Il carcere si presenta come un’organizzazione profondamente complessa, la cui operatività è garantita dalla sinergia di molteplici attori coinvolti nei processi decisionali ed esecutivi. La capacità di un istituto di perseguire il mandato istituzionale e rispettare gli standard imposti dalla normativa vigente è strettamente correlata alla presenza di un numero adeguato di personale. Tale assetto si articola su un modello organizzativo di tipo piramidale: al vertice siede il Direttore, figura di coordinamento e responsabilità, dal quale dipendono le diverse articolazioni distribuite per aree di competenza: la segreteria, l’area educativa o del trattamento, l’area sanitaria, l’area amministrativo-contabile e quella dedicata alla sicurezza e all’ordine.
Due storiche criticità sistemiche: il cronico sovraffollamento della popolazione detenuta e la parallela carenza trasversale di personale
L’integrità di questo equilibrio è seriamente compromessa dal sovrapporsi di due storiche criticità sistemiche: il cronico sovraffollamento della popolazione detenuta e la parallela carenza trasversale di personale. Il costante incremento delle presenze negli istituti non è stato infatti accompagnato da un adeguamento degli organici, determinando una sproporzione che rende il carico di lavoro insostenibile per ogni profilo professionale. Nonostante i concorsi indetti o arrivati a conclusione nel 2025, l’aumento della popolazione detentiva non porta ad un effettivo miglioramento nei rapporti numerici tra personale e detenuti.
Si prevede di affidare le nuove Direzioni Generali, nodi nevralgici della gestione logistica e operativa, in via esclusiva al Corpo della Polizia Penitenziaria
Non solo. Il già precario equilibrio del sistema penitenziario si trova oggi dinanzi a una minaccia che ne prefigura uno stravolgimento identitario, rischiando di ridurre il carcere a mero luogo di custodia e contenimento. Una recente bozza di decreto ministeriale, i cui contenuti hanno già destato profondo allarme tra gli operatori del settore, e soprattutto nella categoria della dirigenza penitenziaria, propone una radicale ristrutturazione dell’Amministrazione Penitenziaria. Si prevede infatti di affidare le nuove Direzioni Generali, nodi nevralgici della gestione logistica e operativa, in via esclusiva al Corpo della Polizia Penitenziaria.
Tale mutamento di paradigma rischia di svuotare il senso della pena, snaturando inoltre il già complesso ruolo del Direttore: colui che per mandato normativo è garante della legalità e dei diritti, verrebbe infatti privato del comando effettivo sul personale di polizia. Il risultato sarebbe un vertice gestionale, dal DAP alle singole direzioni, privo di reale autorità sulla funzione di sorveglianza esercitata dagli agenti, rendendo impossibile coordinare la sicurezza con le finalità del trattamento.
I dati raccolti, a causa dell’incompletezza delle schede di trasparenza sugli istituti pubblicate online dal Ministero, sono integrati e/o comparati, ove possibile, dai numeri raccolti nelle visite dell’Osservatorio di Antigone, e dal Piano del fabbisogno triennale del Ministero della Giustizia 2025-2027, e 2026-2028, evidenziando ove necessario il divario tra i numeri. Tale integrazione si rende indispensabile poiché le schede ministeriali risultano spesso lacunose o prive di aggiornamenti essenziali, come riscontrato per gli istituti di Trani femminile, Milano San Vittore Sezione femminile, Ancona Barcaglione, Brescia Verziano, Parma, Lauro, Civitavecchia, Reggio Calabria Panzera, Alessandria San Michele, Turi, vanificando così la funzione stessa della trasparenza amministrativa. La criticità è ancor più evidente nel settore minorile, dove l’assoluta assenza di schede relative agli IPM preclude qualsiasi monitoraggio effettivo. In un quadro informativo così frammentario, il venir meno dell’integrità del dato impedisce di esercitare un efficace controllo pubblico sulle condizioni di detenzione.
Una figura dirigenziale atipica e di estrema complessità, difficilmente accostabile ad altri ruoli della pubblica amministrazione
Il vertice organizzativo di ogni istituto penitenziario è occupato dal direttore, una figura dirigenziale atipica e di estrema complessità, difficilmente accostabile ad altri ruoli della pubblica amministrazione. La centralità di tale funzione è determinante: il direttore, con una componente maschile oggi marcatamente minoritaria, agisce come garante della risocializzazione, coordinando le diverse aree funzionali e assumendo la responsabilità della gestione amministrativa, del personale e di ogni attività interna. Rivestendo inoltre le qualifiche di delegato di spesa e datore di lavoro, egli accentra su di sé l’intera operatività della struttura; la sua assenza, o l’impossibilità di esercitare pienamente il mandato, riduce inevitabilmente la gestione a una mera logica di ‘mantenimento’ dell’esistente.
I recenti concorsi hanno finalmente inciso sulla sistematica carenza di personale dirigenziale, tentando di perseguire l’obiettivo di assicurare la presenza di un direttore in ogni istituto. Tuttavia i futuri pensionamenti e i passaggi agli uffici dirigenziali rendono difficile la possibilità di perseguire in pieno l’obiettivo, che resta invece ancora marcatamente distante per quanto riguarda i vice-direttori, la cui situazione appare critica.
Al 31 dicembre 2025, risultano presenti 308 dirigenti a fronte di un organico previsto di 350 unità
Secondo il Piano di fabbisogno del personale del Ministero, al 31 dicembre 2025, risultano presenti 308 dirigenti a fronte di un organico previsto di 350 unità, nello specifico 42 unità in meno di dirigenti di istituto o vice. Il ruolo del direttore, si ribadisce, è fondamentale negli Istituti di pena ed è lo stesso ordinamento a elevarlo come figura chiave nella gestione e nell’organizzazione di una struttura. La carenza di organico conduce inevitabilmente a obbligare i dirigenti a gestire due o più istituti contemporaneamente, rendendo ancor più complesso un mestiere già difficile nella sua atipicità.
Nel corso delle 102 visite svolte dall’Osservatorio di Antigone nel 2025 è stato rilevato come nel 77,5% degli istituti penitenziari fosse presente un direttore responsabile solo di quell’istituto. Un aumento del 0,7% rispetto alle visite effettuate nel 2024. Il 17,6% dei direttori era incaricato in più di un istituto. Non avevano un direttore a tempo pieno la Casa Circondariale di Verona, con 612 detenuti al momento della nostra visita, Sassari con 534 presenti, e Biella con 496 persone detenute. Mentre avevano un direttore a tempo pieno la Casa di Reclusione di Massa con 42 presenze, e la C.C. di Vallo della Lucania con 54 persone detenute.
Nelle 102 visite svolte dall’Osservatorio, il vice direttore non era presente in neanche un istituto
Mentre i numeri dei direttori aumentano, la figura del vice-direttore è completamente assente. Nelle 102 visite svolte dall’Osservatorio, il vice direttore non era presente in neanche un istituto. Si è passati dal 16,1% degli istituti visitati da Antigone nel 2023, in cui era presente uno o più vice-direttori, al 24,1% nel 2024, a 0 presenze nelle visite del 2025. Questa assenza non rappresenta soltanto un vuoto d’organico, ma una criticità strutturale che mina la continuità e la qualità dell’azione. Senza una vicedirezione stabile, l’intero carico delle responsabilità, dalle complesse relazioni sindacali alla gestione quotidiana del trattamento, grava esclusivamente su un’unica figura. Tale isolamento decisionale impedisce quella delega di funzioni necessaria per una programmazione di lungo periodo, costringendo il direttore a un’estenuante gestione delle emergenze.
I concorsi hanno indubbiamente permesso a questa categoria di poter migliorare la capacità operativa, tuttavia permangono criticità che aumentano la complessità di tale ruolo
I concorsi hanno indubbiamente permesso a questa categoria di poter migliorare la capacità operativa, tuttavia permangono criticità che aumentano la complessità di tale ruolo. Come dimostra l’assenza di un corpus normativo e di circolari in grado di descrivere nel dettaglio i compiti e le attività di cui è titolare il direttore. Una categoria che continua a vivere un paradosso: dall’emanazione dell’Ordinamento della carriera dirigenziale penitenziaria nel 2006, non sono ancora state avviate e portate a termine, le negoziazioni per la stipulazione di un contratto specifico per la categoria, alle quali si adotta attualmente il contratto della dirigenza di polizia, con le inevitabili mancanze e differenze, come l’assenza della reperibilità esercitata invece dai direttori o come una chiara e precisa definizione delle tutele e delle responsabilità del dirigente.
Sin dalla riforma del 1975, il ruolo dell’educatore, oggi denominato funzionario giuridico-pedagogico, si è rivelato essenziale per l’attuazione del mandato costituzionale, accompagnando il detenuto nel complesso percorso di reinserimento. Questa figura ricopre una funzione nevralgica che travalica l’attività di osservazione scientifica della personalità o l’istruttoria per l’accesso alle misure alternative; gli educatori sono infatti i principali artefici della progettazione trattamentale, coordinando le iniziative scolastiche, formative, sportive e ricreative all’interno dell’istituto.
Oltre a fornire una risposta quotidiana ai bisogni dei ristretti, siano essi definitivi o in attesa di giudizio, tali professionisti siedono nel Consiglio di disciplina e agiscono come mediatori tra il carcere e la società esterna. In linea con le più recenti disposizioni ministeriali, il loro compito si è evoluto nel coordinamento della rete territoriale, garantendo quel legame indispensabile tra il percorso detentivo e le risorse civili, sociali e istituzionali del territorio.
Il numero totale degli educatori, secondo le schede trasparenza è pari a 936 a fronte di un organico 1.040
Il numero totale degli educatori, secondo le schede trasparenza, che si ribadisce offrono un dato parziale, aggiornate ad aprile 2026, è pari a 936 a fronte di un organico 1.040. Tuttavia, il Piano del Fabbisogno del personale 2025-2027, redatto verso la fine del 2024, oltre a recepire ed evidenziare l’effettiva capienza organica come modificata nel 2022, ossia 1.099 educatori, rilevava che a fine 2024 erano presenti 1.058 funzionari.
La media nazionale di persone detenute in carico a ciascun funzionario, secondo le schede di trasparenza, è di 68, in aumento rispetto al 2025 in cui era di 64,8. Nonostante i nuovi funzionari entrati in servizio nel 2025, mediante l’ulteriore scorrimento di graduatoria del passato concorso, a causa dei pensionamenti e delle dimissioni, il numero degli educatori,appare ridotto rispetto all’anno scorso.
Il rapporto tra il numero di educatori per detenuti nelle Regioni è aumentato in 12 Regioni, e leggermente diminuito nelle restanti
Rispetto al 2024, secondo le schede, il rapporto tra il numero di educatori per detenuti nelle Regioni è aumentato in 12 Regioni, e leggermente diminuito nelle restanti. In Puglia, rispetto al 2024, si è passati da 80 detenuti per educatore a 93 detenuti per educatore. Il dato medio descritto tuttavia risulta drasticamente differente tra gli istituti. Perdurano infatti, in alcuni Istituti, situazioni critiche che destano allarme, come nella Casa circondariale di Como dove sono presenti solo 2 educatori rispetto ai 6 previsti dalla pianta organica per un numero di detenuti pari a 367, un educatore ogni 183 detenuti. Nella Casa Circondariale di Taranto sono presenti 5 educatori su 8 previsti, con un rapporto detenuti di 183 per educatore, ed anche se fossero presenti tutti i 8 educatori, con un tasso di sovraffollamento in costante aumento, che si attesta in questo istituto al 220%, sarebbe necessario ridimensionare i numeri previsti in pianta organica per tentare di raggiungere la media nazionale. Le maggiori criticità continuano a registrarsi negli istituti di medie o grandi dimensioni come nelle case circondariali di Verona, di Bergamo e di Piacenza, dove il rapporto tra detenuti per educatore si si attesta rispettivamente in 153, 143 e 141.
Nei dati emersi nelle 102 visite effettuate nel 2025 dall’Osservatorio di Antigone, il rapporto tra detenuti per educatore è di 69,11, lievemente maggiore rispetto al dato calcolato sulle schede di trasparenza. La carenza più grave riscontrata dall’Osservatorio è riferibile alla Casa Circondariale di Busto Arsizio ove un educatore aveva in carico 180,33 detenuti. Nella Casa Circondariale di Como invece, nonostante la presenza di tutti gli educatori previsti in pianta organica, ossia 3, ogni educatore ha in carico 141 detenuti che al momento della visita erano 424.
I numeri della polizia penitenziaria fotografano una situazione in miglioramento, seppur connotato da carenze e disomogeneità nel territorio. Secondo i dati riportati nelle schede trasparenza del Ministero, aggiornate ad aprile 2026, manca il 7,33%, rispetto al 16% del 2025, delle unità previste in pianta organica. In totale il personale effettivamente presente è pari a 31.667 su 34.170 previsto. Il rapporto detenuti agente attuale è pari ad 2,02 detenuti per ogni agente, a fronte di una previsione di 1,5. Tra le regioni italiane questo rapporto varia fra l’1,3 e il 2,4 detenuti per ogni agente e suggerisce una distribuzione disomogenea del personale. Le regioni che hanno in media un rapporto più elevato di detenuti per agente sono la Lombardia, l’Abruzzo e l’Umbria, con rispettivamente 2,37, 2,25 e 2,4. La distribuzione incoerente del personale si evince anche dalla discrepanza che c’è tra gli istituti per quanto riguarda il numero di detenuti per agente. Il rapporto più elevato si riscontra a Bollate, dove è pari a 3,66, il minore invece nella Casa di Reclusione di Alessandria “San Michele”, con 0,31 detenuti per agente. Nella Casa Circondariale di Cremona invece, sono presenti 3,48 detenuti per agente, ossia per 598 detenuti sono presenti 172 agenti, rispetto ad un organico previsto di 202 agenti.
In 12 Regioni è aumentato il rapporto tra detenuti e agenti
I dati rilevano che rispetto all’anno precedente, in 12 Regioni è aumentato il rapporto tra detenuti e agenti, come in Umbria che si è passati da 2,2 a 2,45, o come in Trentino dove si è passati da 2,05 a 2,22. Una carenza che dovrebbe essere in parte delimitata con i successivi concorsi già banditi. Al di là delle differenze regionali inoltre, si nota che gli istituti di grandi dimensioni sono quelli dove la carenza di personale è maggiore: a Napoli Poggioreale il rapporto detenuti agenti è pari a 3,34 ed a Bollate a 3,66.
Rispetto alle visite effettuate dall’Osservatorio di Antigone nel corso del 2025, quanto al personale, in media la copertura rispetto alla pianta organica di polizia penitenziaria era al 84,06%, e si trovavano, sempre in media, 1,97 detenuti ogni agente di polizia. Nella Casa Circondariale di Terni, al momento della visita, si registrava un rapporto di 3,97 detenuti per ogni agente, ossia per 572 detenuti erano presenti 144 agenti. Nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi erano presenti 3,8 detenuti per agente.
Come per gli educatori, anche in relazione al personale di Polizia penitenziaria appare con evidenza una situazione di disomogeneità di organico sul territorio nazionale
Come per gli educatori, anche in relazione al personale di Polizia penitenziaria appare con evidenza una situazione di disomogeneità di organico sul territorio nazionale. Infatti, fanno da contrappeso a situazioni di grave carenza di personale di Polizia penitenziaria, istituti dove il numero di agenti è superiore a quello delle persone detenute. Era questo il caso di Alessandria “San Michele”, Alba e Melfi. Non si comprende inoltre, come vi possano essere degli istituti dove il personale di Polizia penitenziaria previsto in pianta organica sia uguale o addirittura superiore rispetto a quello dei posti detentivi regolamentari. A Brescia Canton Mombello, ad esempio, per una capienza ufficiale di 182 posti, sono 197 gli agenti previsti in pianta organica; come a Latina, dove per 77 posti regolamentari sono 125 le unità di Polizia penitenziaria previste. Al contrario, ad esempio a Carinola, per 563 posti regolamentari, le unità previste sono 179.
L’analisi numerica del personale di Polizia Penitenziaria deve necessariamente essere calata nella specifica realtà operativa di ogni singolo istituto, poiché i dati numerici forniti non tengono conto della reale forza disponibile sul campo. Le schede di trasparenza ministeriali, infatti, omettono di specificare quanti agenti siano effettivamente in servizio e quanti risultino invece distaccati presso uffici centrali o dislocati per altre ragioni. Tali numeri vanno infine riletti alla luce dell’organizzazione del lavoro su turni, una dinamica che rende il rapporto effettivo tra agenti presenti e popolazione detenuta ben superiore rispetto ai parametri teorici riportati.
Il mediatore culturale ricopre un ruolo insostituibile nel sistema penitenziario, agendo come ponte non solo linguistico, ma soprattutto relazionale tra l’istituzione e i detenuti stranieri. Il suo compito non si esaurisce nel tradurre, ma si estende al supporto nell’orientamento ai diritti, nella comprensione delle regole di un Istituto e nella facilitazione del dialogo con l’area educativa e sanitaria.
Tuttavia, l’effettiva presenza di questa figura è difficilmente monitorabile a causa di una grave opacità istituzionale: le schede di trasparenza pubblicate online dal Ministero della Giustizia risultano sistematicamente prive di dati numerici relativi ai mediatori culturali effettivamente impiegati. Il Ministero della Giustizia difatti pubblica esclusivamente i numeri complessivi dei mediatori effettivi presenti negli istituti.
Il divario tra le necessità della popolazione straniera e le risorse messe in campo emerge chiaramente analizzando l’andamento degli ultimi tre anni
Il divario tra le necessità della popolazione straniera e le risorse messe in campo emerge chiaramente analizzando l’andamento degli ultimi tre anni: al 31 dicembre 2023 erano presenti 337 mediatori per 18.894 detenuti stranieri, ossia un mediatore per 56 detenuti; al 31 dicembre 2024 erano presenti 338 mediatori per 19.694 detenuti stranieri, un mediatore per 58,2 detenuti; al 31 dicembre 2025 erano presenti 335 mediatori per 20.116 detenuti stranieri, un mediatore per 60 detenuti stranieri.
L’analisi dei dati sulla mediazione culturale deve essere necessariamente integrata da una valutazione qualitativa sulla continuità del servizio. Ad oggi, la mera indicazione numerica degli operatori può risultare fuorviante: la stragrande maggioranza dei mediatori non è assunta stabilmente dall’amministrazione, ma opera sulla base di progetti a termine o convenzioni locali, il che si traduce in una presenza frammentaria e discontinua. Come confermato dal monitoraggio dell’Osservatorio Antigone, in moltissimi istituti il servizio non è garantito quotidianamente, ma segue una turnazione. Questa presenza vanifica l’efficacia dell’intervento, poiché impedisce una presa in carico costante del detenuto e rischia di trasformare il mediatore in una figura che interviene esclusivamente per le emergenze, piuttosto che per un reale percorso di integrazione e supporto linguistico-culturale.