Gli interventi legislativi e i provvedimenti adottati in questi quattro anni del Governo Meloni hanno oltrepassato il concetto di populismo penale e di diritto penale del nemico, facendo spazio ad una visione che ha radicalmente spostato il baricentro del sistema penale dal mandato costituzionale della rieducazione verso una logica di pura neutralizzazione sociale. Se l’Articolo 27 della Costituzione assegna alla pena il compito di tendere alla rieducazione del condannato, la ratio politica attuale sembra invece interpretare la sanzione come uno strumento della maggioranza per punire soggetti non conformi o marginalizzati, trasformando il carcere in un luogo di privazione della libertà per soggetti già privati di diritti. Questa trasformazione non riguarda solo il codice penale: la politica sanzionatoria ha valicato i propri confini, utilizzando il diritto amministrativo per colpire preventivamente le condotte ritenute astrattamente pericolose.
Il metodo legislativo adottato è stato il riflesso diretto di questa urgenza repressiva. Attraverso l’uso sistematico della decretazione d’urgenza, l’esecutivo ha perseguito una deriva panpenalistica, è stato sufficiente ogni evento di cronaca o tensione mediatica per giustificare la creazione di nuove fattispecie di reato o l’inasprimento di quelle esistenti. Tale ipertrofia normativa, non risponde a una reale necessità di difesa sociale, ma a una strategia di consenso basata sulla stigmatizzazione di “nemici” scelti di volta in volta: migranti, attivisti, movimenti sociali o gli stessi detenuti.
La sicurezza promessa è una stabilità puramente estetica, basata sulla rimozione forzata del conflitto dalla pubblica vista
In questo scenario, appare legittimo chiedersi quale sia la “sicurezza” realmente perseguita e capace di giustificare i numerosi provvedimenti. Non si tratta certamente della sicurezza dei diritti, né della protezione delle fasce più vulnerabili della popolazione, la cui condizione di marginalità viene anzi aggravata dall’intervento penale. Al contrario, la sicurezza promessa è una stabilità puramente estetica, basata sulla rimozione forzata del conflitto dalla pubblica vista.
L’analisi della produzione legislativa dell’attuale Governo, aggiornata ai dati pubblicati il 13 marzo 2026 dal Servizio Studi Camera dei Deputati e alle recenti rilevazioni del maggio 2026, delinea un quadro istituzionale in cui il baricentro del potere legislativo si è spostato verso l’Esecutivo.
Su 298 leggi totali, ben 222 sono di iniziativa governativa (pari al 74,5%), mentre l’iniziativa parlamentare si attesta a un modesto 23,7% con 71 leggi
Al 13 marzo 2026, la XIX Legislatura ha fatto registrare l’approvazione di ben 298 leggi complessive, di cui 106 sono leggi di conversione di decreti-legge. Emerge che su 298 leggi totali, ben 222 sono di iniziativa governativa (pari al 74,5%), mentre l’iniziativa parlamentare si attesta a un modesto 23,7% con 71 leggi. Questo dato, già di per sé indicativo di una prassi che deroga al legittimo iter di una democrazia parlamentare, diventa ancora più nitido se si osserva il numero dei decreti-legge emanati, che al 12 maggio 2026 ha raggiunto la quota di 130 provvedimenti d’urgenza. La media mensile dei decreti-legge emanati nella XIX legislatura é stata di 4,2 nel 2022 (a partire dal 13 ottobre), 3,3 nel 2023, 2,7 nel 2024, 2,8 nel 2025 ed infine 2,2 nel 2026. L’iter parlamentare dei provvedimenti d’urgenza ha mostrato una preoccupante linearità: per ben 105 dei decreti-legge convertiti è bastato un unico passaggio in ciascuna Camera, senza la necessità di ulteriori letture. La velocità di approvazione è stata spesso garantita dal ricorso sistematico alla questione di fiducia, utilizzata dal Governo in oltre la metà dei casi (58 su 106). In particolare, in 44 di queste occasioni, l’Esecutivo ha blindato il testo ponendo la fiducia in entrambi i rami del Parlamento, riducendo drasticamente lo spazio per il dibattito e gli emendamenti.
Questa egemonia legislativa del Governo diventa ancora più marcata e problematica quando si sposta l’analisi sugli interventi che hanno apportato modifiche dirette in materia di giustizia e sicurezza
Questa egemonia legislativa del Governo diventa ancora più marcata e problematica quando si sposta l’analisi sugli interventi che hanno apportato modifiche dirette in materia di giustizia e sicurezza. Escludendo le ratifiche di trattati internazionali e i provvedimenti di natura meramente tecnica o settoriale, si contano 21 interventi di matrice governativa (suddivisi tra 7 leggi ordinarie e 14 leggi di conversione di decreti-legge, che salgono a 15 con l’ultimo decreto sicurezza) a fronte di soli 6 interventi di iniziativa parlamentare. Da questa sproporzione possiamo trarre deduzioni fondamentali sullo stato attuale del bilanciamento tra i poteri nel nostro paese. Appare infatti evidente che la “materia giustizia” non è più il terreno del confronto democratico all’interno delle Aule parlamentari, ma è diventata un ambito di competenza quasi esclusiva del Governo. È l’Esecutivo a decidere cosa debba essere considerato reato, come debbano essere puniti i cittadini e quali condotte meritino un inasprimento sanzionatorio, utilizzando come ordinaria modalità di produzione della norma penale prevalentemente lo strumento del decreto legge, che si ribadisce è ritenuto legittimo nella Costituzione solo se giustificato da casi straordinari di necessità e urgenza.
Il ruolo delle Camere rischia di ridursi a un esercizio di mera ricezione passiva di decisioni governative, ovvero alla ratifica e conversione di testi blindati tramite il ricorso sistematico alla questione di fiducia, utilizzata in ben 58 casi su 106 conversioni totali. Questo metodo legislativo comporta criticità di estrema gravità. La decretazione d’urgenza utilizzata per incidere sul diritto penale impedisce quella riflessione ponderata, quel bilanciamento dei diritti e quel vaglio tecnico che una materia così sensibile, che impatta direttamente sulla libertà personale dei cittadini, richiederebbe necessariamente.
Sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori
Il bilancio finale di questa attività legislativa governativa è drastico e restituisce l’immagine di un ordinamento in perenne stato di espansione punitiva. Dall’inizio della legislatura, sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori per fattispecie già esistenti, portando i minimi e i massimi edittali a soglie che rendono sempre più difficile il ricorso a misure alternative. Oltre 400 anni di carcere. Infine, la spinta repressiva è stata adottata anche attraverso il diritto amministrativo, con l’introduzione di più di 30 nuove sanzioni pecuniarie e interdittive, utilizzate come strumento di controllo preventivo e di stigmatizzazione della marginalità. Questa architettura repressiva non ha eguali nella storia recente.
L’espansione del catalogo penale si è configurata come una risposta sistematica a specifiche emergenze mediatiche
L’espansione del catalogo penale si è configurata come una risposta sistematica a specifiche emergenze mediatiche, traducendosi in una stratificazione di norme che, dal decreto Cutro al secondo decreto sicurezza del 2026, convertito con l. n. 54 del 2026, ha ridefinito i confini della punibilità.
Il Decreto Cutro ha introdotto una stretta significativa sulle politiche di accoglienza, eliminando la protezione speciale per molte categorie vulnerabili e limitando drasticamente le possibilità di accoglienza nel sistema. Istituendo nuove procedure accelerate di frontiera per il rimpatrio, finalizzate a una gestione più rapida ed esecutiva delle espulsioni, la riforma ha ridimensionato i percorsi di integrazione per i richiedenti asilo, privilegiando una logica di trattenimento e respingimento. Pochi mesi dopo, il decreto Caivano ha spostato il baricentro verso la criminalità minorile e il disagio delle periferie, intervenendo non solo con il potenziamento delle misure di custodia cautelare per i giovanissimi, ma rendendo più facile il ricorso al Daspo urbano anche per i giovanissimi.
Questa parabola securitaria ha trovato il suo compimento organico nei due decreti sicurezza (2025 e 2026), i quali hanno esteso il controllo penale a forme di dissenso e alle marginalità. Dal ritorno della rilevanza penale del blocco stradale, al bando della cannabis light, sino ad arrivare al delitto di rivolta penitenziaria, esteso anche alla resistenza passiva. Contro il primo decreto sicurezza l’associazione Antigone ha protestato sin dalla prima presentazione alla Camera, pubblicando anche un testo di critica, assieme a Momo Edizioni, dal titolo “Il più grande attacco alla libertà di protesta nella storia della Repubblica”. Si arriva poi al secondo decreto sicurezza, convertito con l. n. 54 del 2026, un secondo grave attacco alla democrazia, che non solo ha rafforzato le sanzioni contro i minori autori o presunti autori di reato, ma ha inciso sia sulla politica migratoria, velocizzando le procedure di respingimento e premiando gli avvocati che perfezionano tale procedura, rimuovendo l’automatismo nel gratuito patrocinio per i richiedenti protezione, sia restringendo l’ambito di applicabilità della lieve entità in materia di stupefacenti. Non solo. La norma istituisce l’inedita possibilità di condurre operazioni di polizia sotto copertura all’interno degli istituti penitenziari, mimando il clima già instabile tra custodi e custoditi.
Un deliberato disegno di compressione dei diritti dei detenuti, attuato attraverso una combinazione di provvedimenti e di circolari
L’attuale politica penitenziaria governativa persegue un deliberato disegno di compressione dei diritti dei detenuti, attuato attraverso una combinazione di provvedimenti e di circolari emanate dal DAP. L’obiettivo è stato chiaro:il carcere non è più l’ultima risorsa, ma la principale risposta politica ai conflitti sociali e alla marginalità, e la vita detentiva deve fondarsi sulla restrizione, burocratizzando ogni forma di percorso idoneo ad avvicinare il carcere alla comunità esterna.
Il sovraffollamento sistemico ha come unica soluzione secondo il Governo nel costruire nuovi carceri
Il sovraffollamento sistemico degli Istituti di pena, nonostante le tante proposte idonee ad affrontarlo elaborate da Antigone, ha come unica soluzione secondo il Governo nel costruire nuovi carceri. Questa visione considera il carcere come un contenitore fisico da espandere, ignorando sistematicamente il ricorso alle misure alternative e alla giustizia di comunità. Tale logica edilizia non solo richiede tempi burocratici incompatibili con l’urgenza della crisi attuale, ma sottrae risorse preziose che dovrebbero essere destinate al potenziamento del personale e ai percorsi di reinserimento. Nella pratica poi, i posti prodotti risultano ancora numericamente e drasticamente esigui, nonostante le risorse investite (per una disamina completa si rinvia al tema “Edilizia penitenziaria”).
Parallelamente, la gestione dell’ordine interno è stata scandita da una serie di circolari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che hanno imposto una stretta autoritaria sulla quotidianità detentiva. Tra i provvedimenti più contestati spicca la circolare sulla “media sicurezza”, che ha drasticamente ridotto le ore di apertura delle celle e cancellato il modello della vigilanza dinamica. Le restrizioni sono state varie, dalla Circolare che ha limitato i frigoriferi nelle celle, alla Circolare che ha ’accentramento al DAP le autorizzazioni per le attività culturali, rallentando i processi autorizzatori per le attività culturali e aspramente criticata dal mondo penitenziario, costringendo il Dipartimento a una parziale correzione solo nel maggio 2025.
Sul clima interno altresì, tra le novità più gravi vi sono l’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria e l’introduzione delle indagini sotto copertura
Sul clima interno altresì, tra le novità più gravi vi sono l’introduzione del delitto di rivolta penitenziaria e l’introduzione delle indagini sotto copertura in carcere. Il neo delitto di rivolta non colpisce più soltanto gli atti di violenza fisica, ma parifica a questi la cosiddetta resistenza passiva. In sintesi, se tre persone detenute che condividono la stessa cella sovraffollata o un istituto in condizioni detentive non dignitose, si rifiutano di obbedire all’ordine di un agente, anche con modalità non violente, si configurerà il delitto di rivolta con una possibile condanna da due a otto anni di reclusione (per i promotori, organizzatori o dirigenti), e da uno a cinque per i partecipanti. L’introduzione di agenti infiltrati sotto copertura nelle carceri rappresenta una rottura drastica con il modello di trasparenza costituzionale, trasformando la Polizia Penitenziaria in un apparato di intelligence che mina la fiducia tra detenuti e operatori. Questa misura, snaturando la funzione rieducativa della pena a favore di una logica di puro ordine pubblico, rischia di avvelenare il clima carcerario alimentando sospetti, delazioni e una gestione opaca che esautora persino il ruolo di garanzia del Direttore dell’istituto. La legalizzazione di tali operazioni, applicabili potenzialmente anche ai minori, segna il definitivo passaggio del carcere da comunità orientata al reinserimento a “spazio torbido” governato dalla paura e dalla prevenzione repressiva.
Questo clima di tensione e privazione si riflette anche sul bilancio tragico della salute mentale e dei suicidi, che negli ultimi quattro anni ha raggiunto numeri senza precedenti nella storia repubblicana. L’istituzione carceraria sembra incapace di intercettare il malessere profondo di una popolazione detenuta sempre più giovane e fragile, e sempre più affetta da patologie psichiatriche che meriterebbero percorsi di cura esterni anziché la cella. Le politiche di prevenzione, ridotte a meri protocolli burocratici di sorveglianza a vista, si sono dimostrate del tutto inefficaci di fronte a un sistema che schiaccia l’individuo.
La svolta impressa dal decreto Caivano rappresenta un mutamento di paradigma senza precedenti per la giustizia minorile italiana, segnando il passaggio da un modello di riferimento a uno fondato sulle stesse criticità che attanagliano la detenzione per adulti, tra sovraffollamento e inefficienze. Il recente rapporto sulle condizioni di detenzione minorile di Antigone restituisce l’immagine di un sistema storicamente considerato un’eccellenza internazionale, ma oggi sprofondato in una crisi strutturale a causa di una visione repressiva e punitiva. Il nucleo del decreto Caivano risiede in un drastico inasprimento del sistema cautelare: l’abbassamento della soglia di gravità del reato necessaria per disporre la custodia in carcere ha prodotto un incremento degli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) che non ha precedenti. Questa pressione ha mandato in frantumi il delicato equilibrio dei percorsi trattamentali, trasformando gli IPM da luoghi di progettualità educativa in strutture di mero contenimento, dove la sovrappopolazione alimenta tensioni e atti di autolesionismo.
Un clima che ha visto l’emersione delle inchieste relative ai presunti casi di tortura e maltrattamenti verificatisi all’interno del Beccaria di Milano e di Casal del Marmo a Roma
Un clima che ha visto l’emersione delle inchieste relative ai presunti casi di tortura e maltrattamenti verificatisi all’interno del Beccaria di Milano e di Casal del Marmo a Roma. Gravi episodi che se accertati dall’Autorità giudiziaria sono più di un sintomo di un sistema che non sta funzionando come dovrebbe. L’approccio punitivo verso la devianza giovanile non può fondarsi sulla deterrenza ma necessità di sostanziali interventi educativi e di prevenzione.
L’ulteriore segnale d’allarme, ormai impossibile da ignorare, è il crescente scollamento dell’Italia dal contesto e dai valori del diritto europeo
Il lungo percorso di analisi attraverso l’ipertrofia normativa dell’ultimo quadriennio e l’aggravamento delle criticità sistemiche e non degli istituti di pena ci pone di fronte a un interrogativo ineludibile: verso quale modello di giustizia stiamo andando? La parabola securitaria descritta non rappresenta soltanto un inasprimento tecnico delle sanzioni, ma delinea un vero e proprio mutamento genetico del nostro ordinamento, che sembra aver smarrito la sua fondamentale bussola costituzionale. L’ulteriore segnale d’allarme, ormai impossibile da ignorare, è il crescente scollamento dell’Italia dal contesto e dai valori del diritto europeo. Le politiche attuali, caratterizzate da un ricorso sistematico alla compressione dei diritti, si pongono in aperta collisione con le raccomandazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e con i moniti del Comitato per la prevenzione della tortura (CPT). Se l’Europa ci chiede di ridurre il ricorso al carcere, di potenziare le misure alternative e di garantire spazi di dignità che non degradino nel trattamento inumano, la risposta interna è andata esattamente nel verso opposto.
Per invertire questa tendenza è necessario riportare la dignità umana al centro del sistema detentivo come presupposto inderogabile di legalità. La dignità dell’individuo deve tornare a essere il metro di misura di ogni azione dello Stato: dal momento dell’arresto fino all’ultimo giorno di pena, il cittadino deve percepire che lo Stato non ha l’obiettivo di annientarlo, ma di ricucire lo strappo che ha generato il reato.
La qualità di una democrazia si misura proprio dalla sua capacità di garantire i diritti di chi non ha voce
Nessuno deve essere escluso dal perimetro della tutela dei diritti, e paradossalmente sono proprio i margini della società, i “vulnerabili” colpiti dal decreto Caivano, i migranti del decreto Cutro, tutti i detenuti che dovrebbero essere posti al centro dell’agenda politica. Mettere i margini al centro significa comprendere che la qualità di una democrazia si misura proprio dalla sua capacità di garantire i diritti di chi non ha voce.
Cosa servirebbe, dunque, per riportare l’Italia in linea con il suo mandato storico e costituzionale? Servirebbe il coraggio di depenalizzare, di investire in giustizia riparativa, di restituire al Parlamento la sovranità sulla materia penale e, soprattutto, di ammettere che la sicurezza dei cittadini non aumenta con l’aumento dei reati, ma con la riduzione delle disuguaglianze.