Invecchiare in carcere

di Alessandro Maculan e Federica Delogu

La popolazione reclusa sta invecchiando da diversi anni. La tendenza alla crescita delle fasce d’età più avanzate, già sottolineata nei precedenti rapporti annuali di Antigone, non si è arrestata

La popolazione reclusa sta invecchiando da diversi anni. La tendenza alla crescita delle fasce d’età più avanzate, già sottolineata nei precedenti rapporti annuali di Antigone, non si è arrestata. Un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, ma che si inserisce in una tendenza più ampia documentata in diversi paesi europei. In Italia gli ultrasettantenni in detenzione sono passati da 1.238 nel 2024 a 1.348 nel 2025, con un incremento di oltre 100 unità. Si tratta di una crescita determinata in parte dall’aumento complessivo della popolazione detenuta, ma che trova conferma anche sul piano percentuale: questa fascia rappresentava il 2% nel 2024 e il 2,1% nel 2025. Una variazione apparentemente contenuta, che tuttavia acquista tutt’altro peso se osservata nel lungo periodo: negli ultimi vent’anni si è passati dallo 0,6% del 2005 all’attuale 2,1%, con un incremento costante anno dopo anno che desta inevitabilmente preoccupazione, tanto più perché non mostra segni di rallentamento. Il quadro si fa ancora più significativo se si allarga lo sguardo alle fasce d’età immediatamente precedenti: i detenuti tra i 60 e i 69 anni sono passati dal 3% del 2005 all’8,2% del 2025, mentre quelli tra i 50 e i 59 anni dal 10,3% al 19,2%. Complessivamente, i detenuti con più di 50 anni rappresentavano il 13,9% della popolazione reclusa nel 2005; vent’anni dopo sono quasi il 30%.

Un cambiamento strutturale profondo nella composizione anagrafica delle carceri italiane. La scelta di considerare i 50 anni come soglia per definire il “detenuto anziano” non è, tuttavia, arbitraria. La letteratura internazionale, infatti, ha documentato come le persone detenute tendano a sperimentare un processo di invecchiamento accelerato, per cui una persona di cinquant’anni reclusa può presentare le condizioni fisiche e i problemi di salute di qualcuno che ha almeno dieci anni di più nella popolazione generale (Wahidin, 2011). Una forbice che rende ancora più urgente interrogarsi su cosa significhi, concretamente, invecchiare in carcere.

Il fattore principale sembra essere la maggiore lunghezza delle pene detentive

Le cause del progressivo invecchiamento della popolazione detenuta sono molteplici e in linea con quanto evidenziato dalla letteratura internazionale sul tema. Il fattore principale sembra essere la maggiore lunghezza delle pene detentive: il numero di detenuti condannati all’ergastolo, ad esempio, è cresciuto di oltre il 55% negli ultimi vent’anni, passando da 1.224 nel 2005 a 1.901 nel 2025 (DAP), con un andamento mai in decrescita, pur con momenti di accelerazione e rallentamento. A ciò si aggiunge la difficoltà strutturale per i detenuti anziani di accedere alle misure alternative: l’art. 47-ter ord. penit. prevede la possibilità della detenzione domiciliare per gli ultrasettantenni, ma la esclude per chi ha commesso i reati più gravi (Della Casa, 2024). In questo modo, proprio chi ha maggiori probabilità di trovarsi in carcere a settant’anni è anche chi, per definizione, non può beneficiarne.

Ma al di là dei numeri, che restano necessari per misurare l’entità del fenomeno, vale la pena interrogarsi su cosa significhi concretamente essere anziani in carcere. Cosa vuol dire invecchiare dentro le mura di un istituto di pena, con tutto ciò che questo comporta sul piano fisico, psicologico e relazionale? E quali sfide pone tutto questo all’amministrazione penitenziaria?

Corpi che invecchiano, mura che restano

Essere anziani in carcere significa, anzitutto, fare i conti con un corpo che cambia in un ambiente che non è pensato per accogliere questa trasformazione. L’aumento delle patologie croniche, la necessità di cure continuative e di spazi accessibili si scontrano con un sistema penitenziario storicamente inadeguato a garantire il diritto alla salute (Ronco, 2018). Le strutture carcerarie italiane presentano sovente carenze strutturali significative: barriere architettoniche, personale sanitario insufficiente, tempi di attesa prolungati per visite ed esami, condizioni igieniche precarie. A tutto questo si aggiunge un ambiente fisico logorante, segnato da sovraffollamento, rumori continui e sbalzi termici, che non fa che accelerare il decadimento fisico e rendere ancora più difficile l’accesso a cure efficaci. In alcuni istituti, a colmare parzialmente queste lacune, sono presenti detenuti caregiver che svolgono funzioni di supporto informale — dall’igiene personale al supporto nella mobilità, dall’alimentazione alla gestione delle emergenze — spesso senza un riconoscimento formale né una formazione adeguata (Parisi, 2017).

Invecchiare in carcere è un’esperienza che pesa, e il contesto detentivo può amplificare fragilità già presenti, rendendo più difficile mantenere un equilibrio interiore

A queste difficoltà sul piano fisico si affiancano quelle sul piano del benessere psicologico. Invecchiare in carcere è un’esperienza che pesa, e il contesto detentivo — con la sua rigidità, la mancanza di stimoli, la distanza dagli affetti — può amplificare fragilità già presenti, rendendo più difficile mantenere un equilibrio interiore. Si tratta di una dimensione spesso poco visibile, che il sistema fatica a riconoscere e a cui spesso non riesce a dare una risposta adeguata (Sterchele, 2021).

Un elemento che incide profondamente sulla qualità della vita dei detenuti anziani è la progressiva erosione dei legami con il mondo esterno. Il tempo trascorso in carcere comporta spesso un lento ma inesorabile allontanamento dalle reti affettive e familiari: amicizie che si perdono, relazioni familiari che si logorano, la morte di persone care vissuta a distanza. La collocazione geografica degli istituti, le difficoltà economiche delle famiglie e i limiti imposti alle visite non fanno che accentuare questo isolamento. È noto come la solitudine rappresenti di per sé un fattore di rischio per la salute — fisica e non solo — della popolazione anziana (Tani et al., 2022): il carcere rischia dunque di aggravare una vulnerabilità già presente.

Delle persone anziane ci occupiamo direttamente noi detenuti. – racconta Simone – In particolare di quei detenuti anziani che hanno la cella singola

All’interno degli istituti, la convivenza forzata tra generazioni molto diverse può generare dinamiche relazionali complesse. In un contesto segnato da logiche gerarchiche e da una cultura della forza (Vianello, 2018), la fragilità degli anziani può esporre a forme di marginalizzazione o di vera e propria vittimizzazione da parte di detenuti più giovani, in situazioni spesso non riconosciute o sottovalutate dall’istituzione. Tuttavia, la realtà carceraria non si presta a letture univoche. Accanto a dinamiche di marginalizzazione e vittimizzazione, le relazioni intergenerazionali all’interno degli istituti possono assumere forme molto diverse, in cui la solidarietà e la cura informale tra detenuti rappresentano una risposta concreta — seppur non istituzionale — alla fragilità degli anziani. Un’ambivalenza che, al di là della sua complessità relazionale, rivela anzitutto una lacuna sistemica: quella di un’istituzione che delega di fatto ai detenuti stessi compiti di assistenza che dovrebbero essere garantiti dall’amministrazione penitenziaria. Lo raccontano i detenuti di Rebibbia Nuovo Complesso nel corso del Giornale Radio Carcere nel corso della trasmissione di Radio Popolare Jailhouse Rock: “Delle persone anziane ci occupiamo direttamente noi detenuti. – racconta Simone – In particolare di quei detenuti anziani che hanno la cella singola. Ci alterniamo per aiutarli a sistemare la cella, la sera a turno gli mandiamo un piatto per la cena. Non riescono ad andare avanti da soli. Ci dovrebbe essere un limite sopra una certa età. Morire in carcere non è umano”. E ancora Massimiliano: “C’è stato un periodo, in questo mio anno e mezzo di detenzione, in cui c’era una persona di circa 84/85 anni che non riusciva a utilizzare il bagno della sua cella perché c’era il gabinetto ‘alla turca’ e doveva essere continuamente accompagnato dagli agenti in servizio o da altri detenuti nel bagno al piano inferiore”.

Con l’avanzare dell’età, cresce anche il peso del tema della morte. Per chi sconta pene lunghe o l’ergastolo, la possibilità concreta di morire in carcere — lontano dagli affetti, senza un accompagnamento dignitoso — rappresenta una delle esperienze più difficili da elaborare. Eppure, il carcere tende a rimuovere questa dimensione, affrontandola per lo più in termini emergenziali, senza strumenti adeguati di presa in carico o di accompagnamento nel fine vita.

Eppure, la letteratura internazionale documenta con chiarezza come le detenute anziane presentino bisogni sanitari ancora più complessi rispetto alle controparti maschili

Un discorso a parte merita la condizione delle donne anziane detenute, una minoranza all’interno di una minoranza (Della Casa, 2024), la cui specificità rischia di restare invisibile anche sul piano della rilevazione statistica: i dati forniti dal DAP, infatti, non sono disaggregati per genere nelle tabelle che suddividono la popolazione detenuta per fascia d’età, rendendo difficile anche solo misurare l’entità del fenomeno. Eppure, la letteratura internazionale documenta con chiarezza come le detenute anziane presentino bisogni sanitari ancora più complessi rispetto alle controparti maschili. Oltre alle patologie croniche comuni alla popolazione anziana detenuta in generale, le donne sono esposte a condizioni specifiche come la menopausa, i tumori al seno e alla cervice, l’osteoporosi e le conseguenze fisiche e psicologiche di interventi ginecologici maggiori (Crawley, 2012). Si tratta di bisogni che richiederebbero risposte mirate e competenze specifiche, in un sistema che fatica già a farsi carico della popolazione anziana in generale, e che storicamente ha mostrato scarsa attenzione alle esigenze peculiari delle donne detenute (Wahidin, 2011).

Le sfide fin qui descritte non si esauriscono con la fine della pena. Il reinserimento sociale, già problematico per la popolazione detenuta in generale (Lorenzon, 2020), diventa ancora più arduo per chi esce dal carcere in età avanzata: reti sociali spesso inesistenti, risorse economiche scarse, difficoltà concrete nell’accesso al lavoro, all’abitazione e ai servizi. Il ritorno in libertà rischia così di tradursi in una nuova forma di esclusione — diversa da quella carceraria, ma non meno pesante (Crawley, 2012) — soprattutto in assenza di percorsi dedicati e di un accompagnamento reale.

Sul piano legislativo, sarebbe opportuno ripensare le limitazioni attualmente previste all’accesso alle misure alternative per i detenuti ultrasettantenni

Un’urgenza che il sistema non può ignorare

Il quadro fin qui delineato rende evidente che l’invecchiamento della popolazione detenuta non è un fenomeno marginale né transitorio, ma una trasformazione strutturale destinata a intensificarsi nei prossimi anni. Ignorarla o affrontarla in modo frammentato non è più un’opzione praticabile. Le strade percorribili sono molteplici e tra loro complementari. Sul piano legislativo, sarebbe opportuno ripensare le limitazioni attualmente previste all’accesso alle misure alternative per i detenuti ultrasettantenni: l’esclusione automatica per chi ha commesso determinati reati finisce per colpire proprio chi ha maggiori probabilità di trovarsi in carcere in età avanzata, e per cui la detenzione si traduce sempre più spesso in una misura meramente afflittiva, priva di qualsiasi finalità rieducativa. Sul piano strutturale, occorre garantire in tutti gli istituti spazi adeguati alle esigenze delle persone anziane — celle accessibili, prive di barriere architettoniche, attrezzate per chi si trova in condizioni di fragilità fisica. Esperienze in questa direzione esistono già in alcune realtà, ma si presentano a macchia di leopardo sul territorio nazionale, senza un disegno organico che le renda la norma e non l’eccezione. Parallelamente, è necessario investire nella formazione del personale penitenziario, affinché siano attrezzati a gestire con competenza e sensibilità i bisogni specifici di una popolazione detenuta che invecchia. E, per chi esce, occorre rafforzare le reti di accoglienza esterna — anche sul piano alloggiativo — per evitare che la fine della pena si traduca in una nuova forma di abbandono.

Ma al di là delle singole misure, ciò che appare sempre più urgente è aprire un ragionamento collettivo più profondo: quando il carcere smette di perseguire qualsiasi finalità rieducativa e si riduce a pura sofferenza, ha ancora un senso? La presenza crescente di persone anziane dietro le sbarre impone di interrogarsi su quali siano i confini accettabili della pena e su cosa voglia dire, per una società, scegliere di far morire le persone in carcere.

Riferimenti bibliografici

Crawley, E. (2012). Imprisonment in old age. In Handbook on prisons (pp. 254-274). Routledge.

Della Casa, F. (2024). Una crescente moltitudine di” invisibili”: i detenuti anziani. Rivista italiana di diritto e procedura penale, (4), 1373-1396.

Lorenzon, J. (2020). Dalla matematica della recidiva alla complessità del fine pena. Autonomie locali e servizi sociali, 43(3), 631-644.

Parisi, G. (2017). La pena nella pena. Meno della metà dei detenuti disabili è ospitato in luoghi attrezzati. In Associazione Antigone, Torna il carcere. XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione.

Ronco, D. (2018). Cura sotto controllo. Il diritto alla salute in carcere. Carocci.

Sterchele, L. (2021). Il carcere invisibile: Etnografia dei saperi medici e psichiatrici nell’arcipelago carcerario. Mimesis.

Tani, M., Cheng, Z., Piracha, M., & Wang, B. Z. (2022). Ageing, health, loneliness and wellbeing. Social Indicators Research, 160(2), 791-807.

Vianello, F. (2018). Norme, codici e condotte: la cultura del penitenziario: alla criticità dell’ambiente carcerario. Sociologia del diritto: 3, 2018, 67-85.

Wahidin, A. (2011). Ageing behind bars, with particular reference to older women in prison. Irish Probation Journal, 8(8), 109-124.