Diciannovesimo rapporto sulle condizioni di detenzione

Il carcere diffuso. La violenza urbana

Il carcere diffuso. La violenza urbana

Il carcere diffuso. La violenza urbana

1024 538 Diciannovesimo rapporto sulle condizioni di detenzione

di Valeria Verdolini

Il carcere diffuso. La violenza urbana

Nelle loro esemplificazioni, i classici permettono di vedere chiaramente ciò che la modernità confonde. Gli antichi greci facevano discendere il concetto di tortura da ἀνάγκη /anànkē, ossia la necessità, che condivideva il tempio con βία, la violenza, non a caso sorella di Κράτος, il potere che soggioga. In questa polarizzazione a tre, possiamo vedere come si può distinguere una violenza strumentale (politica, spesso tesa all’urgenza della confessione) e una violenza che il diritto chiama ‘inumana e degradante’ e che viene dalle relazioni strutturali tra potere e forza, non indirizzate alla giustizia ma all’umiliazione. Se la prima è la violenza che si scaglia contro Prometeo, che sfida gli dei e ruba il fuoco per darlo agli uomini, gli antichi greci prevedevano anche una forma di violenza che è più quotidiana e strutturale, applicata nei confronti dei non cittadini. Quest’ultima era chiamata basanos, un termine che originariamente indicava la “pietra di paragone”, usata per testare l’oro, e che da questo passò a indicare qualunque strumento o procedimento utile a “mettere alla prova”. Una prova di tenuta e di fiducia, a cui venivano sottoposti gli esclusi. La società ateniese, infatti, aveva previsto una forma specifica di tortura e sevizia “pubblica”, ampiamente applicata, sempre e solo a una condizione: che a subirla non fosse un cittadino ateniese. Come racconta Cantarella (2012) nel De Mysteriis di Andocide, infatti, un decreto detto “di Scamandrio” (secondo alcuni, tardo VI secolo a.C.) vietava di sottoporre a tortura i cittadini. Non solo: l’Atene periclea prevedeva un’ulteriore forma di tortura, la c.d. “tortura giudiziale”. Nel corso di un processo, se una delle parti chiedeva che venisse chiamato a testimoniare uno schiavo, era applicata una procedura poiché la testimonianza di uno schiavo era considerata credibile solo dopo che questo era stato sottoposto alla violenza. L’onere di compiere l’atto iniziale di questa procedura, detta proklesis eis basanon, toccava a chi chiedeva la testimonianza e consisteva, a seconda dei casi, nell’offrire un proprio schiavo perché venisse torturato, o nel chiedere alla controparte che consegnasse a questo scopo uno dei suoi schiavi.

Indipendentemente degli usi necessitati, quello che colpisce è la coerenza nelle forme di coercizione istituzionale e di abuso indirizzate a due categorie specifiche di soggetti: coloro che sfidano la sovranità (oggi diremmo i soggetti coinvolti da processi politici) e coloro che non rientrano davvero in una pienezza della cittadinanza

Indipendentemente degli usi necessitati, quello che colpisce è la coerenza nelle forme di coercizione istituzionale e di abuso indirizzate a due categorie specifiche di soggetti: coloro che sfidano la sovranità (oggi diremmo i soggetti coinvolti da processi politici) e coloro che non rientrano davvero in una pienezza della cittadinanza.
Un tratto che accomuna l’Atene periclea e le metropoli odierne, sia per la violenza con cui si criminalizzano i movimenti (Ultima generazione tra tuttti) sia per due vicende recentissime di abusi delle forze dell’ordine, agite nei confronti di due differenti outsiders della polìs contemporanea.
Il 24 maggio 2023, alle 8.30 del mattino, una donna transgender di origine brasiliana è stata immobilizzata da quattro agenti della polizia locale di Milano e colpita con violente bastonate da uno di loro. La scena è visibile, poiché una persona affacciata alla finestra ha ripreso l’accaduto, diffondendolo online. Nel video si vede la donna che viene buttata a terra e colpita con alcune bastonate da un agente. Un altro agente, successivamente le spruzza dello spray al peperoncino prima di immobilizzarla e colpirla con un calcio. La donna non oppone apparentemente resistenza in modo violento: alza le braccia. Nella fase finale del video un agente le sferra un’altra bastonata alla testa mentre un collega cerca di ammanettarla.
Un tratto che accomuna l’Atene periclea e le metropoli odierne, sia per la violenza con cui si criminalizzano i movimenti (Ultima generazione tra tuttti) sia per due vicende recentissime di abusi delle forze dell’ordine, agite nei confronti di due differenti outsiders della polìs contemporanea.
Il 24 maggio 2023, alle 8.30 del mattino, una donna transgender di origine brasiliana è stata immobilizzata da quattro agenti della polizia locale di Milano e colpita con violente bastonate da uno di loro. La scena è visibile, poiché una persona affacciata alla finestra ha ripreso l’accaduto, diffondendolo online. Nel video si vede la donna che viene buttata a terra e colpita con alcune bastonate da un agente. Un altro agente, successivamente le spruzza dello spray al peperoncino prima di immobilizzarla e colpirla con un calcio. La donna non oppone apparentemente resistenza in modo violento: alza le braccia. Nella fase finale del video un agente le sferra un’altra bastonata alla testa mentre un collega cerca di ammanettarla.
Di poche ore successiva è una seconda ripresa, effettuata a Livorno. Le immagini mostrano un carabiniere che colpisce con un calcio al volto un giovane. Quest’ultimo, secondo le ricostruzioni, avrebbe rubato poco prima della colluttazione delle cuffie per il cellulare e del cibo per cani. Dopo essere fuggito, alla vista dei militari, che lo hanno individuato subito dopo il fatto, il ragazzo non si è fermato e ha continuato a scappare, ignorando l’alt. “Raggiunto da uno dei due militari – prosegue una nota dei carabinieri – ha continuato ad opporsi con veemenza al tentativo di arresto colpendo anche il carabiniere che nel frattempo aveva richiesto l’intervento del compagno di pattuglia. I due carabinieri ripetono più volte la parola «fermo», nonostante il giovane sia già immobilizzato a terra. Mentre il ragazzo viene ammanettato, uno dei due militari lo tiene per il collo. «Mi fa male la gamba!», si sente urlare. E poi ancora: «La gente mi guarda, così mi fanno le foto». I vertici dell’Arma dei Carabinieri affermano che «tale condotta non è assolutamente in linea con i valori dell’Arma» e «il comportamento del militare verrà giudicato immediatamente con il massimo rigore sotto ogni aspetto, a partire dal trasferimento istantaneo ad un incarico non operativo».
Le due vicende rappresentano solo gli ultimi episodi in ordine di tempo di una lunga serie di eventi (almeno una ventina quelli noti, a processo o archiviati negli ultimi 20 anni) che hanno visto coinvolte le forze dell’ordine (in modo trasversale, sia dal punto di vista del tipo di corpo che di ruolo) e registrato forme di abuso.
La frequenza, così come la ricorrenza di alcune variabili, sono lo spunto per provare a sistematizzare alcune riflessioni sulle forme estese della custodia e del potere disciplinare fuori dalle mura del penitenziario, ma anche le linee di continuità tra il margine del carcere e quello della cittadinanza, ossia tra l’esclusione e la reclusione. Una linea continua già individuata da Stanley Cohen (1985) che, parlando di net widening, aveva dimostrato come l’investimento di risorse nell’ambito delle community-based sanctions non avesse agito la sostituzione tra stato sociale e stato penale, bensì un aumento parallelo del numero di persone sottoposte a sanzione penale di natura non carceraria e un conseguente ampliamento dell’area del controllo penale, come confermano i lavori sulla transcarceration (Lowman, Menzies, Palys, 1987).
A fronte di questa espansione del penale e del controllo, chi è oggetto di abuso? Avvengono in modalità indiscriminata o esistono dei pattern ricorrenti nelle soggettività abusate? Se ripercorriamo i casi (così come riportati dalle cronache e sistematizzati da Acad) c’è una ricorsività nelle situazioni: gli interventi di TSO, il fermo urbano o ferroviario per il controllo di identificazione e lo stazionamento nelle celle di sicurezza. Oltre alla ricorsività dei luoghi, c’è un’altrettanta affinità nelle soggettività vittime di abuso. Si tratta di persone portatrici di una o più caratteristiche di vulnerabilità giuridica/vulnerabilità sociale: migrante, LGBTQIA+, tossicodipendente, malato psichiatrico, disabile, spesso combinate. Sono persone che versano di sovente in stati di alterazione e agitazione al momento dell’incontro con le forze dell’ordine. Se alcuni casi sono difformi per biografia, lo sono perché le forme di profilazione applicate hanno attribuito tali caratteristiche a soggettività meno vulnerabili1). Le vittime degli abusi sono soggettività in una frequente relazione di dipendenza/presa in carico da parte del servizio pubblico e con i servizi sociali. Una relazione di asimmetria che coinvolge modelli di inclusione attuata non tanto attraverso l’attivazione, l’empowerment delle capacità, le forme di agentività, ma solo attraverso l’assistenza e l’infantilizzazione.

La crisi del welfare e della sanità territoriale hanno prodotto, nei fatti, un ampliamento di questa popolazione che abita il margine, non titolare di un vero e proprio diritto alla città, e per questo in balìa tanto delle forme di esclusione quanto di reclusione

La crisi del welfare e della sanità territoriale hanno prodotto, nei fatti, un ampliamento di questa popolazione che abita il margine, non titolare di un vero e proprio diritto alla città, e per questo in balìa tanto delle forme di esclusione quanto di reclusione.
Tanto il manicomio, quanto il carcere, e più recentemente i Centri per il Rimpatrio e gli hotspot sono da sempre stati spazi di sottrazione (il carcere sottrae il reo allo spazio sociale e protegge la comunità dalla minaccia) e spazi-margine, proprio perché producono e differenziano il corpo sociale, che quindi segue forme e strutture diverse di potere e territorialità. Nella prefazione al libro di Bruce Jackson Leurs prisons, Foucault descrive chiaramente il carcere come margine, evidenziando tuttavia le porosità e sostenendo che “i margini in cui circolano non sono segnati dai confini dell’esclusione; sono gli spazi discreti e silenziosi che permettono al profilo più onorevole di diffondersi, alla legge più austera di applicarsi. Ciò che un certo lirismo chiama i “margini” della società, e che noi immaginiamo come un “fuori”, sono le lacune interne, le piccole distanze interstiziali che permettono il funzionamento. (Foucault, 1975, p. 1).
Cullen e Pretes (2000) distinguono due forme di concettualizzazione della marginalità: la marginalità come influenzata da determinanti economiche e una marginalità vista come costruzione sociale, effetto di un sistema di potere, per cui la marginalità è intesa come relazione di potere tra un gruppo che si percepisce come centro e le minoranze e i non membri percepiti come “altri”. Come afferma Ferguson, “quando diciamo marginale, dobbiamo sempre chiederci: marginale rispetto a cosa? Ma è difficile rispondere a questa domanda. Il luogo da cui si esercita il potere è spesso un luogo nascosto. Quando cerchiamo di individuarlo, il centro sembra sempre essere altrove. Eppure sappiamo che questo centro fantasma, per quanto sfuggente, esercita un potere reale e innegabile sull’intera struttura sociale della nostra cultura e sui modi in cui la pensiamo” (Ferguson, 1990: 9).
Nell’ultimo anno, complice la pandemia e l’aumento delle forme di povertà assoluta, assistiamo ad un’estensione degli spazi margine anche nello spazio pubblico, e parallelismi nella gestione -disciplinare- del margine e nella continuità tra esclusione e reclusione, una continuità che spesso rappresenta l’humus fertile per le forme di violenza sistemica e strutturale. Una definizione del “diritto alla città” è offerta da Lefebvre, quando scrive: “il diritto alla città si manifesta come una forma superiore di diritti: diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare (Lefebvre, 1996: 173-174). E, oggi più che mai, si infoltiscono le schiere di coloro che non godono di tale diritto. Una spiegazione interessante si trova nelle riflessioni di Webber (1964, pp. 108-109): “l’idea di comunità è stata legata all’idea di luogo. Sebbene altre condizioni siano associate alla comunità – tra cui il “senso di appartenenza”, un corpo di valori condivisi, un sistema di organizzazione sociale e l’interdipendenza – la prossimità spaziale continua a essere considerata una condizione necessaria. Ma sta diventando evidente che è l’accessibilità, piuttosto che l’aspetto di propinquità del “luogo”, a essere una condizione necessaria. Man mano che l’accessibilità si svincola dalla propinquità, la coabitazione di un luogo territoriale – sia esso un quartiere, un sobborgo, una metropoli, una regione o una nazione – diventa meno importante per il mantenimento delle comunità sociali. E l’appartenenza al luogo è da sempre la base delle forme di cittadinanza sociale, rilevanti per poter essere (o non essere) parte dello scambio sociale.
Come ha affermato Sayad: “Quello di essere immigrato è un reato latente, camuffato, di cui il soggetto in questione non ha alcuna responsabilità ma che il reato commesso, oggettivato, e su cui la giustizia deve indagare, permette di portare alla luce. Ogni processo a un immigrato delinquente è un processo all’immigrazione, concepita essenzialmente come delinquenza in s. e secondariamente come fonte di delinquenza” (Sayad, 2002, p. 372).
Simili appaiono le parole di Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia parlando della salute mentale: “Se si tralascia, infatti, la malattia come fatto reale e se ne considera soltanto l’aspetto sociale, si possono definire i malati di mente come la presenza di un terzo mondo all’interno del mondo occidentale. […] L’esclusione – come fatto sociale – di cui il negro è oggetto in una società razzista che ha bisogno di sfruttarlo per sopravvivere, è ciò che determina il negro come inferiore e selvaggio; come l’esclusione (come fatto sociale) di cui il malato mentale è oggetto nella nostra società è ciò che lo determina come inferiore e pericoloso. (Basaglia, Basaglia, 1968, p. 10).

Come ha sostenuto Luigi Ferrajoli, c’è una corrispondenza tra diseguaglianza e percezione dell’inferiorità: “Si è trattato di una legittimazione incrociata: dell’idea dei soggetti più deboli come inferiori ad opera della disuguaglianza giuridica, e della disuguaglianza giuridica ad opera della percezione razzista o classista o maschilista dei soggetti più deboli come inferiori. Se l’uguaglianza e la comunanza nei diritti sono un fattore di educazione civile, sollecitando la percezione del diverso come uguale, inversamente la disuguaglianza giuridica è un fattore di diseducazione, generando l’immagine dell’altro come inferiore naturalmente perché inferiore giuridicamente”

Come ha sostenuto Luigi Ferrajoli, c’è una corrispondenza tra diseguaglianza e percezione dell’inferiorità: “Si è trattato di una legittimazione incrociata: dell’idea dei soggetti più deboli come inferiori ad opera della disuguaglianza giuridica, e della disuguaglianza giuridica ad opera della percezione razzista o classista o maschilista dei soggetti più deboli come inferiori. Se l’uguaglianza e la comunanza nei diritti sono un fattore di educazione civile, sollecitando la percezione del diverso come uguale, inversamente la disuguaglianza giuridica è un fattore di diseducazione, generando l’immagine dell’altro come inferiore naturalmente perché inferiore giuridicamente”(Ferrajoli, 2018).
Una simile relazione è stata individuata da Emilio Santoro (2010) riflettendo sul contesto italiano ed europeo. Il sociologo riprende Foucault e individua la fine degli anni Settanta come epilogo della cittadinanza inclusiva e inizio della produzione e gestione delle irregolarità, ossia l’applicazione della Polizeiwissenschaft, la “scienza del governo della popolazione attraverso la popolazione” (Santoro, 2010, p. 147).
Un principio che si replica quotidianamente nei tentativi di colmare la distanza tra cittadinanza giuridica e cittadinanza sociale nelle città meticce, ma che si estende a tutti coloro che sono in qualche modo, portatori di una diversità, di una vulnerabilità, di una differenziazione: gli stranieri, i disabili, i cittadini LGBTQIA+, i portatori di una fragilità psichica. Come ha affermato Franco Rotelli, il progetto triestino prevedeva un passaggio dalla libertà da qualcosa (da tutto ciò che ha necessitato la chiusura degli ospedali psichiatrici) alla libertà per qualcosa (per tutto ciò che viene dentro al lavoro del territorio). Per Rotelli, si tratta di due fasi indissolubili, da una parte la decostruzione delle strutture psichiatriche ritenute obsolete (ma anche dei saperi, conoscenze, uso delle risorse etc.) e la costruzione del nuovo lavoro progettuale. I basagliani parlavano infatti di “diritti di cittadinanza” dei pazienti psichiatrici, un progetto in qualche modo rimasto incompiuto, nella misura in cui è mancato un investimento sull’impresa sociale, sul riempimento delle articolazioni materiali e concrete di tale principio. Se gli psichiatri triestini erano ben consapevoli che la legge 180 avrebbe sancito solo un primo passo per il riconoscimento dei diritti negati, il loro sforzo non è bastato per colmare lo iato tra cittadinanza formale e cittadinanza materiale.
E tale iato – o per dirla sempre con le parole di Rotelli- dove si interrompe lo scambio sociale- diventa, nei fatti, la forma di giustificazione delle possibilità di eccesso di forza, di fare il proprio dovere, di utilizzare la coercizione anche dove non necessaria. Si può quasi parlare di un ritorno ad una condizione pre-moderna, che è propria della logica vendicatoria, ma anche un modo per rafforzare (con la forza e non con i diritti) o in casi estremi, costruire il legame del (quasi) cittadino con lo Stato.

Le violazioni dei diritti sono, invece, da considerarsi quali sintomi di patologie più profonde del potere e sono legate intimamente e matematicamente alle condizioni sociali che così spesso determinano chi subirà abusi e chi sarà protetto dal danno

Le patologie del potere

La formulazione “patologie del potere” è da attribuire alle riflessioni di Paul Farmer (2004), che afferma che le violazioni dei diritti umani non sono incidenti e non sono casuali nella distribuzione o nell’effetto. Le violazioni dei diritti sono, invece, da considerarsi quali sintomi di patologie più profonde del potere e sono legate intimamente e matematicamente alle condizioni sociali che così spesso determinano chi subirà abusi e chi sarà protetto dal danno.
La concezione di patologie del potere si esplicita nella pratica della “violenza strutturale” che l’antropologo definisce come un’ampia rubrica che include una serie di offese alla dignità umana: povertà estrema e relativa, disuguaglianze sociali che vanno dal razzismo alla disuguaglianza di genere, e le forme più spettacolari di violenza che sono abusi incontestabili dei diritti umani, alcune delle quali puniscono gli sforzi per sfuggire alla violenza stessa.
Similmente, si può scomodare il concetto di violenza quotidiana (Scheper-Hughes, 1996), ossia la produzione sociale di indifferenza a fronte della brutalità istituzionalizzata, non tanto e non solo per la frequenza delle forme di abuso, ma per la continuità tra abuso fisico, psicologico e la normalizzazione delle piccole brutalità e il terrore a livello di comunità che crea un senso comune o un ethos della violenza: sono pratiche quotidiane ed espressioni di violenza interpersonale, domestica e delinquenziale. Proprio per questo la violenza non può mai essere intesa solo in termini di fisicità– forza, aggressione, o l’inflizione del dolore. La violenza comprende anche gli assalti alla personalità, alla dignità, al senso del valore della vittima. La dimensione sociale e culturale della violenza è ciò che dà alla violenza il suo potere e il suo significato. Riconoscere il fenomeno della violenza quotidiana è documentare l’intreccio tra violenza intima e violenza strutturale..
Bourgois (2019) ha recentemente parlato di vulnerabilità strutturale, individuando come forze strutturali i bassi livelli di istruzione, l’emarginazione dalle opportunità di lavoro legali, il facile accesso alle forniture all’ingrosso di eroina e cocaina, il facile accesso alle armi da fuoco con e senza licenza, e l’alienazione dai servizi sociali: “La vulnerabilità è determinata da rapporti di potere, forze sociali ed economiche su larga scala che emarginano certi individui e causano ed esacerbano le loro malattie”. Per Baratta, nella zona più bassa della scala sociale la funzione selezionatrice del sistema si trasforma in funzione emarginante, in un punto permanentemente critico tra gli strati più bassi del proletariato e le zone di sottosviluppo ed emarginazione. Un margine in cui all’azione regolatrice del mercato del lavoro si somma quella dei meccanismi sanzionatori del diritto, e determina il perimetro di agibilità e di vulnerabilità (Baratta, 2019, p. 236).
Per questo credo che sia più corretto utilizzare il termine abuso per descrivere queste pratiche: “un’esperienza personale di livelli intollerabili di sofferenza (che spesso si esprime sotto forma di violenza interpersonale e autodistruzione) in individui socialmente vulnerabili, nel contesto di forze strutturali (politiche, economiche, istituzionali e culturali) e manifestazioni fisiche di disagio (malattia, dolore fisico, deprivazione emotiva).
Nelle pratiche concrete, queste strutture sociali limitano lo spazio di “voce” delle vittime degli abusi, che difficilmente arrivano a denunciare (molti dei casi giudiziari sono partiti solo in presenza di testimoni terzi, di supporti video, o nella situazione più drammatica, a fronte del decesso dell’abusato) e se lo fanno, raramente sono creduti (in quanto portatori di vulnerabilità strutturali che non li rendono credibili), creando un contesto di impunità -de facto- degli autori.
I fatti recenti esistono solo perché l’occhio (il telefono) ha lasciato una traccia tangibile delle violenze. E perché in qualche modo sono state attuate alleanze e scambio sociale tra le vittime della violenza istituzionale e il resto della cittadinanza.
In secondo luogo, proprio per la necessità di un intervento per rispondere alla sofferenza strutturale di cui queste soggettività sono portatrici, spesso questo tipo di azioni sono inserite dagli autori dell’abuso in un frame necessitato, in cui non solo l’abuso è corretto, ma anche in linea con la funzione svolta. Un’argomentazione che si ritrova ad esempio nelle dichiarazioni di un sindacato autonomo di polizia sui recenti eventi: “Risolvete i problemi di sicurezza ma senza e in nessun caso utilizzando strumenti difensivi in dotazione né l’uso della forza, se necessaria“ che, in analogia, equivarrebbe a dire ad un meccanico di “sistemare il motore dell’auto senza però utilizzare i necessari utensili né l’uso della forza per adoperare questi ultimi, se necessaria”.
Pietro Buffa, parlando dell’approccio che individua nella situazione come motivo dell’esacerbarsi della violenza, ha affermato che: “L’approccio situazionista pone l’attenzione non tanto sulle mele marce quanto, piuttosto, sui cattivi cesti intendendo, in questo modo, il fatto che non sono tanto le qualità o le perversioni individuali a generare i comportamenti patologici oggetto di attenzione quanto il complesso situazionale, fatto di ruoli, regole, norme, anonimato delle persone e del luogo, deumanizzazione, conformismo e tante altre variabili che andremo ad analizzare e che caratterizzano il contesto in cui quelle persone si calano, rinforzato, a sua volta, dal Sistema più generale” (Buffa, 2013, p. 271). Una lettura che si ritrova anche nelle analisi critiche, come quella recente proposta da Salvatore Palidda, che afferma: “le polizie non fanno altro che sostituire l’azione repressiva a quello che dovrebbe essere il trattamento sociale o socio-sanitario della marginalità della cosiddetta asocialità, della devianza e anche della delinquenza. Tant’è che anche gli operatori delle polizie che hanno maturato una mentalità diciamo democratica se non di sinistra, dicono apertamente che il potere politico non fa altro che scaricare sulle polizie la soluzione di problemi economici e sociali che non ha interesse a risolvere perché fa gli interessi dei dominanti e non vuole spendere per il sociale”.
Un meccanismo quindi che presenta una scarsità di risorse e un modello asimmetrico di risoluzione del conflitto, soprattutto nei confronti di coloro che non sono pienamente parte della cittadinanza (tanto giuridica, quanto sociale).
Come affermava Ferrero (1942, pp. 38, 41, 46), “il potere è la manifestazione suprema della paura che gli uomini fanno a sé stessi, malgrado gli sforzi che compiono per liberarsi della paura medesima. […] Se è vero che i soggetti hanno sempre paura del potere a cui sono sottoposti, il potere ha sempre paura dei soggetti a cui comanda. […] L’intima natura del principio di legittimità è la facoltà di esorcizzare la paura: è la paura misteriosa e reciproca che insorge sempre tra il potere e coloro che ne sono sottoposti”.

Se la paura è il vettore comune, il lavoro per contrastare questo tipo di fenomeni non può passare solamente dall’accountability in sede processuale (per quanto questa rappresenti un traguardo non sempre raggiungibile) ma deve essere un investimento e un processo innanzitutto culturale, sociale e sistemico per vedere l’alterità e ricollocarla nella prossimità umana

Se la paura è il vettore comune, il lavoro per contrastare questo tipo di fenomeni non può passare solamente dall’accountability in sede processuale (per quanto questa rappresenti un traguardo non sempre raggiungibile) ma deve essere un investimento e un processo innanzitutto culturale, sociale e sistemico per vedere l’alterità e ricollocarla nella prossimità umana. Un lavoro di impresa sociale, in cui tutte e tutti concorrono alla cittadinanza comune e a mitigare gli effetti delle diseguaglianze, per evitare che potere e violenza si rafforzino, soprattutto sui corpi degli ultimi.
Un lavoro che idealmente apre a nuove forme culturali in grado di coinvolgere i corpi delle forze dell’ordine, le cittadine e i cittadini, per ripristinare lo scambio sociale, e non lasciare più nessuno escluso, e quindi esposto agli abusi.

BARATTA A. (2019), Criminologia e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico penale, Meltemi, Milano.
BASAGLIA F., ONGARO BASAGLIA F. (1968), Introduzione, in E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali, Einaudi, Torino.
BOURGOIS P., (2019), Structural Violence: A 44-Year-Old Uninsured Man with Untreated Diabetes, Back Pain and a Felony Record, in “New England Journal of Medicine”, 380, 3, pp. 205-9.
BUFFA P. (2013), Prigioni. Amministrare la sofferenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino.
CANTARELLA E. (2012), La chiamavano basanos: la tortura nell’antica Grecia, in Criminalia, pp. 19-26.
COHEN S. (1985), Visions of Social Control: Crime, Punishment and Classification, Polity Press, Cambridge.
CULLEN B. T., PRETES E. M. (2000), The Meaning of Marginality: Interpretations and Perceptions in Social Science, in “The Social Science Journal”, 2, pp. 215-29.
FARMER P. (2004), An Anthropology of Structural Violence, in “Current Anthropology”, 45, 3, pp. 305-25.
FERGUSON R. (1990), Introduction: Invisible Center, in R. Ferguson, M. Gever, T. T. Minh-ha, C. West (eds.), Out There: Marginalization and Contemporary Cultures, The mit Press, Cambridge (ma), pp. 1-14.
FERRAJOLI L. (2018), Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, Roma/Bari.
FOUCAULT M. (1975), Preface, in B. Jackson, Leurs prisons. Autobiographies de prisonniers et
d’ex-detenus américains, Plon, Paris, pp. i-vi.
LEFEBVRE H. (1996) Writings on Cities. Oxford: Blackwell.
LOWMAN J., MENZIES R., PALYS T. (1987), Transcarceration Essays in the Sociology of Social Control, Cambridge University Press, Cambridge.
ROTELLI F. (1991), Lo scambio sociale. Intervista di Giovanna Gallio, Centro di documentazione di Trieste.
SANTORO E. (2010), La regolamentazione dell’immigrazione come questione sociale: dalla cittadinanza inclusiva al neoschiavismo, in F. Belvisi, A Facchi., T. Pitch, C. Sarzotti, E. Santoro (a cura di), Diritto come questione sociale, Giappichelli, Torino, pp. 129-81.
SAYAD A. (2002), La doppia assenza, Raffaello Cortina Editore, Milano.
SCHEPER-HUGHES N. (1996), Small Wars and Invisible Genocides, in “Social Science and Medicine”, 43, 5, pp. 889-900.
WEBBER M. M. (1964) Explorations into urban structure, Philadelphia: University of Pennsylvania press.

References

References
1 Ad esempio, nel caso Aldrovandi, la ricostruzione processuale racconta di come gli agenti non credessero alle generalità date, perché convinti che fosse straniero: “ma come? ti chiami Federico?”.