I numeri della detenzione

Anche quest’anno, ostinatamente, il rapporto di Antigone si apre con uno sguardo ai numeri della detenzione, numeri che ci restituiscono un’immagine assolutamente allarmante. Come vedremo la situazione dall’anno scorso ad oggi è peggiorata sostanzialmente su tutti i fronti, e d’altronde la cosa non sorprende visto che negli ultimi 12 mesi nessuna iniziativa è stata presa per porvi rimedio.

Nell’ultimo mese la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità

Cresce la popolazione detenuta

L’emergenza è evidente già da subito se si guardano i numeri delle presenze. Al 30 aprile 2026 erano 64.436 le persone detenute nelle nostre carceri. 2.844 erano donne, il 4,4% dei presenti, 20.307 erano stranieri, il 31,5% dei presenti. Nell’ultimo mese la crescita è stata particolarmente significativa, 439 persone in più, a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità. Quasi 2.000 persone in più in un anno. 1.148 nei 12 mesi precedenti. La crescita delle presenze riprende dunque ad accelerare.

Si tratta di una pessima notizia anche perché la crescita della popolazione detenuta nel 2025 era stata in qualche misura limitata: 1.072 persone in più in un anno, a fronte di una crescita di 2.261 persone nel corso del 2024 e addirittura di 3.970 nel corso del 2023. Ma come abbiamo appena visto sopra il tasso di crescita del 2025, di 89 persone al mese, è già un ricordo del passato. Dall’inizio del 2026 la crescita è già stata di 937 persone, 234 al mese, e se si continua di questo passo alla fine del 2026 si supereranno ampiamente le 66.000 presenze.

La percentuale delle donne detenute sui presenti resta sostanzialmente stabile, come è stabile la percentuale di presenze straniere, che era stata a lungo in calo a partire dal 2007 fino al 2021.

Al 30 aprile 2026 la capienza regolamentare del sistema era di 51.265 posti, un numero che è anche un bilancio impietoso del piano straordinario di edilizia penitenziaria messo in campo dal Governo

Ma, a prescindere da cosa accadrà nel futuro prossimo, le carceri italiane sono già strapiene. Al 30 aprile 2026 la capienza regolamentare del sistema era di 51.265 posti, un numero che è anche un bilancio impietoso del piano straordinario di edilizia penitenziaria messo in campo dal Governo. Si legge in questi giorni sul sito del Ministero della Giustizia:

Il piano di edilizia penitenziaria approvato da parte del Consiglio dei ministri il 22 luglio 2025 comprende interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, nuove realizzazioni e ampliamenti. Dalla sua approvazione sono già stati recuperati o realizzati circa 1.400 posti detentivi, dei quali 800 solo nel primo quadrimestre del 2026. Tra ottobre 2022 e aprile 2026 i posti in più a messi a disposizione sono complessivamente 1.900.

Ma non si capisce di che si parla. Al 31 ottobre 2022 i posti regolamentari erano 51.174. A fine luglio 2025, quando il piano è stato approvato, erano 51.300 posti. Nove mesi dopo, e nonostante il governo continui a rivendicare i primi risultati di questo piano, la capienza regolamentare è addirittura diminuita di 35 posti.

E come è noto questa discussione ruota peraltro sui posti regolamentari, che restano un punto di riferimento teorico a fronte dei posti effettivamente a disposizione del sistema, che a fine aprile erano 46.318, portando il tasso di affollamento reale a quota 139,1%.

Sono ormai 73 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%. Si tratta di Lucca (240%), Foggia (225%), Grosseto (213%), Lodi (212%), Milano San Vittore (210%), Brescia Canton Mombello (210%), Udine (210%), Latina (204%). Gli istituti che non hanno raggiunto il “tutto pieno” sono ormai solo 22 in tutta Italia.

Il sistema è allo sfascio, i numeri lo certificano, ma non si vede all’orizzonte nessuna risposta credibile

Tutto questo significa condizioni materiali di vita inumane, carenze croniche di ogni risorsa e di ogni servizio, dal personale dell’amministrazione penitenziaria a quello delle ASL, e garantire i diritti essenziali ed il rispetto della legalità diventa un’utopia. Il sistema è allo sfascio, i numeri lo certificano, ma non si vede all’orizzonte nessuna risposta credibile.

Questa costante crescita delle presenze si registra peraltro nonostante un calo ancora rilevante negli ingressi dalla libertà. Come si vede sopra questi, dopo essere diminuiti per molti anni e in maniera assai significativa (dal 2008 al 2015 si erano praticamente dimezzati) hanno preso lentamente a ricrescere dopo il 2020, quando erano stati 35.280, il numero più basso in più di venti anni. Da allora erano ripresi a crescere, per arrivare nel 2024 a 43.489 ingressi nell’anno, ma fortunatamente nel 2025 questa conta si è fermata a 42.005. Gli ingressi nell’ultimo anno sono in calo dunque, e nonostante questo le presenze continuano a crescere.

Continua a calare anche la percentuale di quanti in carcere sono in custodia cautelare. Le persone in attesa di primo giudizio erano il 15,3% dei presenti alla fine del 2024, il 14,7% a fine 2025. Gli appellanti sono aumentati, passando dal 5,2% al 5,4%, ma anche i ricorrenti sono calati, passando dal 3% al 2,7%.

Pare che il sistema da questo punto di vista si stia muovendo nella giusta direzione. Eppure, come abbiamo detto più volte, nonostante questo la popolazione detenuta continua a crescere

Sono di conseguenza cresciute le persone che in carcere stanno scontando una condanna definitiva, passando dal 74,8% dei presenti al 75,4%. Si tratta di variazioni percentuali modeste, ma come si vede sopra confermano una tendenza in corso da tempo, un fatto certamente positivo se si pensa che nel nostro ordinamento la misura cautelare della custodia in carcere dovrebbe essere del tutto residuale. Resta che in italia vi si ricorre assai di più che in altri paesi europei, ma quanto meno pare che il sistema da questo punto di vista si stia muovendo nella giusta direzione. Eppure, come abbiamo detto più volte, nonostante questo la popolazione detenuta continua a crescere.

Pene sempre più lunghe

La costante crescita delle presenze in carcere non si spiega dunque né con un aumento degli ingressi, né con un maggior ricorso alla custodia cautelare. Il dato appare però un po’ meno incomprensibile se si guarda alla durata delle pene, ed in particolare alla durata delle pene inflitte alle persone detenute. Alla fine del 2025 infatti la pena inflitta ai presenti in carcere era in media più lunga rispetto ad un anno prima. Le persone che scontano una condanna tra i 5 ed i 10 anni sono passate dal 30,1% al 30,4% dei definitivi presenti, quelli che scontavano una pena dai 10 ai 20 anni sono passati dal 16,6% al 16,8%. Di converso ad esempio coloro che scontavano una pena da 1 a 3 anni sono passati dal 17,3% al 16,4% dei definitivi presenti. Le condanne di chi è oggi in carcere dunque si allungano, e come mostra il grafico sotto lo fanno lentamente, ma costantemente, dalla fine della pandemia.

L’attuale Governo ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori

La cosa ovviamente non può sorprendere nessuno. È un malcostume diffuso, non solo in Italia, quello di rispondere ad ogni emergenza sociale, o ad ogni grave fatto di cronaca, con nuovi reati ed innalzamenti di pena, ma di questo malcostume il Governo attuale ha fatto la propria cifra. Come illustrato meglio altrove in questo rapporto, l’attuale Governo dalla sua entrata in carica ha introdotto oltre 55 nuovi reati e più di 60 nuove aggravanti, che intervengono sul codice penale e su leggi speciali. A questo si aggiungono oltre 65 inasprimenti sanzionatori. Un quadro che fa tremare i polsi, a fronte del quale ci sarebbe da restare sorpresi se tutto questo non producesse condanne sempre più lunghe, e dunque presenze in carcere sempre maggiori.

Ma c’è un altro dato a cui prestare attenzione, connesso a questo, ovvero quello della pena residua, ancora da scontare, che resta in capo alle persone detenute. Il dato è in parte diverso perché la pena residua da scontare è certamente funzione della pena inflitta e del tempo trascorso in carcere, ma dipende anche dalla facilità di accesso alle misure alternative alla detenzione e agli altri benefici penitenziari, che possono consentire di uscire dal carcere anche a chi non è ancora a fine pena.

Come si vede sopra nell’ultimo anno la variazione più significativa è stata la crescita percentuale del numero di persone che stanno scontando una pena da uno a tre anni, che sono passate dal 33,7% al 34,6% dei presenti. Questa crescita è stata in parte compensata dal calo percentuale di quanti hanno un residuo pena inferiore all’anno, che sono passati dal 17,5% al 16,3% dei presenti, ma nel complesso la percentuale di quanti, tra i presenti hanno un residuo di pena superiore ai 3 anni dalla pandemia ad oggi è in costante aumento.

Il leggero calo della componente della popolazione detenuta con residui di pena più brevi è probabilmente da imputare interamente alla crescita di quanti stanno scontando pene sempre più lunghe

Questo, ovviamente, significa anche che la percentuale di quanti hanno un residuo pena inferiore ai 3 anni è in costante diminuzione, e si tratta di un fatto certamente significativo. La platea di persone detenute con un residuo pena inferiore ai tre anni, oltre 24.000 persone alla fine del 2025, è infatti quella a cui più spesso si guarda quando si pensa di combattere il sovraffollamento carcerario favorendo l’accesso alle misure alternative. Già ad agosto del 2023, e poi di nuovo nel febbraio del 2024, il Ministro Carlo Nordio aveva dichiarato di voler combattere il sovraffollamento destinando le caserme dismesse al trattamento detentivo differenziato di chi non si è macchiato di gravi reati e ha residui di pena brevi. Si pensava allora appunto ad una platea che poteva raggiungere le 20.000 unità. A luglio del 2025 lo stesso Ministro Nordio aveva invece illustrato un piano per ridurre il numero dei detenuti destinato ad una platea di 10.105 detenuti definitivi, con pena residua sotto i 24 mesi. E da allora molte dichiarazioni di questo tenore si sono ricorse, fino a quelle recentissime sugli interventi per favorire l’accesso alle misure di comunità di tossicodipendenti e senza fissa dimora. Ma nel frattempo, nel mondo reale, nulla è accaduto. Assolutamente nulla. Ed il leggero calo della componente della popolazione detenuta con residui di pena più brevi è probabilmente da imputare interamente alla crescita di quanti stanno scontando pene sempre più lunghe.

Sempre più anziani, ma aumentano anche i giovani adulti

Conseguenza prevedibile di quanto detto sopra è che l’età media della popolazione detenuta cresce. Fino al 2010 i detenuti con meno di 40 anni erano netta maggioranza, oltre il 60% dei presenti. Alla fine del 2024 erano il 44,1% dei presenti. Alla fine del 2025 il 43,9%. Di converso gli over 50, che nel 2010 erano il 15,8% dei presenti, alla fine del 2024 erano il 29,4% ed alla fine del 2025 il 29,5%.

La popolazione detenuta dunque sta da tempo invecchiando, ed a questo tema specifico è dedicato un approfondimento altrove in questo rapporto, in cui si cerca di dare conto tra l’altro delle enormi difficoltà che questa tendenza comporta per chi è detenuto e per chi è chiamato a rispondere ai bisogni di una popolazione detenuta sempre più anziana.

Se l’età media della popolazione detenuta avanza, questo sta avvenendo nonostante i giovanissimi, per quanto pochi, negli ultimi anni hanno fatto registrare crescita piuttosto significativa

La tendenza illustrata sopra non è però del tutto lineare. Se l’età media della popolazione detenuta avanza, questo sta avvenendo nonostante i giovanissimi, per quanto pochi, negli ultimi anni hanno fatto registrare crescita piuttosto significativa in termini percentuali. Anche a questo tema è dedicato un approfondimento ad hoc altrove in questo rapporto (inserire link). Basti qui riferire che, come mostra bene il grafico sopra, i ragazzi dai 18 ai 20 anni, a lungo in netto calo tra i presenti, sono passati dall’1% delle presenze alla fine del 2021 all’1,6% nel 2024, dato confermato anche alla fine del 2025. Mentre i giovani tra i 21 ed i 24 anni, anche loro a lungo in costante calo in termini percentuali, hanno fatto registrare il loro minimo alla fine del 2022, un 4,7%, per iniziare a crescere fino all’attuale 5%. Se dunque la popolazione detenuta invecchia, la tendenza è quanto meno contenuta dalla recente crescita dei giovani adulti.

Per la prima volta da molto tempo, forse per la prima volta da quando esistono, le misure alternative alla detenzione sono in calo

Numero delle carcerazioni precedenti e costi della recidiva

Un’altra possibile spiegazione della crescita delle presenze, o quanto meno un inquietante campanello d’allarme di quanto queste potrebbero ulteriormente crescere nel prossimo futuro, è quanto accaduto nell’ultimo anno ai numeri delle misure alternative. Del tema si parla più approfonditamente altrove (inserire link), per cui qui ci limiteremo ad un accenno, segnalando due dati allarmanti: le prese in carico degli UEPE per Affidamento in prova al servizio sociale, che nel 2024 erano state 26.151, nel 2025 sono state 24.627, il 5,8% in meno. Ed altrettanto sta accadendo con la Detenzione domiciliare, la seconda misura alternativa alla detenzione per incidenza numerica. I nuovi casi presi in carico nel 2024 erano stati 14.247, mentre nel 2025 sono stati 13.519, il 5,1% in meno. Per la prima volta da molto tempo, forse per la prima volta da quando esistono, le misure alternative alla detenzione sono in calo. E l’effetto che questo potrebbe avere sui numeri della detenzione non può che far paura.

Come dicevamo però delle alternative alla detenzione ci occuperemo altrove. Volevamo invece chiudere questo contributo con un aggiornamento sul tema della recidiva, un tema che ovviamente ha molto a che vedere con i numeri della detenzione. Come è noto, non sappiamo molto dei tassi di recidiva di chi passa dal nostro sistema penitenziario, nonostante l’art. 27 della Costituzione preveda la “rieducazione del condannato”, e dunque il contrasto della recidiva, tra le finalità della pena. È incredibile che in un sistema come il nostro, in cui il fine del contrasto alla recidiva è posto addirittura in Costituzione, non ci si preoccupi di produrre dati affidabili su come le pene riescano, o meno, a raggiungere questa finalità. Abbiamo però a disposizione quanto meno un dato in qualche modo a questo complementare, ovvero quello, che il DAP raccoglie sistematicamente, relativo al numero delle carcerazioni precedenti di chi è detenuto.

Solo una minoranza delle persone detenute, per quanto cospicua, è alla sua prima esperienza detentiva, ospiti appena arrivati di un universo fatto di persone che in carcere ci sono già state e ci tornano

Come si vede sopra, tra i 63.499 detenuti presenti al 31 dicembre 2025 solo 25.921, il 40,8%, era alla prima carcerazione. E già questo è un dato che dovrebbe far pensare. Solo una minoranza delle persone detenute, per quanto cospicua, è alla sua prima esperienza detentiva, ospiti appena arrivati di un universo fatto di persone che in carcere ci sono già state e ci tornano. E ci tornano spesso. Alla stessa data infatti 29.127 detenuti, il 45,9% dei presenti, in carcere c’era già stato tra le 1 e le 4 volte prima dell’attuale carcerazione. Sorprende l’ampiezza di questa fascia della rilevazione, possiamo immaginare che essere alla propria seconda carcerazione sia molto diverso che essere alla quinta, e sarebbe auspicabile avere dati disaggregati su questo gruppo, il più numeroso. Come si vede sopra poi, se si va oltre, si scopre che 6.718 detenuti, il 10,6%, avevano già tra le 5 e le 9 carcerazioni alle spalle, e addirittura 1.724 persone, il 2,7% dei presenti, in carcere c’era già stato più di 10 volte. Detto in altri termini, il 59,2% dei presenti era recidivo e in alcuni casi, almeno il 13,3%, si trattava di esperienze di detenzioni plurime che si trascinano probabilmente per decenni.

Questo è probabilmente il dato, peraltro relativamente stabile nel tempo, che meglio di qualunque altro descrive il fallimento, o la vera natura, del nostro sistema penitenziario

E questo è probabilmente il dato, peraltro relativamente stabile nel tempo, che meglio di qualunque altro descrive il fallimento, o la vera natura, del nostro sistema penitenziario. Da una parte questi numeri certificano, in maniera incontrovertibile, l’assoluto fallimento dei percorsi di reinserimento sociale. Dall’altro lasciano intuire come il carcere non sia solo un modo per punire chi non ha rispettato le leggi, ma anche una comunità che riproduce la propria utenza, un cerchio di dannati che alimenta se stesso, nonché il principale “servizio” pubblico che offriamo come strumento di integrazione ad una parte della popolazione. Sempre la stessa. Segnata, come sa chi conosce il carcere, da livelli di povertà ed esclusione difficili da trovare altrove. La “discarica sociale” di cui abbiamo sentito parlare molte volte va forse ripensata come “trappola sociale”, dalla quale evidentemente è facile non venire più fuori.

Se nel tempo ai “nuovi utenti” si aggiunge una platea progressivamente sempre più larga di persone che in carcere ci tornano più e più volte, i numeri delle presenze non possono che finire per esplodere

Ed è probabilmente proprio per questo che i numeri del carcere da molto tempo in Italia continuano inesorabilmente a crescere. Se nel tempo ai “nuovi utenti” si aggiunge una platea progressivamente sempre più larga di persone che in carcere ci tornano più e più volte, i numeri delle presenze non possono che finire per esplodere.

Questo sistema non è infatti solo una enorme ingiustizia sociale, è anche un’emorragia finanziaria per lo Stato e un onere per la collettività

Per venire fuori da tutto questo bisognerebbe spezzare il cerchio, iniziando ad investire in modo massiccio su percorsi di integrazione sociale e di preparazione al rilascio, spendere risorse ingenti sulle politiche di reinserimento anziché, per dirne una, sull’edilizia penitenziaria. La cosa probabilmente appare impensabile da un punto di vista politico ed elettorale, visto l’appeal che il carcere e la retorica della “certezza della pena” hanno su larghe fette dell’opinione pubblica. Ma diventa forse un po’ meno impensabile se si pensa ai costi che questo fallimento ha per tutti noi. Questo sistema non è infatti solo una enorme ingiustizia sociale, è anche un’emorragia finanziaria per lo Stato e un onere per la collettività. Quando chi esce dal carcere torna a commettere reati, i primi costi gravano sulla giustizia: ogni nuovo reato mobilita infatti indagini, arresti e processi. Ci sono poi i costi della detenzione, che sono elevati e come detto non garantiscono sicurezza a lungo termine. Parallelamente, le vittime subiscono danni patrimoniali e perdite di produttività, mentre i cittadini finiscono per investire in sicurezza privata per contrastare la paura del crimine. Sotto il profilo macroeconomico, la recidiva sottrae individui al mercato legale, riduce il gettito fiscale e i contributi, e a livello sistemico l’insicurezza scoraggia i consumi e gli investimenti.

Ma tutto questo lo sappiamo. Alla loro maniera, inesorabili, i numeri ce lo ripetono da molto tempo. Eppure tutto, colpevolmente, continua a restare uguale.