di Sofia Antonelli
“La piaga dei suicidi in carcere non si attenua. Ciascuno di questi casi rappresenta una sconfitta dello Stato a cui sono affidate le vite dei detenuti”. Così ha ribadito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella davanti al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e una rappresentanza della polizia penitenziaria in occasione dell’anniversario della costituzione del corpo.
Almeno 82 persone private della libertà si sono tolte la vita tra gennaio e dicembre 2025. Dall’inizio del 2026 si sono registrati altri 24 suicidi
Anche il 2025 è stato un anno tragico, l’ennesimo di un’emergenza, iniziata quattro anni fa, diventata ormai strutturale. Incrociando i dati forniti dal dossier di Ristretti Orizzonti e quelli pubblicati in un recente report del Garante nazionale, almeno 82 persone private della libertà si sono tolte la vita tra gennaio e dicembre 2025. Dall’inizio del 2026 si sono registrati altri 24 suicidi, per un totale di 106 persone in poco meno di un anno e mezzo.
Oltre al numero in termini assoluti, per misurare l’ampiezza del fenomeno è necessario guardare al cosiddetto tasso di suicidi, ossia la relazione tra il numero dei decessi e la media delle persone detenute nel corso dell’anno. Nel 2025 con 82 suicidi e una popolazione detenuta media di 62.842 persone, tale tasso è pari a 13 casi ogni 10.000 persone. Seppur in calo rispetto al 2024, si tratta di uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni, confermando l’andamento eccezionalmente elevato osservato a partire dal 2022.
Il tasso di suicidi in carcere sia di oltre 22 volte superiore rispetto a quello della società esterna
La portata del fenomeno suicidario in carcere emerge con chiarezza se messa a confronto con quanto avviene nella popolazione libera. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il tasso di suicidi in Italia nel 2021 era pari a circa 0,59 casi ogni 10.000 abitanti. Nello stesso anno, il tasso registrato negli Istituti penitenziari si attestava a circa 10,6 casi ogni 10.000 persone detenute, risultando dunque oltre 18 volte superiore. Se già nel 2021 la distanza tra i due fenomeni appariva estremamente marcata, con lo scoppio dell’emergenza nel 2022 il divario si è ulteriormente ampliato. Confrontando il più recente dato disponibile per la popolazione detenuta (13 suicidi ogni 10.000 nel 2025) con quello relativo alla popolazione generale (0,59 nel 2021), emerge come il tasso di suicidi in carcere sia di oltre 22 volte superiore rispetto a quello della società esterna.
Con 0,59 casi ogni 10.000 abitanti, l’Italia è generalmente considerata un Paese con un basso tasso di suicidi, collocandosi, secondo Eurostat, ben al di sotto della media europea pari a circa 1,02. Il quadro si ribalta osservando il contesto penitenziario. Secondo il dato più recente del Consiglio d’Europa, nel 2023 il tasso di suicidi nelle carceri italiane era pari a 10,9 casi ogni 10.000 persone detenute, ben superiore alla media europea di quell’anno pari a 8,9 casi.
Esiste indubbiamente una distanza fisiologica tra il fenomeno suicidario in carcere e quello che si manifesta in libertà, legata alle caratteristiche specifiche della popolazione detenuta e del contesto detentivo. Le persone ristrette presentano spesso condizioni di particolare fragilità sotto il profilo sanitario, psicologico, sociale ed economico, che le espongono maggiormente a situazioni di vulnerabilità. La detenzione costituisce inoltre, di per sé, un fattore fortemente destabilizzante: la privazione della libertà personale, la lontananza dagli affetti, la rottura dei legami quotidiani e la frequente esposizione a notizie dolorose o eventi traumatici rappresentano elementi intrinsecamente gravosi sul piano emotivo e psicologico. A ciò si aggiungono ulteriori fattori afflittivi, talvolta determinati da condizioni di isolamento, abbandono, carenza di supporto relazionale o insufficiente presa in carico, che possono aggravare il disagio individuale e aumentare il rischio suicidario.
Se, da una parte, si tratta di un fenomeno in qualche misura connaturato al contesto penitenziario, l’aumento registrato negli ultimi anni rappresenta un evidente campanello d’allarme sullo stato complessivo del sistema. Un incremento di tale portata non può essere letto come una semplice conseguenza della detenzione, imponendo una riflessione più ampia sulle condizioni materiali della vita detentiva, sulla capacità delle istituzioni di garantire adeguato supporto sanitario e psicologico, sulla qualità delle relazioni interne e, più in generale, sull’effettiva tenuta del sistema penitenziario nel suo complesso.
Nel 2025 si conferma il trend crescente dei decessi in carcere, sia in termini assoluti che relativi. Complessivamente nel corso dell’anno si sono registrati 254 decessi
Secondo il report pubblicato del Garante Nazionale, realizzato tramite gli applicativi del Dap, nel 2025 si conferma il trend crescente dei decessi in carcere, sia in termini assoluti che relativi. Complessivamente nel corso dell’anno si sono registrati 254 decessi a fronte di una popolazione detenuta media di 62.841 persone. Il dato si inserisce in una progressione costante negli ultimi cinque anni, passando da circa 3,3 decessi ogni 1.000 persone detenute nel 2021 a circa 4,0 nel 2025. Tale andamento evidenzia non solo una crescita numerica significativa, ma anche un peggioramento relativo dell’incidenza del fenomeno, che assume quindi una dimensione strutturale e non meramente contingente. Se allarghiamo l’arco temporale utilizzando il dossier di Ristretti Orizzonti, vediamo come il 2025 sia stato l’anno con più morti in carcere dal 1992, ossia da quanto si ha traccia del fenomeno.
Dei 254 decessi avvenuti nel corso dell’anno, secondo il Dap 125 sono avvenuti per cause naturali. I suicidi registrati dal Garante sono 76, non contando alcuni casi avvenuti in altri luoghi di privazione della libertà (due in Rems o uno in un Istituto penale per minorenni) o alcuni casi avvenuti per asfissia da gas in quanto difficile accertare se vi fosse o meno un intento suicidario. Rispetto agli anni scorsi si rileva un numero significativo di decessi con causa ancora da accertare. Sarebbero 50 nel 2025, contro i 15 del 2024 e i 32 del 2023. Si tratta delle morti per le quali, al momento della rilevazione, non è stato ancora possibile stabilire con certezza la causa in attesa delle indagini medico-legali, delle autopsie o degli approfondimenti istruttori. Sicuramente il dato andrà diminuendo con il tempo, arrivando gli esiti di alcuni accertamenti, ma sicuramente non al punto di avvicinarsi alla percentuale degli anni passati, una quota dunque non trascurabile di opacità nella fase di classificazione iniziale degli eventi. Infine, nel 2025 si sono verificati 3 decessi per cause accidentali, mentre contrariamente agli anni passati non è stato commesso nessun omicidio all’interno degli Isituti penitenziari.
Di seguito una ricostruzione sintetica delle informazioni disponibili su ciascun caso di suicidio avventuo tra il 2025 e il 2026i. I dati e gli elementi riportati derivano dal dossier di Ristretti Orizzonti, dalle elaborazioni del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, da fonti giornalistiche e dalle segnalazioni pervenute alla nostra associazione. Come ogni anno, questo lavoro di raccolta e sistematizzazione di informazioni permette non soltanto di delineare con maggiore precisione il fenomeno nel suo complesso, ma di approfondirne alcune dinamiche interne. Ciascun episodio presenta caratteristiche che, considerate nel loro insieme, consentono di individuare elementi ricorrenti e criticità strutturali, utili per sviluppare riflessioni e avanzare possibili interventi concreti.
Sette sono le donne che si sono tolte la vita in carcere, una nel 2026 e sei nel 2025
Sette sono le donne che si sono tolte la vita in carcere, una nel 2026 e sei nel 2025. Due di loro erano detenute nella Casa di reclusione femminile di Venezia Giudecca. Una era una giovane donna italiana di 32 anni, vicina al fine pena. L’altra una signora di 62 anni, in permesso dalla madre. A settembre 2025 tre donne si sono tolte la vita a distanza di pochi giorni, la prima nella Casa Circondariale femminile di Roma Rebibbia, la seconda nella sezione femminile della Casa Circondariale di Firenze Sollicciano e la terza nella sezione femminile della Casa Circondariale di Perugia. Altre due donne si sono suicidate a poca distanza l’una dall’altra, entrambe a marzo 2025, entrambe in Lombardia, rispettivamente nelle sezioni femminili del carcere di Mantova e di Milano Bollate. Sei donne erano italiane e una di origine straniera, la più giovane di tutte, una ragazza romena di 26 anni.
Nel 2025, con una popolazione detenuta femminile mediamente presente pari a 2.740 persone, il fenomeno suicidario presenta un’incidenza di circa 2,2 casi ogni 1.000 donne detenute; nello stesso periodo, a fronte di una popolazione detenuta maschile di 60.102, il tasso si attesta invece a circa 1,3 suicidi ogni 1.000 uomini detenuti. Emerge dunque un’incidenza del fenomeno suicidario superiore nella popolazione femminile rispetto a quella maschile.
Quanto alle nazionalità, tra le 106 persone morte per suicidio 55 erano italiane (il 52%) e 49 straniere (il 46%)
Quanto alle nazionalità, tra le 106 persone morte per suicidio 55 erano italiane (il 52%) e 49 straniere (il 46%). Mettendo questi dati a confronto con la popolazione penitenziaria mediamente presente nel 2025, pari a 42.956 persone italiane (circa 68,4% del totale ) e 19.886 persone straniere (circa 31,6% del totale), si rileva che i suicidi hanno un’incidenza nettamente maggiore tra la popolazione straniera (2 casi ogni 1.000 detenuti) rispetto a quella italiana (1 caso ogni 1.000 detenuti). Per quanto riguarda le aree geografiche, 28 persone provenivano dal Nord Africa (10 Marocco, 9 Tunisia, 6 Egitto, 2 Algeria, 1 Libia); 9 dall’Europa orientale (7 Romania, 2 Albania); 3 dall’Asia meridionale (2 India, 1 Pakistan); 3 Africa occidentale e orientale (1 Nigeria, 1 Eritrea, 1 Ghana); 2 dall’Asia occidentale (1 Georgia, 1 Turchia); 2 dal Centro e Sud America (1 Brasile, 1 Cuba); e 1 dall’Africa meridionale (1 Mauritius). Di una persona, morta il 12 maggio, per ora si sa solo che era di origine straniera, non il Paese di provenienza. Di altre due, morte tra il 13 e il 14 maggio, non si sa ancora se fossero italiane o straniere, quindi restano per ora fuori dal conteggio delle nazionalità.
Il più giovane in assoluto, fuori anche dalla voce dei ventenni, era un minore straniero non accompagnato di soli 17 anni, arrivato in Italia dalla Tunisia
L’età media delle persone che si sono tolte la vita tra il 2025 e il 2026 è di 41 anni. La fascia più rappresentata è quella tra i 30 e i 39 anni, con 28 casi di suicidi. Segue quella dei più giovani, con 25 suicidi commessi da ragazzi di età compresa tra i 20 e i 29 anni. Vi sono poi le fasce tra i 50 e i 59 e i i 40 e i 49 anni, rispettivamente con 25 e 17 suicidi. Sono 8 le persone che avevano dai 60 anni in su. Delle due persone morte tra il 13 e il 14 maggio non si hanno ancora dettagli in merito all’età, quindi restano per ora fuori dal conteggio. Il più giovane in assoluto, fuori anche dalla voce dei ventenni, era un minore straniero non accompagnato di soli 17 anni, arrivato in Italia dalla Tunisia. Si è tolto la vita a metà agosto 2025, dopo sole poche ore di detenzione nell’Istituto penale per minorenni di Treviso. Un altro ragazzo giovanissimo, anche lui Tunisino, si è tolto la vita dopo pochi giorni di detenzione, nella Casa circondariale di Pavia. Aveva solo 21 anni. Era descritto come profondamente fragile dal punto di vista psico-fisico. La persona più adulta ad essersi tolta la vita in carcere era un signore di 73 anni, detenuto da tempo nella sezione di Alta sicurezza di Padova. Si è suicidato dopo aver appreso la notizia dell’imminente chiusura della sezione, dove aveva trascorso molti anni e piano piano aveva cominciato a partecipare alle attività dell’Istituto. Non ha retto probabilmente l’idea di ricominciare da capo, in un nuovo carcere chissà dove.
Tramite fonti di stampa, si apprende come almeno 16 persone soffrissero di problemi psichici conclamati e almeno 8 avessero problemi legati alla dipendenza da sostanze. Delle 76 persone censite nel report del Garante nazionale, 20 (il 26%) risultavano senza fissa dimora al momento dell’ingresso in Istituto. Di queste, una era di nazionalità italiana, mentre le altre 19 erano straniere. Sempre secondo il Garante, 48 persone (il 63%) risultavano disoccupate o con occupazione precedente non rilevata, mentre 50 persone (il 66%) risultavano con un ‘basso grado d’istruzione’. I dati restituiscono un quadro segnato da condizioni di forte marginalità sociale, economica e abitativa, che tradizionalmente incidono in modo significativo sulla composizione della popolazione detenuta.
Tra le 76 persone che si sono tolte la vita nel 2025, 46 (il 61%) erano state precedentemente coinvolte in altri eventi critici
Secondo il Garante nazionale, tra le 76 persone che si sono tolte la vita nel 2025, 46 (il 61%) erano state precedentemente coinvolte in altri eventi critici quali atti di autolesionismo, manifestazioni di protesta, sciopero della fame e aggressioni. In 17 (il 21%) casi erano stati rilevati precedenti tentativi di suicidio. Al 31 dicembre 2025, il Dap aveva registrato 1.981 tentativi di suicidio.
Sul totale dei 76 casi analizzati, 23 persone (il 30%) erano state sottoposte, durante il loro percorso detentivo, ad un livello più o meno stringente di sorveglianza per rischio suicidario. Al momento dell’evento suicidario, 8 risultavano sottoposte alla misura della “grande sorveglianza”, forma di monitoraggio caratterizzata da controlli più frequenti rispetto alla vigilanza ordinaria, con passaggi regolari del personale di polizia penitenziaria davanti alla cella e una presenza rafforzata. Si tratta di una misura attivata in presenza di un rischio suicidario ritenuto medio o potenziale. Quando il rischio è più elevato, si ricorre alla misura cosiddetta della “grandissima sorveglianza”, che prevede controlli molto ravvicinati e quasi continui, con una presenza costante del personale nelle immediate vicinanze della persona detenuta e un’osservazione serrata. Nei casi di massimo rischio, viene disposta la “sorveglianza a vista”, che comporta un controllo continuo e diretto 24 ore su 24, con osservazione costante della persona detenuta, anche attraverso la presenza fisica di un operatore davanti alla cella o mediante sistemi di videosorveglianza, oltre alla rimozione di oggetti potenzialmente pericolosi e alla predisposizione di un ambiente maggiormente controllato. Tali misure vengono adottate nell’ambito dei protocolli per il rischio suicidario che ogni Istituti penitenziari dovrebbe in teoria disporre e aggiornare. Sono procedure frutto di valutazione congiunte tra area sanitaria e amministrazione penitenziaria: il personale sanitario è chiamato a valutare il livello di rischio, il direttore dell’Istituto ne dispone l’attivazione e la polizia penitenziaria ne garantisce l’attuazione operativa.
Le modalità con cui viene gestito il rischio suicidario all’interno del contesto penitenziario sono fondamentale improntate su una logica di controllo e progressiva sottrazione
Le modalità con cui viene gestito il rischio suicidario all’interno del contesto penitenziario sono fondamentale improntate su una logica di controllo e progressiva sottrazione, più che di rafforzamento degli strumenti di cura e di sostegno. Alla manifestazione del rischio si risponde principalmente attraverso l’innalzamento dei livelli di sorveglianza e mediante la rimozione graduale di oggetti ritenuti potenzialmente pericolosi, fino ad arrivare, a condizioni di quasi totale privazione materiale, in cui la persona viene collocata in ambienti spogli, privi di elementi di arredo, talvolta senza effetti personali essenziali e persino senza indumenti. Questo tipo di gestione si accompagna spesso a una forte riduzione degli stimoli ambientali e delle occasioni di interazione, con permanenze prolungate in spazi isolati e la conseguente contrazione dei contatti umani. Ne deriva un modello di intervento che privilegia la prevenzione dell’evento suicidario attraverso il controllo e la neutralizzazione dei possibili mezzi, piuttosto che attraverso un potenziamento delle misure di ascolto, supporto psicologico e presa in carico.
Si pone così una questione di fondo, che riguarda non solo l’efficacia di tali misure, ma anche la loro sostenibilità sul piano etico: fino a che punto la riduzione del rischio può giustificare interventi che incidono in modo così radicale sulle condizioni di vita della persona detenuta? E, più in generale, se una strategia orientata unicamente a impedire il gesto in sé abbia realmente senso, a fronte della complessità del fenomeno suicidario e delle condizioni che lo determinano.
Dei 189 istituti penitenziari italiani, tra il 2025 e i primi mesi del 2026 in 65 è stato registrato almeno un evento suicidario, ossia esattamente in un terzo del totale
Dei 189 istituti penitenziari italiani, tra il 2025 e i primi mesi del 2026 in 65 è stato registrato almeno un evento suicidario, ossia esattamente in un terzo del totale. Ad essi si aggiungono due Residenze per l’esecuzione di misure di sicurezza (Rems), quella di San Nicola Baronia (Av), dove a gennaio 2025 un uomo di 57 anni si è tolto la vita lanciandosi da un ponte durante una passeggiata all’esterno della struttura con gli operatori sanitari, e quella di Reggio Emilia, dove a dicembre 2025 si è suicidato un ragazzo indiano di 24 anni. Come già visto, nel 2025 un ragazzo di origine tunisina è deceduto dopo essersi impiccato in una cella del Centro di prima accoglienza dell’Istituto penale per minorenni di Treviso. Era dal 2003 che un ragazzo minorenne non commetteva un sucidio in Ipm.
L’Istituto penitenziario che ha registrato più suicidi tra il 2025 e il 2026 è quello di Torino, con 5 casi. Seguono, con 4 casi ciascuno, le Case Circondariali di Rebibbia Roma, di Cagliari, di Modena e di Firenze Sollicciano, dove uno dei suicidi è avvenuto nella sezione femminile e gli altri tre in quella maschile. In sette Istituti si sono registrati tre casi, ossia a Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Cremona, Lecce, Milano Bollate, Napoli Poggioreale, Pavia e Verona. Tranne che a Barcellona Pozzo di Gotto, tutti e dodici gli Istituti penitenziari interessati da numerosi eventi suicidari sono caratterizzati da una situazione più o meno grave di sovraffollamento.
Dei 76 suicidi registrati nel 2025, il 75% è avvenuto in sezioni a custodia chiusa
Come noto, all’interno di uno stesso Istituto penitenziario le condizioni di detenzione e il trattamento a cui la persona è sottoposta possono variare significativamente in base alle diverse sezioni detentive. Secondo il report del Garante Nazionale, dei 76 suicidi registrati nel 2025, il 75% è avvenuto in sezioni a custodia chiusa. Sono infatti almeno 57 i casi avvenuti in sezioni con orari di apertura delle celle ridotto, mentre sono 16 i casi avvenuti in sezioni a custodia aperta, 2 casi esterni all’Istituto e 1 caso in altri luoghi interni dell’Istituto.
Diverse sono le tipologie di sezioni a custodia chiusa, a partire da quelle ordinarie da quando la circolare del 2022 sulla riorganizzazione del circuito di media sicurezza ha imposto un ritorno generalizzato ad un regime a celle chiuse. Ad esse si aggiungono gli ambienti sanitari, come infermerie e Articolazioni per la tutela della salute mentale, dove nel 2025 sono avvenuti 9 eventi suicidari. Sono 8 i suicidi registrati nelle sezioni di prima accoglienza, dove vengono ospitate le persone nei primi giorni o settimane di detenzione, e 7 nelle sezioni cosiddette protette, dove sono collocate persone considerate a rischio con il resto della popolazione detenuta per diverse ragioni, come ad esempio la tipologia dei reati commessi. Sono infine 6 i suicidi avvenuti in regime di isolamento e 4 quelli all’interno di sezioni ex Art. 32 D.p.r. 230/2000, dove sono inserite le persone considerate più difficili da gestire.
A prescindere dalla ratio che motiva la chiusura, le sezioni con una ridotta – se non quasi assente – apertura delle celle sono contraddistinte da un contesto detentivo che può contribuire a rafforzare le condizioni di rischio legate alla dimensione suicidaria. In tali spazi, la limitazione delle attività quotidiane, la ridotta possibilità di relazioni e di partecipazione a iniziative favoriscono dinamiche di isolamento e inattività prolungata, con effetti particolarmente dannosi sulla salute psicofisica. Le persone ristrette in questi circuiti si trovano frequentemente in una condizione di particolare fragilità, sia sul piano psicologico che su quello sociale. Inoltre, l’accesso agli interventi di supporto e ai percorsi trattamentali risulta generalmente più ridotto rispetto ad altri contesti detentivi.
Sono almeno 26 le persone decedute per suicidio tra il 2025 e il 2026 dopo una breve permanenza in carcere. Almeno 18 quelle che presentavano un fine pena ravvicinato al di sotto dei tre anni
Sono almeno 26 le persone decedute per suicidio tra il 2025 e il 2026 dopo una breve permanenza in carcere, a volte solo di poche ore. Almeno 18 quelle che presentavano un fine pena ravvicinato al di sotto dei tre anni. L’entrata e l’uscita dal carcere rappresentano tipicamente due momenti estremamente delicati del percorso detentivo. Nella maggior parte dei casi, invece di ricevere particolare sostegno, la persona viene spesso abbandonata a sé stessa. L’inizio della detenzione avviene il più delle volte nelle sezioni dei cosiddetti nuovi giunti, spesso le più fatiscenti degli Istituti. Qui la persona è chiusa solitamente tutto il giorno e non accede ad alcun tipo di attività. Prima di avere la possibilità di accedere a colloqui e telefonate con i propri cari possono trascorrere diversi giorni, a volte anche settimane, lasciando quindi la persona completamente isolata, priva di riferimenti affettivi e in una condizione di forte vulnerabilità. E’ un periodo indubbiamente duro, soprattutto per chi è alla prima esperienza detentiva, ha vissuto una fase di arresto traumatica o soffre di particolari fragilità psicosociali. E’ un periodo in cui i contatti sia all’interno che all’esterno del carcere sono praticamente ridotti a zero. Parimenti difficile, soprattutto per chi non ha una rete di riferimento, può essere la fase del rilascio a fine pena o di accesso ad una misura alternativa alla detenzione. La scarsità di risorse, ancor più limitata in situazioni di sovraffollamento, impedisce in gran parte dei casi la possibilità di costruire percorsi di reinserimento in società graduali ed efficaci. Soprattutto nei casi di lunghe detenzioni, la persona a fine pena può sentirsi incredibilmente smarrita, senza speranza per il futuro.
SI TOGLIE LA VITA DOPO AVER APPRESO DELLA CHIUSURA DELLA SEZIONE AS DI PADOVA, DOVE ERA DETENUTO DA LUNGO TEMPO
Uno dei casi di suicidio che ha più colpito nel 2026 è quello di un uomo di 73 anni da molto tempo detenuto nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Padova. Alla notizia dell’imminente chiusura della sezione e dei conseguenti trasferimenti in altre carceri d’Italia, l’uomo ha deciso di porre fine alla propria vita. A raccontare l’accaduto sono Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti, e Attilio Favaro, presidente dell’associazione Operatori Carcerari Volontari. “Quello che è successo è un suicidio annunciato. Da tempo era nell’aria la chiusura della sezione e il trasferimento dei detenuti. Il cambio di carcere è un trauma. Stravolge i pochi punti fermi costruiti in tanti anni. Prendere persone e impacchettarle da un giorno all’altro è di una crudeltà terribile. Ho famiglie che chiamano chiedendo notizie. Padova era un’eccezione di apertura rispetto all’Alta Sicurezza nel resto d’Italia”. Attilio Favaro racconta come il signore che si è tolto la vita fosse “una persona chiusa, ma negli anni aveva imparato a partecipare, veniva al laboratorio di cucito”. Intorno a quelle attività, spiega, si erano create relazioni solide, tra detenuti e con i volontari. Dopo la notizia dei trasferimenti, “alcuni erano tranquilli, ma molti piangevano”. Favaro sottolinea che negli ultimi mesi la situazione era già peggiorata. “Da tre mesi non c’era più la “sezione aperta”, con le celle aperte otto ore al giorno e la possibilità di parlarsi nei corridoi”. Una chiusura che pesa, conclude, “e che ha colpito profondamente anche la direttrice, molto afflitta per quanto accaduto”.
MINORE STRANIERO NON ACCOMPAGNATO SI TOGLIE LA VITA DOPO POCHE ORE NELL’IPM DI TREVISO
Nel 2025, per la prima volta dopo oltre 20 anni, un ragazzo si è tolto la vita all’interno di un Istituto penale per minorenni. Aveva 17 anni ed era nato in Tunisia. Era arrivato in Italia nel 2024 affrontando da solo la lunga traversata del Mediterraneo, lasciandosi alle spalle famiglia, lingua e riferimenti affettivi. Il 9 agosto 2025 era stato arrestato a Vicenza per alcuni tentativi di furto. Dopo una fuga dalla polizia gli agenti lo hanno immobilizzato con il taser. Diverse testimonianze lo raccontano in evidente stato di agitazione. Senza farlo visitare in un presidio sanitario, prassi caldamente consigliata dopo l’utilizzo dell’arma elettrica, a maggior ragione se su un minore, il ragazzo viene trasferito nell’Istituto penale per i Minorenni di Treviso. Poche ore dopo, secondo la versione delle autorità, il ragazzo si è impiccato nel bagno di una delle due celle del Centro di prima accoglienza (Cpa), dove sono collocati i ragazzi a seguito dell’arresto. Soccorso in condizioni gravissime, muore il 13 agosto all’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso. L’ultima volta che una persona si era tolta la vita in un carcere minorile era il 2003.
DUE UOMINI DETENUTI A FROSINONE. ENTRAMBI SOLI, SENZA CONTATTI CON L’ESTERNO
A luglio 2025 un uomo di trentanni è morto in ospedale dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Frosinone. Era italiano di origine bielorussa, cresciuto in Calabria con la famiglia adottiva, con la quale però non aveva più rapporti. Si trovava a Frosinone da dicembre del 2024, condannato in via definitiva per un cumulo di reati minori. Aveva commesso dei furti, probabilmente legati alla sua condizione di tossicodipendenza. Secondo il Garante dei diritti delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, era una persona profondamente sola, non faceva colloqui con nessuno. La direzione della Casa Circondariale si stava impegnando per verificare se potesse essere trasferito in una comunità, per rendergli possibile una misura alternativa, vista la sua condizione di solitudine estrema. Pochi mesi prima a febbraio, sempre nel carcere di Frosinone, un uomo di cinquantuno anni si è tolto la vita prima di finire di scontare la sua pena. Tra meno di un anno sarebbe uscito, ma non avrebbe trovato nessuno ad aspettarlo. Secondo il Garante Anastasìa, l’uomo non aveva persone care ad attenderlo fuori e nell’ultimo anno non aveva ricevuto visite o effettuato colloqui. Era seguito dal Servizio per le Dipendenze e, a fine gennaio, l’équipe dell’Istituto lo aveva proposto per un’alternativa in comunità, ma aveva rinunciato prima di poter intraprendere questo percorso.
CINQUE SUICIDI NEL CARCERE DI TORINO TRA IL 2025 E IL 2026. SI TOGLIE LA VITA ANCHE UN AGENTE DI POLIZIA PENITENZIARIA
Il caso di Torino è emblematico. La Casa circondariale Lorusso e Cutugno è da tempo uno dei simboli del sovraffollamento in Italia. A fronte di una capienza regolamentare già superata da anni, la struttura ospita centinaia di persone in più, con sezioni congestionate e spazi ridotti al minimo. Celle pensate per due persone arrivano a ospitarne tre o quattro, mentre le attività trattamentali e lavorative faticano a tenere il passo con i numeri. Nel 2025 i casi di suicidio nel carcere piemontese sono stati tre. Il primo nel mese di maggio, quando un uomo di 42 anni si è tolto la vita poche ore prima di essere portato in tribunale dove era atteso per l’udienza di convalida dell’arresto. Ad agosto un uomo di 45 anni, in carcere per furto e ricettazione, si è tolto la vita dopo aver visto da poco la sentenza di condanna diventare definitiva. “Era un uomo fragile e di questa fragilità i genitori avevano avvisato l’amministrazione penitenziaria”, spiega l’avvocata. A novembre ha perso la vita un uomo egiziano di 48 anni. Nel 2026 altri due casi, il primo a marzo, il secondo a maggio. Ai cinque suicidi di persone detenute si aggiunge quello di un assistente capo della polizia penitenziaria assegnato alla Casa circondariale di Torino. Aveva 42 anni ed era originario della provincia di Palermo. È il secondo caso in pochi giorni tra gli operatori del settore.
SONO QUATTRO I SUICIDI TRA IL 2025 E IL 2026 NEL CARCERE FIORENTINO, UNO DEGLI ISTITUTI PIÙ FATISCENTI D’ITALIA
A settembre 2025 nel carcere di Firenze Sollicciano si è tolta la vita una ragazza rumena di 26 anni. Era detenuta da poco per una condanna breve, sarebbe stata scarcerata nel 2026. Il suicidio è avvenuto mentre era in corso la visita del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Pochi giorni prima nel carcere Fiorentino era scoppiata l’ennesima protesta per richiamare l’attenzione sulle terribili condizioni della struttura, al limite dell’umanità. Sollicciano si colloca indubbiamente sul podio delle strutture più fatiscenti e carenti d’Italia. Caldo rovente d’estate, umidità d’inverno, infiltrazioni d’acqua, muffa sulle pareti. A inizio gennaio a Sollicciano si era tolto la vita un giovane ragazzo egiziano, anche lui detenuto per una pena breve di tre anni e tre mesi per una tentata rapina. Lo ha fatto impiccandosi con un laccio costruito artigianalmente. Ci aveva già provato in precedenza, senza riuscirci. “Prima della condanna – spiega l’avvocato del ragazzo – abbiamo chiesto l’estradizione in Egitto. Voleva tornare dai suoi genitori, a Firenze era solo, aveva qualche amico, ma non se la passava bene. Il giudice decise però per l’estradizione al termine di espiazione della pena”. Era recluso nel reparto di accoglienza e aveva compiuto in passato gesti autolesionistici, motivo per cui era tenuto in osservazione. A febbraio 2025 si è poi tolto la vita un uomo romeno di 39 anni in attesa di giudizio. A gennaio 2026 un giovane uomo marocchino di 29 anni è deceduto nell’Ospedale di Careggi. Si sarebbe annodato le lenzuola attorno al collo nella sua cella, soccorso da personale della polizia penitenziaria era arrivato in ospedale in condizioni disperate.
TRASFERITO NEL CARCERE DI BRINDISI LONTANO DAI FAMILIARI. SI TOGLIE LA VITA ALL’INTERNO DELL’INFERMERIA
A fine novembre un uomo di quasi settant’anni si è tolto la vita nella Casa circondariale di Brindisi. Era stato recentemente trasferito dal carcere di Potenza, allontanato dagli affetti familiari. Molti sono i casi di trasferimenti disposti per esigenze del sistema penitenziario anche se avversi al principio di territorialità della pena, secondo cui la persona deve essere collocata in Istituti prossimi alla residenza delle famiglie. La vicinanza al proprio nucleo di riferimento è fondamentale nei periodi di detenzione, soprattutto in situazioni di particolare fragilità, come nel caso del signore, detenuto in infermeria sotto un regime di controllo molto stretto a causa di un rischio suicidario elevato. Come tutti quelli pugliesi, l’Istituto salentino soffre una grave situazione di sovraffollamento, ospitando 232 persone per 119 posti con un tasso del 195%. La Puglia rimane anche quest’anno la regione più sovraffollata d’Italia.
UN GIOVANE RAGAZZO INDIANO SI SUICIDA NELLA REMS DI REGGIO EMILIA. ERA STATO ARRESTATO PER IL FURTO DI UNA BICICLETTA
Un ragazzo indiano di 24 anni si è tolto la vita a dicembre 2025 nella Rems di Reggio Emilia. Era stato arrestato per un furto di bicicletta a Piacenza. Si tratta del primo caso che accade in regione a un paziente costretto in misura di sicurezza giudiziaria, nell’unica Rems presente in Emilia-Romagna. Roberto Cavalieri, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, racconta che il ragazzo si trovava in Italia per motivi di studio. “La famiglia non è qui e l’unico parente in Italia è uno zio che vive nel cuneese. Aveva commesso un piccolo reato in provincia di Piacenza, un furto di una bicicletta. Aveva però opposto resistenza alle forze dell’ordine. Era stato poi portato in carcere a Piacenza, dove era subito emerso un disturbo psichiatrico piuttosto grave, tant’è che era stata richiesta una perizia che lo aveva dichiarato incapace di intendere e di volere. Da qui il ricovero nella Rems di Reggio Emilia”. Secondo il Garante, “il ragazzo aveva da sempre dimostrato un comportamento anticonservativo e per questo all’interno della struttura c’era una fortissima attenzione nei suoi confronti. È bastato che si sottraesse un attimo al controllo per andare in bagno, dove è riuscito a togliersi la vita”.
DETENUTO A REGGIO EMILIA NELL’ARTICOLAZIONE PER LA TUTELA DELLA SALUTE MENTALE. ERA IN ATTESA DI ESSERE TRASFERITO IN UNA REMS
Un 35enne georgiano doveva scontare una pena inferiore a cinque anni. Sarebbe stato probabilmente spostato in una Rems a causa di gravi problemi psichiatrici. Si è suicidato ad aprile 2026 nel carcere di Reggio Emilia nell’Articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), dove era rientrato da un paio di giorni dopo essere stato sottoposto ad un Trattamento sanitario obbligatorio. “So che era un ragazzo con gravi problemi psichiatrici – spiega la Garante del carcere di Reggio Emilia, Francesca Bertolini – che stava attraversando un grave stato di sofferenza. I reati che aveva commesso erano chiaramente legati al suo disagio psichiatrico. La madre e il fratello, che vivono nel reggiano, gli erano vicino, si occupavano di lui e lo sostenevano nel percorso di cura. Aveva una famiglia unita, che non lo aveva mai abbandonato. Anche il soggiorno al diagnosi e cura non è stato sufficiente per alleviare il suo stato di grande sofferenza. Si stava infatti lavorando per spostarlo alla Rems, perché era evidente che il carcere non era un luogo in cui potesse vivere”.
AD ASTI L’ULTIMO SUICIDIO DEL 2025. UN UOMO TOSSICODIPENDENTE IN PREDA A UNA CRISI, IN CARCERE DA POCHI GIORNI
Il 29 dicembre un uomo di 38 anni si è tolto la vita in una delle celle della piccola sezione “circondariale” della Casa di Reclusione di Asti. Combatteva da anni contro la dipendenza da droga, in passato aveva già avuto qualche guaio con la giustizia sempre in relazione agli stupefacenti. Poi un periodo di relativa tranquillità con il recupero di una vita normale e, negli ultimi tempi, una nuova ricaduta nella dipendenza. L’uomo si trovava a casa dei genitori in preda ad una crisi dovuta all’assunzione di droghe pesanti. Una volta arrivati i soccorritori, viste le condizioni di estrema agitazione, è stato richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. L’uomo è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Di qui il suo arrivo in carcere ad Asti, dove è stato rinchiuso tre giorni in attesa dell’udienza di convalida, che si è tenuta in modalità “videoconferenza”. L’uomo sembrava essersi calmato. Il gip ha convalidato l’arresto disponendo che restasse in carcere. Poche ore dopo, ha usato un lenzuolo in cella per togliersi la vita.
SUICIDIO NEL CARCERE DI PARMA DOPO QUASI TRE MESI DI ISOLAMENTO SANITARIO
Un uomo italiano di 53 anni si è suicidato a fine luglio 2025 nel carcere di Parma. Ne ha dato notizia il Garante dell’Emilia-Romagna, Roberto Cavalieri. “L’uomo era in isolamento dal 2 maggio scorso per un motivo sanitario. Si è impiccato con l’elastico delle sue mutande. La stessa identica modalità con cui a Ferragosto dello scorso anno un cittadino di origine tunisina si suicidò a Parma, sempre in isolamento, nella cella 3, il detenuto di oggi è morto nella cella 4”. Dopo essere stato in isolamento per motivi sanitari, osserva Cavalieri, “si era rifiutato di risalire in sezione: stando in isolamento si ha il vantaggio di stare soli in cella però, alla lunga l’isolamento non giova mai alla psiche, logora”. Il 53enne “aveva avuto un gesto autolesionistico a metà giugno, quando aveva ingerito delle pile ed era sottoposto a sorveglianza passiva, ma non aveva un rischio suicidario”. A giudizio del Garante, le “sezioni Iride, a Parma meritano una grande riflessione perché i suicidi avvenuti negli ultimi due anni sono avvenuti in quelle sezioni. Per queste persone che stanno molto tempo in isolamento in queste sezioni si alza il rischio di suicidio. È una cosa che sta nei numeri e nelle statistiche: c’è una gestione errata dei detenuti negli isolamenti. Tre mesi di isolamento sono una cosa che va oltre il senso della dignità delle persone”, conclude.
DUE RAGAZZI DI 24 ANNI SI TOLGONO LA VITA IN ISOLAMENTO
A maggio 2025 un ragazzo tunisino di 24 anni si è impiccato in una cella di isolamento del carcere siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, nella quale era stato condotto solo da alcune ore. Prima di finire in isolamento, avrebbe compiuto un atto di autolesionismo ferendosi alle braccia, tanto da rendere necessario ricorrere al suo trasferimento in infermeria dove era stato medicato. In mattinata, lo stesso ragazzo aveva manifestato segni di agitazione, a quel punto, è stato collocato in isolamento, dove poi, nel corso della notte, ha compiuto il gesto estremo. Il ragazzo era stato trasferito solo da pochi giorni al carcere di Barcellona, nell’ambito dello “sfollamento” di detenuti dal carcere di Borgo San Nicola di Lecce, uno dei più affollati della Puglia, che di recente aveva vissuto forti proteste da parte del personale per le difficili condizioni di lavoro. Un altro ragazzo giovanissimo si è tolto la vita in isolamento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Accusato di furto e in attesa di giudizio, il giovane di origine marocchina avrebbe compiuto 25 anni solo pochi giorni dopo. Si trovava in regime di isolamento nel reparto Danubio quando si è impiccato con alcune lenzuola arrotolate a gennaio 2026. Era stato arrestato nel maggio 2025 con l’accusa di furto.
IN CARCERE DA 2 MESI PER UNA RAPINA DA 55 EURO
“La sua morte poteva essere evitata se il magistrato di sorveglianza avesse considerato che si trattava di un soggetto fragile, come avevamo documentato. Tra l’altro aveva restituito tutto”. Così parla l’avvocato del signore deceduto a gennaio 2025 nel carcere di Vigevano. Aveva 55 anni, di origini calabresi, da molti anni in Lombardia e dipendente dell’azienda di trasporti di Milano. Era stato arrestato il 3 dicembre per una rapina che aveva fruttato un bottino di appena 55 euro. Non soltanto aveva restituito i soldi, ma aveva anche risarcito il danno alla parte offesa. Già in passato aveva commesso atti autolesivi, soffriva di uno stato depressivo. Avrebbe finito di scontare la pena nel 2027.
SI TOGLIE LA VITA NELLA PICCOLA SEZIONE FEMMINILE DELLA CASA CIRCONDARIALE DI MANTOVA
Stava scontando una pena di 18 anni ma avrebbe presto cominciato a lavorare all’esterno. Una donna di 57 anni si è tolta la vita nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 marzo 2025 nella piccola sezione femminile del carcere di Mantova. “Il suo gesto ha sorpreso tutti quanti – confessa la direttrice – Era molto seguita da educatori, sanitari, psicologi e aveva la possibilità d’immaginare un futuro diverso da quello del carcere”. Era stata lei stessa ad insistere per rimanere nel carcere di Mantova, nonostante sia strutturato per accogliere detenuti con pene fino a cinque anni. “Qui aveva la sua famiglia e si sentiva protetta, di ritorno dalle udienze diceva “torno a casa” – racconta la direttrice – anche il suo cane era ammesso ai colloqui. È molto doloroso anche per le sue compagne di sezione”. Una sezione piccola, raccolta, che non conta mai più di sette detenute. Tanto raccolta quanto marginale secondo l’esperienza della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Graziella Bonomi: “Oggi, dopo il suicidio, si contano cinque donne, e non si arriva mai a più di sette. Una minoranza che, come tutte le minoranze, sa di essere tale, e questo in carcere significa non avere centrata su di sé tutta l’attenzione”.
ALCUNI ESTRATTI DELLA LETTERA SCRITTA DAL CAPPELLANO DEL CARCERE DI BUSTO ARSIZIO AD UN RAGAZZO CHE È TOLTO LA VITA
“La cella non era il posto dove dovevi stare. Avevi più bisogno di galera o più bisogno di cure?”. Caro Denis (nome di fantasia), perdonaci: i nostri occhi non sono arrivati in tempo a vedere quel male, che certo hai nascosto molto bene in questi anni o forse solo in questi ultimi tempi. O addirittura in quei pochi, irrevocabili attimi. Dopo 6 mesi di coma, ormai tanti anni fa, che ti avevano rubato un po’ a te stesso, facendoti rimbalzare continuamente dal carcere ai centri per la salute mentale. Senza la visione che serve, per intuire dove avresti potuto vivere. E non morire. Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata?