Donne e bambini

Al 31 marzo 2026 le carceri italiane ospitavano 2.804 donne, pari al 4,4% della popolazione detenuta, un dato sostanzialmente stabile nei decenni (erano il 4,3% alla fine del 2025, il 4,2% alla fine del 2020, il 4,0% alla fine del 2015, il 4,3% alla fine del 2010, 4,7% alla fine del 2005, il 4,4% alla fine del 2000). A queste si aggiungono le 22 ragazze detenute nelle carceri minorili, pari al 4,0% del totale delle presenze negli Istituti Penali per Minorenni.

Tali sezioni sono di dimensioni variabili e arrivano a prevedere la presenza anche di pochissime donne, che finiscono per vivere un secondo isolamento all’interno della struttura

Dopo la chiusura del carcere di Pozzuoli a seguito del sisma del maggio 2024, sono rimasti solamente tre istituti interamente femminili sul territorio nazionale, a Roma, Venezia e Trani. Complessivamente, questi ospitano 501 donne, meno di un quinto del totale. Le altre sono ospitate in sezioni femminili collocate in carceri a prevalenza maschile. Come si può vedere, tali sezioni sono di dimensioni variabili e arrivano a prevedere la presenza anche di pochissime donne, che finiscono per vivere un secondo isolamento all’interno della struttura, spesso vedendosi destinatarie di attività e attenzioni inferiori rispetto alla più numerosa parte maschile dell’istituto. È questa un’annosa questione che si risolverebbe con estrema facilità qualora il sistema penitenziario, superando antiquati e insensati divieti, permettesse l’organizzazione di attività diurne congiunte, quali classi scolastiche o corsi di formazione.

Le donne permangono in stato di detenzione per periodi tendenzialmente più brevi rispetto agli uomini

Se guardiamo adesso agli ingressi delle donne in carcere, vediamo che nel 2025 sono stati 2.788, su un totale di 42.005 ingressi dalla libertà negli istituti di pena italiani. Gli ingressi femminili hanno costituito dunque il 6,6% degli ingressi complessivi, una percentuale maggiore di quella del dato statico riguardante le presenze in carcere alla fine del periodo considerato, segno del fatto che le donne permangono in stato di detenzione per periodi tendenzialmente più brevi rispetto agli uomini, essendo dunque destinatarie di pene meno dure. E ciò era ancora più vero negli anni passati: il dato percentuale relativo agli ingressi delle donne è stato infatti nel corso del tempo meno stabile rispetto a quello relativo alle presenze (essendo stato pari al 7,0% nel 2020, al 7,3% nel 2025, al 7,6 nel 2010, al 10,0% nel 2005, all’8,0% nel 2000).

La tendenziale brevità delle pene cui le donne vengono condannate si riflette in una maggiore incidenza nell’area penale esterna

La tendenziale brevità delle pene cui le donne vengono condannate si riflette in una maggiore incidenza nell’area penale esterna. Al 31 dicembre 2025, sulle 139.587 persone complessivamente in carico agli Uffici di Esecuzione Penale Esterna le donne costituivano il 10,9%, una percentuale più che doppia di quella relativa alle presenze in carcere. Se guardiamo alle tre tradizionali misure alternative, la percentuale complessiva femminile è pari al 9,57%. È però interessante andare a vedere come si dividono le singole misure: la rappresentanza femminile tra le persone che si trovano in affidamento in prova al servizio sociale è pari al 9,2%, mentre rispetto alla detenzione domiciliare essa sale all’11,1% e rispetto alla semilibertà precipita invece al 3,1%. Se la propensione ad affidare alla donna una collocazione domestica è probabilmente dovuta almeno in parte alle norme specifiche per la tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori, lo scarso accesso alla semilibertà si può spiegare con la mancanza di sezioni femminili specifiche nelle strutture penitenziarie per lo svolgimento di questa misura, pur quando i termini di legge e le altre condizioni lo consentirebbero. Una preclusione di fatto che non ha alcuna giustificazione e che dovrebbe essere affrontata dall’amministrazione penitenziaria. Infine, uno sguardo ai dati relativi ai rilasci dal carcere per la legge 199 del 2010 (che consente di scontare in detenzione domiciliare l’ultima parte della pena) ci dice che il 7,36% di tali rilasci ha riguardato donne.

Le donne straniere in carcere al 31 dicembre 2025 erano 761, pari al 27,6% del totale delle detenute donne e al 3,8% del totale dei detenuti stranieri

Le donne straniere in carcere al 31 dicembre 2025 erano 761, pari al 27,6% del totale delle detenute donne e al 3,8% del totale dei detenuti stranieri (percentuali in diminuzione rispetto a cinque anni fa, quando erano rispettivamente il 33,8% e il 4,4%). Le nazioni più rappresentate sono la Romania (25,8% del totale delle donne detenute), la Nigeria (11,8%), il Marocco (7,9%). Tra i detenuti uomini la situazione è piuttosto differente. Il paese più rappresentato in assoluto è infatti il Marocco (22,6% della popolazione detenuta maschile), seguito dalla Tunisia (11,7%, mentre le donne tunisine sono solo 11 in totale nelle carceri italiane), dall’Albania (10,0%), dall’Egitto (5,4%, mentre si trovano solo 3 donne egiziane) e solo dopo arriva la Nigeria (4,7%).

Uno sguardo ai reati ascritti alle persone detenute alla fine del 2025 ci dice che le donne in carcere hanno ascritti una media di 1,93 reati a persona, mentre per gli uomini questo numero sale a 2,45

Uno sguardo ai reati ascritti alle persone detenute alla fine del 2025 ci dice che le donne in carcere hanno ascritti una media di 1,93 reati a persona, mentre per gli uomini questo numero sale a 2,45. Il 29,4% dei reati ascritti a donne sono reati contro il patrimonio, mentre il 18,5% sono reati contro la persona, il 14,1% sono violazioni della legge sugli stupefacenti, il 7,2% sono reati contro l’amministrazione della giustizia e il 6,2% contro la pubblica amministrazione.

Rispetto alla loro presenza in detenzione (al 31 dicembre 2025 pari al 4,3% del totale della popolazione carceraria), le donne sono sotto-rappresentate rispetto agli uomini nei reati contro la persona (vedendosi ascrivere il 3,4% del totale dei reati contro la persona ascritti a detenuti), così come nelle violazioni della legge sulle droghe (3,5%), nell’associazione di stampo mafioso (2,2%), nei reati relativi alle armi (1,3%). Sono più o meno equamente rappresentate nei reati contro il patrimonio (4,3%) e nei reati contro l’amministrazione della giustizia (4,5%). Sono sovra-rappresentate nei reati contro la fede pubblica (5,1%) e naturalmente nei reati relativi alla prostituzione (il 16,9% del totale dei reati relativi alla prostituzione ascritto a persone detenute è infatti ascritto a donne; in ogni caso si tratta solo dello 0,3% del totale dei reati ascritti a detenuti).

Se consideriamo i soli reati ascritti a detenuti stranieri, scopriamo che alle donne straniere è ascritta una media di 1,8 reati ciascuna mentre agli uomini stranieri una media di 2,0 reati ciascuno, in entrambi i casi minore di quella generale. Il 31,0% dei reati ascritti a donne detenute straniere appartiene alla categoria dei reati contro il patrimonio, il 22,2% a quella dei reati contro la persona, il 10,0% alle violazioni della legge sulla droga, il 6,7% ai reati contro la pubblica amministrazione e il 5,9% ai reati contro l’amministrazione della giustizia.

Posto che alla fine del 2025 le donne straniere costituivano il 3,9% dei detenuti stranieri, esse erano sotto-rappresentate rispetto agli uomini stranieri nei reati contro la persona (3,1%), nei reati relativi alla droga (2,2%), alla pubblica amministrazione (2,0%), alle armi (1,4%), mentre erano più o meno equamente rappresentate nei reati contro la fede pubblica (4,0%) e contro il patrimonio (3,4%) ed erano sovra-rappresentate nei reati relativi alla prostituzione (22,5%; tali reati pesano per lo 0,7% del totale dei reati ascritti a detenuti stranieri) e in quelli contro l’amministrazione della giustizia (5,1%).

Alla fine del 2025, le donne che complessivamente lavoravano in carcere erano pari al 5,8% delle persone ammesse al lavoro (le donne straniere erano addirittura pari al 20,4% dei detenuti stranieri ammessi al lavoro) ed erano pari al 7,9% delle persone che lavoravano alle dipendenze di datori di lavoro esterni. La partecipazione ad attività culturali, ricreative e sportive nel corso dell’anno le ha viste incidere per il 10,8%. Nel corso del 2025, su 49 detenuti che si sono laureati nessuno era donna.

Nel corso del 2025 l’Osservatorio di Antigone ha visitato 30 istituti che ospitavano donne

Nel corso del 2025 l’Osservatorio di Antigone ha visitato 30 istituti che ospitavano donne. Sulla base delle nostre rilevazioni, il 29,2% delle donne ospitate era coinvolto in attività lavorative alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, mentre il 5,8% lavorava per datori di lavoro esterni. Il 30,1% delle donne frequentava corsi scolastici e l’8,7% era coinvolto in percorsi di formazione professionale.

L’isolamento disciplinare aveva coinvolto in 1,7 donne su 100 presenti, numero che sale a 22,1 se consideriamo il complesso della popolazione detenuta, mostrando come le donne siano destinatarie di sanzioni disciplinari più lievi. Su 100 donne presenti, una di 12,6 aveva compiuto atti di autolesionismo (19 se allarghiamo anche agli uomini).

L’affollamento dei reparti femminili, secondo la nostra diretta rilevazione, era al 134,5%. Il 16,7% delle celle visitate non aveva la dotazione del bidet, come obbligatoriamente previsto dal regolamento penitenziario. Nel 25% dei casi mancava inoltre un servizio di ginecologia.

Al 31 marzo 2026 le carceri italiane ospitavano 26 bambini al seguito delle loro 22 madri detenute, 11 delle quali straniere. I bambini si trovano a Milano San Vittore (8), a Lauro (7), a Torino (6), a Roma (3), a Milano Bollate (1) e a Messina (1).

Il decreto sulla sicurezza emanato nell’aprile 2025 e poi convertito nella legge 80/2025 ha infatti trasformato da obbligatorio in facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per donna incinta o con prole fino a un anno di età.

Mai prima si era subordinato il rapporto tra madre e figlio alla condotta disciplinare.

Il tema dei bambini in carcere è stato di recente investito da una novita normativa. Il decreto sulla sicurezza emanato nell’aprile 2025 e poi convertito nella legge 80/2025 ha infatti trasformato da obbligatorio in facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per donna incinta o con prole fino a un anno di età. Perfino il guardasigilli fascista Alfredo Rocco aveva previsto che una donna in tali condizioni dovesse obbligatoriamente scontare la pena non prima che il figlio avesse compiuto un anno di vita. Oggi invece la decisione spetta al giudice che caso per caso valuterà il rischio che la donna torni a commettere reati. In tale contesto, inoltre, per la prima volta in assoluto si è aperto alla possibilità che il bambino venga strappato alla madre. Le nuove norme prevedono infatti che la donna che non si comporta a dovere mentre è sottoposta alla custodia cautelare in un Icam possa venire trasferita in un carcere ordinario senza suo figlio. Per lui o per lei verranno allertati i servizi sociali. Mai prima si era subordinato il rapporto tra madre e figlio alla condotta disciplinare.

Il numero dei bambini in carcere sta crescendo. Se era pari a 10 alla fine del 2024, a metà del 2025 aveva raggiunto le 19 unità e le 26 alla fine dell’anno.

Come i numeri mostrano chiaramente, la presenza dei bambini in carcere è stata in passato del tutto insensibile agli interventi normativi effettuati con lo scopo di preservare la relazione tra detenuta madre e figli minori, interventi che si sono collocati nel 2001 (cosiddetta legge Finocchiaro) e nel 2011 (cosiddetta legge Buemi). Ciò che piuttosto è servito a ridurre il numero dei bambini in carcere, mostrando come si potesse lavorare caso per caso spinti dalla necessità di farlo, è stata piuttosto la pandemia scoppiata nel 2020. Ci auguriamo che non sia questa la volta che un cambiamento legislativo riporti il numero dei bambini imprigionati a quello che eravamo riusciti a lasciarci alle spalle.