Editoriale

di Patrizio Gonnella

Tutto chiuso

Avremmo potuto titolare il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: il carcere morto, delirio sicurezza, infiltrati (poliziotti) e infiltrazioni (fognarie), nelle mani della Polizia, lo stravolgimento del carcere costituzionale, il carcere secondo Delmastro. E invece abbiamo deciso di affidarci a due parole dal significato inequivocabile TUTTO CHIUSO. Due parole che però identificano con chiarezza i responsabili di questa drammatica involuzione del sistema penitenziario italiano, fortemente sollecitata dai sindacati autonomi di Polizia Penitenziaria, ai quali si sono mostrate molto sensibili tutte le destre al Governo.

L’amministrazione penitenziaria con una sequenza di circolari che si sono stratificate nel tempo ha irrigidito i regimi penitenziari a partire dall’alta sicurezza, ha aumentato significativamente il numero di persone sottoposte a sorveglianza particolare, ha abusato nell’uso dell’isolamento di diritto e di fatto, ha irrimediabilmente disincentivato la partecipazione della comunità territoriale all’esecuzione della pena, ha reinterpretato la vita in carcere come vita in cella, ha trasformato gli agenti di Polizia penitenziaria in custodi che devono aprire e chiudere le stanze, ha militarizzato la vita interna, ha progressivamente eroso il potere dei direttori di carcere. In sintesi ha chiuso il carcere al mondo esterno e ha chiuso i detenuti in celle (spesso affollatissime, malmesse e a volte putride) senza speranza di uscita.

Una serie di circolari e qualche norma introdotta coi pacchetti sicurezza hanno stravolto il senso costituzionale della pena, trasformando la vita quotidiana di detenuti e operatori in un campo di battaglia. In battaglia ci si ferisce, si muore. Comunque si soffre, si sta sempre in perenne conflitto. I detenuti sono stati descritti in alcuni video propagandistici di sindacati autonomi di Polizia penitenziaria come nemici e il lavoro in prigione al pari della trincea della prima guerra mondiale. Una forte presenza politica ha condizionato tutti gli attori del sistema. Non a caso l’anno scorso titolammo il nostro Rapporto evocando le parole dell’allora sottosegretario alla Giustizia Delmastro, ossia SENZA RESPIRO.

Noi siamo testimoni trentennali di una retorica politica e amministrativa, anche se non sempre accompagnata da una pratica coerente, di rispetto per una pena che fosse umana e tendente alla risocializzazione. Negli ultimi anni abbiamo ascoltato invece cariche istituzionali e amministrative usare un linguaggio crudo, truce, illegale, esplicitamente richiamando idee punitive primordiali, quasi non ci fossero stati decenni di cultura costituzionale dopo i tragici anni del fascismo.

Il carcere è oggi cambiato rispetto al passato. La popolazione detenuta è per almeno i due terzi composta da soggetti del sottoproletariato urbano che nulla, ma dico nulla, hanno a che fare con una dimensione criminale tradizionale. Persone rispetto alle quali è difficile che il carcere riesca a svolgere una funzione dotata di senso. Per questo dobbiamo sia impegnarci per liberare il carcere dalle vittime della violenza strutturale presente nella società, sia chiedere all’amministrazione penitenziaria di ritirare tutte le circolari degli ultimi anni affinchè siano aperte le celle e le persone mandate a scuola, al lavoro, a giocare a pallone, a vedere un film, a chiacchierare, a correre, a incontrare volontari e parenti, ad avere qualche ora di intimità. Facciamo respirare poliziotti e detenuti e restituiamo spazio di governo a direttori, educatori e comandanti pensanti. Non facciamo governare il carcere a quei sindacati portatori di visioni corporative. Non è democratico.