Aggiornamento sui processi seguiti da Antigone

Nel corso dell’ultimo anno si sono definiti con sentenza alcuni dei processi seguiti da Antigone.

Processo davanti al Tribunale di Torino per fatti avvenuti presso la Casa circondariale Lorusso Cotugno di Torino

Processo davanti al Tribunale di Torino per fatti avvenuti presso la Casa circondariale Lorusso Cotugno di Torino tra il 2018 ed 2019: sentenza del 6 febbraio 2026 con cui, tra gli altri, otto agenti di polizia penitenziaria sono stati condannati per il reato di tortura.

Interessante evidenziare come secondo il Tribunale le condotte contestate – nel caso specifico il detenuto che, in diversi giorni, era stato aggredito con schiaffi sul volto e sul collo e con offese quali “merda”, costretto a restare in piedi per circa 40 minuti con il volto verso il muro mentre veniva insultato e costretto a dire ad alta voce “sono un pezzo di merda”, portato in una stanza colpito violentemente con schiaffi sul volto e sul collo, in reiterate occasioni costretto a subire perquisizioni arbitrarie e vessatorie della cella – costituiscono un’ipotesi di trattamento inumano e degradante avendo le condotte “i chiari tratti di un agire umiliante e svilente della dignità e della reputazione” e “costituendo certamente azioni inflittive di sofferenze fisiche e psichiche del tutto arbitrarie”.

In particolare il Tribunale evidenzia la gravità della condotta di aver costretto il detenuto a stare con il volto contro il muro ripetendo orribili frasi sul proprio conto così come le perquisizioni arbitrarie. Condotte queste che “rendono in tutta la loro gravità lo stato di impotenza e svilimento provato dall’uomo davanti agli altri detenuti e anche davanti ai propri stessi occhi.

Sposando l’orientamento della Corte EDU, il Tribunale definisce tali condotte “deprecabili, umilianti e svilenti della dignità e del rispetto della persona ed evidenzianti la totale impossibilità di reazioni da parte della vittima, succube del ruolo istituzionale di chi, in realtà, avrebbe dovuto curare i suoi interessi e sorvegliare l’esecuzione della sua pena.

Sempre con riferimento ai medesimi fatti, si evidenzia che la sentenza di condanna pronunciata dal GUP nei confronti dell’allora Direttore per non aver denunciato i fatti è stata riformata dalla Corte di Appello di Torino con sentenza del 14.11.2024 e la Corte di Cassazione, con sentenza del 10.06.2025, ha rigettato i ricorsi del Pubblico ministero e dell’Ass. Antigone confermando così l’assoluzione.

Processo davanti al Tribunale di Viterbo per omicidio colposo relativo al decesso del giovane Sharaf Hassan

Processo davanti al Tribunale di Viterbo per omicidio colposo relativo al decesso del giovane Sharaf Hassan morto sucida il 23 luglio 2018 presso la Casa circondariale di Viterbo.

Il processo di primo grado si è concluso con sentenza di assoluzione del medico che aveva rilasciato il nulla osta per l’isolamento e dell’agente di polizia penitenziaria che aveva schiaffeggiato il giovane mentre si trovava in isolamento. Le motivazioni devono ancora essere depositate.

Per i medesimi fatti – nello specifico per il mancato trasferimento del giovane in un istituto per minori – la Corte di Appello di Roma ha confermato la condanna dell’allora Direttore per omissione di atti di ufficio e la Suprema Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso presentato dalla difesa del condannato, ha disposto il rinvio alla Corte di Appello. Si è in attesa della fissazione dell’udienza.

Processo davanti al Tribunale di Reggio Emilia per il delitto di tortura nei confronti di un detenuto straniero

Processo davanti al Tribunale di Reggio Emilia per il delitto di tortura nei confronti di un detenuto straniero avvenuto il 3 aprile 2023.

Per questo fatto, il primo processo nei confronti di dieci agenti di polizia penitenziaria si è definito con sentenza del 17.02.2025 con cui il Giudice ha derubricato la contestazione del delitto di cui all’art. 608 c.p. Abuso dei mezzi di correzione. Si è in attesa della fissazione dell’udienza innanzi alla Corte di Appello.

Il detenuto era stato incappucciato con una federa annodata e stretta al collo che gli impediva di vedere e gli rendeva difficoltosa la respirazione, colpito con violenti pugni al volto mentre lo spingevano, con le braccia bloccate, verso il reparto isolamento, fatto cadere a terra, dopo pochi metri, a causa di uno sgambetto, attinto una volta riverso a terra, sempre incappucciato e con il nodo della federa ben stretta sul volto, con schiaffi, con pugni al volto ed alla testa e con calci, afferratogli il braccio destro torcendoglielo dietro la schiena e nel salirgli, con le scarpe d’ordinanza, sulle caviglie e sulle gambe, sollevato di peso, per alcuni metri, dopo averlo denudato degli indumenti (che venivano strappati), afferrandolo anche dalla parte del nodo della federa, e nel condurlo nella cella del reparto isolamento cd sez “Spiraglio”, colpito all’interno della suddetta cella, finalmente non più incappucciato, nuovamente e ripetutamente con pugni e calci e nel lasciarlo, completamente nudo dalla cintola in giù per oltre un’ora, malgrado nel frattempo si fosse autolesionato e sanguinasse vistosamente.

Secondo il Giudice difetterebbe il requisito della gravità delle violenze subite – non è stata raggiunta la prova della natura acuta delle sofferenze subite – anche tenendo conto del fatto che in quel momento gli agenti di polizia penitenziaria stavano eseguendo la misura della sanzione disciplinare e pertanto, prosegue il Giudice, è necessario considerare la possibilità di impiego della forza nei limiti di cui all’art. 41 Legge penitenziaria.

Anche la condotta dell’incappucciamento non costituisce secondo il Giudice necessariamente un trattamento inumano e degradante in quanto “gli elementi a disposizione non consentono di affermare con certezza che il detenuto sia stato esposto al pericolo concreto di ritenere, anche temporaneamente, minacciata la propria coesione mentale durante l’incappucciamento anche solo in ragione del comportamento oppositivo che egli ha tenuto durante l’intera operazione.

Per il medesimo fatto, si sta celebrando un altro processo per cinque agenti di polizia penitenziaria cui viene contestato di aver partecipato alla commissione del delitto di tortura.

Processo davanti al Tribunale di Milano per ipotesi di tortura a danno di alcuni detenuti minori

Processo davanti al Tribunale di Milano per ipotesi di tortura a danno di alcuni detenuti minori avvenuti presso l’Istituto minorile Beccaria di Milano tra il 2022 ed il 2024.

Si stanno svolgendo le udienze di incidente probatorio per ascoltare i minori.

Processo davanti al Tribunale di Roma per ipotesi di tortura a danno di alcuni detenuti minori

Processo davanti al Tribunale di Roma per ipotesi di tortura a danno di alcuni detenuti minori avvenuti presso l’Istituto minorile Casal del marmo di Roma nel 2025.

Si sono svolte le udienze di incidente probatorio per ascoltare i minori.

Processo davanti al Tribunale di Venezia nei confronti di quattro agenti di polizia penitenziaria

Processo davanti al Tribunale di Venezia nei confronti di quattro agenti di polizia penitenziaria per il reato di lesioni e per il reato di falso e nei confronti un medico per il reato di falso. Fatti avvenuti il 19 febbraio 2024 che hanno visto vittima un detenuto.

Il medico, che ha scelto di procedere con il rito abbreviato, è stato assolto con sentenza del 26.09.2025 mentre per gli altri imputati si sta celebrando il dibattimento.

Processo davanti al Tribunale di Modena per diverse ipotesi di tortura commesse da agenti di polizia penitenziaria l’8 marzo 2020

Processo davanti al Tribunale di Modena per diverse ipotesi di tortura commesse da agenti di polizia penitenziaria l’8 marzo 2020.

Dopo la prima richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Modena, il GIP, in accoglimento delle opposizioni presentate dalle persone offese tra cui Antigone, ha ordinato di procedere con ulteriori indagini.

La Procura, con atto del 16 luglio 2025, ha nuovamente avanzato richiesta di archiviazione cui le persone offese tra cui Antigone si sono nuovamente opposte.

Secondo la Procura non è possibile accertare il nesso causale tra le lesività riscontrate e le condotte illecite da parte della Polizia penitenziaria così come l’impossibilità di ricostruire condotte volutamente finalizzate ad infliggere acute sofferenze fisiche o traumi psichici ai detenuti considerate le “complesse ed articolate fasi di recupero da parte del personale di Polizia Penitenziaria, del controllo dell’istituto carcerario ormai governato dai detenuti a seguito della rivolta, e di ripristino delle più elementari norme di sicurezza, a tutela dei detenuti stessi.

L’udienza di discussione davanti al GIP è fissata per il 16 giugno 2026.

Processo davanti al Tribunale di Ivrea per fatti commessi da alcuni agenti di polizia penitenziaria

Processo davanti al Tribunale di Ivrea per fatti commessi da alcuni agenti di polizia penitenziaria nei confronti di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Ivrea a danno tra il 2015 ed il 2016.

Sono contestati, tra gli altri, il reato di lesioni. Il dibattimento si è concluso con sentenza di condanna del 24.03.2026. Si è in attesa del deposito delle motivazioni.

Si ricorda che il procedimento nasce anche grazie ad un esposto e a diverse istanze di avocazione depositate da Antigone. Un primo esposto da parte di Antigone risale a marzo 2016, cui sono seguiti due esposti ad aprile 2018 ed un altro nel 2019.

Nei procedimenti apertisi la Procura di Ivrea ha avanzato richiesta di archiviazione cui Antigone si è opposta e, dopo l’accoglimento dell’opposizione, davanti al protrarsi dell’inerzia della Procura, Antigone, assieme al Garante comunale, ha depositato istanze di avocazione accolte dalla Procura Generale presso la Corte di Appello d Torino con decreti di avocazione del 25.10.2020 e del 26.10.2020.

Grazie ad un lavoro attento e scrupoloso della Procura Generale presso la Corte di Appello di Torino in primis e, nel corso del dibattimento, delle testimonianze, a volte molto difficili, rese dagli operatori penitenziari (educatori, medici, psicologi) e non da ultimo dei detenuti, il quadro emerso ha confermato un utilizzo sistemico della violenza da parte di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Utilizzo resosi possibile anche alla luce di un contesto generale di connivenza.

Se è dunque vero che molti dei reati contestati sono stati travolti dalla prescrizione, l’analisi dei reati di falso – che si caratterizza quale reato “sentinella” dell’utilizzo della violenza in carcere – ha permesso comunque di approfondire le dinamiche con cui l’utilizzo della violenza si era radicato nel carcere piemontese.

La Casa circondariale di Ivrea era nota, sicuramente all’epoca dei fatti, per essere un luogo punitivo in cui l’esercizio della violenza costituiva una prassi diffusa ed ordinaria. La sistematicità era nota anche a diversi operatori i quali sono stati a loro volta vittime di comportamenti vessatori ed umilianti da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Già nel decreto di avocazione del 26.10.2020, a firma del Procuratore Generale Enrico Saluzzo, veniva dato atto della necessità di considerare i fattori ambientali che in quel momento storico erano diffusi presso la Casa circondariale di Ivrea “funestata dalla possibile azione di appartenenti al Corpo di Polizia penitenziaria che compivano vere e proprie “spedizioni punitive”.

Processo davanti al Tribunale di San Gimignano per il delitto di tortura

Processo davanti al Tribunale di San Gimignano per il delitto di tortura avvenuto presso la Casa circondariale di San Gimignano in data 11.10.2018.

Con sentenza del 3 aprile 2025, la Corte di Appello di Firenze ha confermato la sentenza con cui gli agenti erano stati condannati.

Ricordo che la vittima è stata costretta a subire le seguenti condotte:

riunendosi volontariamente in 15 unità, fra ispettori, assistenti e agenti, presso il reparto isolamento – tutti previamente indossando guanti di lattice –;
il P. e il V., contornati da tutti gli altri soggetti intervenuti, cogliendolo di sorpresa, prendendo per le braccia il detenuto che usciva dalla cella munito degli accessori per fare la doccia e lo sospingevano brutalmente verso il corridoio, facendogli anche perdere le ciabatte;
l’assistente S., facendosi largo tra i colleghi, sferrando un pugno sulla testa dell’A.;
gettando il detenuto a terra, circondandolo (in modo tale da creare una sorta di parziale schermo rispetto alle telecamere) e colpendolo con i piedi in varie parti del corpo;
minacciando ed ingiurando l’A., che gemeva e gridava per la violenza che stava ricevendo, ed ingiurandolo con frasi del seguente tenore: “Figlio di puttana!“Perché non te ne torni al tuo paese!”; “Non ti muovere o ti strangolo!” “Ti ammazzo!” e al tempo stesso urlando contro tutti i detenuti presenti nel reparto: “infami, pezzi di merda, vi facciamo vedere chi comanda a San Gimignano!”.
Rialzandolo da terra e continuando a spintonarlo per farlo camminare per poi, di nuovo, gettarlo a terra;
il V. e il S. immobilizzandolo mentre si trovava a terra, tenendolo rispettivamente per il braccio e per collo, ponendolo con la faccia a terra;
lo S. montandogli addosso con il suo peso e ponendogli un ginocchio sulla schiena all’altezza del rene sinistro;
rialzandolo, togliendogli i pantaloni e iniziando a trascinarlo, mentre il Sica lo afferrava nuovamente per la gola e lo S. gli torceva un braccio dietro la schiena, per poi trascinarlo nella nuova cella;
lo S. continuando a picchiarlo con schiaffi e pugni all’interno della cella di destinazione assieme ad altri 5 poliziotti;
lasciandolo nella cella di destinazione semi-svestito e senza fornirgli coperte e il materasso della branda, almeno fino al giorno seguente.

Per quanto riguarda nello specifico la configurazione del concorso anche per coloro che non hanno partecipato direttamente alle violenze, la Corte di Appello ne ha riconosciuto la ricorrenza evidenziando che tutti gli agenti avevano partecipato al briefing iniziale e che nessuno è stato osservatore passivo o distaccato, nessuno si è trovato lì per caso: “tutti hanno partecipato in senso penalmente rilevante ai fatti, agevolando la condotta degli altri e rafforzando il loro proposito criminoso perché si sono recati sul luogo di raccolta con una attività preordinata, hanno indossato i guanti, così manifestando di essere pronti anche al contatto fisico con il detenuto e hanno fatto gruppo attorno alla vittima con l’effetto di dare supporto a chi coordinava l’operazione, intimidire la vittima, intimidire gli altri detenuti, schermare le telecamere.

Processo davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per i fatti avvenuti presso la Casa circondariale

Processo davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per i fatti avvenuti presso la Casa circondariale di SMCV il 6 aprile 2020.

Con sentenza del 26.03.2026, la Corte di Appello di Napoli ha confermato l’assoluzione di due agenti di polizia penitenziaria che avevano proceduto con il rito abbreviato e ai quali era contestato, tra gli altri, il delitto di tortura.