abbiamo una prova concreta della sua influenza quando arriviamo in una delle tre colonie penali sarde. Ci accompagna nella visita il comandante della polizia penitenziaria. È molto tempo che è qui? No, non ha la memoria storica dell’istituto, sono altri operatori che ci raccontano cosa accadeva negli anni passati. Sono solo pochi mesi che il comandante è arrivato in questa colonia isolata e lontana da tutto. Prima era in servizio a Nuoro.

È una pratica tanto ipocrita quanto consueta in ambito carcerario. Nessuno è responsabile delle grandi falle del sistema, della recidiva alle stelle, delle morti in cella, dell’assenza di attività o delle strutture fatiscenti, ma di fronte al singolo evento di cronaca deve esserci sempre un singolo nome da additare, punire, trasferire.

Una trentina scarsa di loro non è lì a scontare una pena. Non sono detenuti. Si chiamano piuttosto ‘internati’

Le tre colonie penali della Sardegna non sono tutte uguali tra loro. Is Arenas e Mamone si estendono su un territorio molto più vasto, quasi tremila ettari, e tutti i detenuti che vi lavorano hanno una condanna definitiva da espiare. Isili è circondata da meno terreno e le persone che ospita non sono omogenee dal punto di vista giuridico. In tutto non raggiungono il centinaio, nonostante i posti disponibili sarebbero centotrenta. Una trentina scarsa di loro non è lì a scontare una pena. Non sono detenuti. Si chiamano piuttosto ‘internati’ e sono in carcere in quanto sottoposti a una misura di sicurezza detentiva. Questa può generarsi in due modi: o in seguito a una qualche violazione delle prescrizioni legate alla libertà vigilata oppure in quanto il magistrato ha deciso che la persona in questione è un delinquente abituale, professionale o per tendenza. In questo caso, dopo aver finito di scontare la pena della reclusione che le è stata comminata alla fine del processo, non sarà libero di uscire dal carcere ma dovrà invece fermarsi in cella per un’aggiunta di detenzione non più legata al fatto commesso bensì alla sua propria natura più intima. È un delinquente in sé, non per quel che ha compiuto. La società sarebbe danneggiata dal suo ritorno in libertà e quindi il codice fascista del 1930 ha previsto uno strumento atto a lasciare al giudice le mani libere per tenerlo dietro le sbarre a proprio piacimento, a prescindere da eventi concreti oggettivi.

I delinquenti abituali, professionali o per tendenza, ci dice l’articolo 215 del codice penale, vengono assegnati a una casa di lavoro o a una colonia agricola. Il carcere di Isili è il solo in Italia – se si esclude una piccola sezione con sei posti a Barcellona Posso di Gotto, in Sicilia, aperta un anno fa – ad avere una sezione di colonia agricola. Se dunque quando parliamo di colonia penale usiamo un’espressione informale, superata, che non ha corrispettivo formale nell’ordinamento attuale e sta solo a indicare un modello di vita detentiva quotidiana aperto e improntato al lavoro nei campi, se parliamo di colonia agricola stiamo invece facendo riferimento a un preciso istituto del codice italiano.

Nella sezione colonia agricola di Isili, la vita non è come nel resto delle colonie penali. Le celle sono perlopiù chiuse. L’aria è cupa. La presenza di patologie – assenti quasi per definizione nel resto del carcere, essendo la buona salute fisica e psichica uno dei requisiti per poter essere ammessi a Isili, Is Arenas, Mamone – ha qui un peso importante. Camminando lungo la sezione vediamo un giovanissimo ragazzo immigrato disteso sul letto. Potrebbe dormire, semplicemente. Se non fosse che il corpo è scosso da un tremito diffuso e ininterrotto. Più avanti c’è un altro giovane uomo. È seduto sullo sgabello della sua cella, ci sorride di un sorriso infantile e ci saluta muovendo la mano. Non possono farlo uscire, ci spiegano, perché è un esibizionista. Se si trova in stanza con altri si abbassa i pantaloni e mostra a tutti le parti intime. E poi, ancora tra gli internati di Isili, c’è chi non si lava da anni perché sostiene di appartenere a una religione che lo proibisce, e la sua cella, dalla quale non vuole mai uscire, è un luogo di frontiera ormai inaccessibile a chiunque altro.

Solitudini su solitudini, gli internati sono gli esclusi degli esclusi. Ne sono consapevoli gli operatori, i poliziotti penitenziari, che si adoperano in tutti i modi per inventare una speranza in quelle vite ufficialmente dimenticate dal sistema.

Solitudini su solitudini, gli internati sono gli esclusi degli esclusi. Ne sono consapevoli gli operatori, i poliziotti penitenziari, che si adoperano in tutti i modi per inventare una speranza in quelle vite ufficialmente dimenticate dal sistema. Non c’è alcuna delinquenza abituale in loro. Nessuna tendenza. Parole dal senso vago che finiscono per non significare nulla. È quell’idea di pericolosità sociale che niente ha a che fare con i principi di legalità, offensività e tassatività che dovrebbero caratterizzare il sistema penale in un paese liberale. Nella colonia agricola di Isili, così come nella casa di lavoro di Vasto e in tutte le altre sezioni analoghe in giro per l’Italia, sono rinchiuse persone che non si sa dove collocare. Così viene prorogata loro, dai giudici di sorveglianza, la permanenza in carcere, sostenendo che sono ancora pericolosi. In realtà sono soltanto soli, senza nessuno che li accoglie fuori. Non vi sono servizi territoriali per farsene carico, non vi sono famiglie. Tutti gli internati sono di fatto portatori di una qualche patologia psichiatrica. Ma il ragazzo che ha rubato dieci volte di seguito una scatoletta di tonno dal supermercato diventa facilmente, nell’interpretazione del magistrato, un delinquente abituale. Se poi ha cercato di scambiarla per un pacchetto di sigarette è un delinquente professionale. Quanto alla tendenza, chiunque commetta un reato, dal più piccolo al più grande, può custodirla nel profondo di sé.

La Sardegna non ha bisogno di caserme da adibire a carceri ma di idee, risorse umane. Ha bisogno di una regia pubblica che non faccia coincidere la parola isola con la parola isolamento. Qualcosa che sempre più vale anche per tutta quella grande isola nella quale è stato trasformato l’intero sistema penitenziario italiano.

References

References
1 pubblicato in tre puntate sul manifesto nell'agosto del 2023