di Rachele Stroppa
Nel 1989 Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero nella loro quanto mai attuale opera Il carcere immateriale. La detenzione come fabbrica di handicap pubblicata scrivevano:
“I frequentissimi episodi di autolesionismo verificatisi nel carcere di Glenochill hanno spinto gli studiosi ad esaminare le cartelle anamnestiche di chi vi era custodito. Si è sperato di disegnare un plausibile quadro clinico e di individuare delle preesistenti anomalie psichiche che spiegassero il ricorso così massivo ad atti estremi di autodistruzione” (p. 40).
La tendenza alla patologizzazione e alla psichiatrizzazione della persona detenuta che pone in essere il gesto autolesivo, sebbene sicuramente in certi casi più che fondata, rischia di trascurare una dimensione essenziale, ovvero lo stesso contesto carcerario. I prison studies hanno evidenziato come la dimensione del dolore sia centrale per comprendere le dinamiche all’interno del penitenziario (Clemmer, 1940; Sykes, 1971). Si tratta di un dolore dalle molteplici sfaccettature che non sempre ha a che vedere con una determinata diagnosi relativa, ad esempio, ad un disturbo della personalità. L’evento autolesivo in carcere è innanzitutto un fatto sociale, che deve essere analizzato all’interno del contesto in cui si produce, che tutto è fuorché ordinario. A tale proposito vale la pena riprendere le parole di Pavarini sull’essenza della pena privativa della libertà e il dolore:
“è una sofferenza qualitativamente opposta a quella intenzionalmente fisica, metafisicamente voluta per far soffrire l’anima (per rigenerarla e correggere i suoi errori attraverso la penitenza, per introdurla alla disciplina, per educarla al sacrificio) e non certo il corpo, ma nella sua esecuzione concreta è e rimane nei brandelli di carne e nelle membra del condannato” (traduzione mia, 1995, p. 7).
Il taglio, la bruciatura e l’ingestione di pile sono il risultato di azioni connotate da un elevato valore simbolico che riproducono significati profondi legati ai “dolori della carcerazione”
Il taglio, la bruciatura e l’ingestione di pile sono il risultato di azioni connotate da un elevato valore simbolico che riproducono significati profondi legati ai “dolori della carcerazione” di cui parlava Sykes (1971). La spersonalizzazione, l’instaurarsi di relazioni di tipo coatto, la perdita di autonomia, la convivenza forzata sono tutti elementi costitutivi dell’ambiente carcerario. Tali elementi strutturali della pena privativa della libertà si combinano poi con le caratteristiche materiali di ciascuna esperienza penitenziaria che si colloca in un determinato momento storico e politico. Tutti questi processi hanno come principale terminale il corpo della persona detenuta. Riprendendo l’espressione coniata da Gonin (1994) – medico penitenziario francese – in realtà il “corpo incarcerato” fin dall’ingresso in una struttura carceraria può essere soggetto a modificazioni dei sensi dovuti principalmente alla mancanza di riferimenti abituali e l’esigua disponibilità di spazi. Per quanto concerne la sintomatologia a livello psichico, questa può anche manifestarsi in patologie cutanee, perdita del sensi dell’equilibrio, aumento della sensibilità uditiva per sopperire a quella visiva (Acocella, Castellano, 2024).
I gesti di violenza eterodiretta potrebbero acquisire un potenziale trasformativo della stessa esperienza detentiva
I gesti di violenza eterodiretta potrebbero però assumere una significatività che va ben aldilà della manifestazione del dolore prodotto dall’esperienza detentiva; potrebbero, infatti, acquisire una pretensione o un potenziale trasformativo della stessa esperienza detentiva (Sterchele, 2022). In alcuni casi, come sostiene Le Breton (2018), gli atti di autolesionismo all’interno del contesto penitenziario potrebbero configurarsi come vere e proprie tecniche di sopravvivenza al contesto ostile in cui la persona è inserita. Tali tecniche però appaiono sconnesse da una convinta propensione suicidaria, sebbene a volte l’evento morte si produca ugualmente.
Relativamente al fenomeno dell’autolesionismo nel sistema penitenziario italiano quanto emerge dall’attività di osservazione condotta da Antigone negli ultimi anni sembra proprio comfermare un utilizzo della pratica autolesiva con significati specifici, che vanno oltre le interpretazioni tradizionali.
Il primo dato su cui è necessario soffermarsi riguarda la dimensione che ha progressivamente assunto l’autolesionismo. Nonostante il numero assoluto degli atti di autolesionismo sia diminuito nel 2025 rispetto al 2024, si può constatare come si confermi come una pratica molto diffusa nelle carceri italiane, riportando valori molto elevati.
Secondo i dati dell’Osservatorio di Antigone, la media degli atti autolesivi ogni 100 detenuti è passata dal 18,1 nel 2022 al 21 nel 2023 al 19,2 nel 2024. Poiché i dati circa gli eventi critici che gli Osservatori di Antigone raccolgono durante le visite fanno sempre riferimento all’anno precedente a quello della visita, non disponiamo di dati aggiornati al 2025.
Secondo i dati del Garante Nazionale gli atti di autolesionismo nel 2025 sono stati 12.704, l’1,5% in meno rispetto al 2024 (12896). La diminuzione sarebbe leggermente più consistente considerando invece il dato rilasciato dal DAP a seguito di un FOIA; il numero assoluto degli eventi di autolesionismo nel 2024 sarebbe pari a 13.051. La diminuzione sarebbe quindi di circa il 7,5%.
Un detenuto su 5 compie gesti di autolesionismo ogni anno
Se guardiamo al numero di atti di autolesionismo ogni 10.000 presenti, vediamo che si è passati da un tasso pari a 2.121,9 nel 2024 a un tasso pari a 2.021,6 nel 2025. Come si diceva, si tratta di una timida diminuzione, ma il dato resta comunque molto elevato se confrontato con il 2019 (1.851,7). infatti, più di 2.000 atti autolesivi ogni 10.000 detenuti significa che, mediamente, un detenuto su 5 compie gesti di autolesionismo ogni anno.
Invece, se ci soffermiamo sull’evoluzione del dato inerente la presenza media delle persone detenute, notiamo come nel 2024 questa fosse pari a 61.507 e nel 2025 a 62.841. In entrambi i casi si tratta di cifre relativamente simili a quelle registrate prima del covid, in concreto nel 2019, quando il dato sulla presenza media negli istituti penitenziari italiani era pari a 60.610 (tra il 2020 e il 2023, invece, la presenta media non ha mai superato le 57.967 unità). Tuttavia, se paragoniamo il numero assoluto di atti di autolesionismo verificatesi nel 2019 con quello degli atti di autolesionismo avvenuti nel 2015, notiamo un incremento notevole. Gli atti di autolesionismo in termini assoluti nel 2019 sono stati 11.223, mentre nel 2025 12.704, registrando un aumento di oltre il 13%.
Tuttavia, vi sono istituti penitenziari in cui la situazione è più critica rispetto ad altri. Nell’ultimo report pubblicato dal Garante Nazionale sui decessi negli istituti penitenziari italiani vengono riportati anche i 30 istituti in cui nel corso del 2025 si sono verificati più eventi di autolesionismo (2026, p. 54).
Come si evince dalla mappa, elaborata proprio a partire dai dati del Garante Nazionale, l’istituto in cui nel 2025 si sono prodotti più gesti autolitici è stata la CC di San Vittore a Milano. Presso tale struttura, a fronte di 948 persone presenti al 31 dicembre 2025 ed una capienza regolamentare di 748 posti1, sono stati registrati 1067 atti di autolesionismo nel corso del 2025. Il tasso di affollamento ufficiale – che non tiene quindi conto dei posti non disponibili al 31 dicembre 2025 – è pari al 122,2%. Se guardiamo alla situazione al 6 maggio 2026, però, i posti non disponibili in tale istituto erano ben 218, quindi più di un terzo della capienza regolamentare. Il tasso di affollamento effettivo presso la CC di Milano aggiornato a maggio 2026 è pari al 213%2. Si tratta, infatti, di uno degli istituti più sovraffollati di tutto il territorio nazionale. Da notarsi, inoltre, che la Casa circondariale di Milano è anche l’istituto in cui nel 2025 si sono verificati in termini assoluti più tentati suicidi (76) e più scioperi della fame (172). L’ultima scheda disponibile realizzata dai nostri Osservatori è relativa alla visita effettuata il 16 ottobre 2024. In quell’occasione la Direzione ha riferito che gli atti di autolesionismo avvenuti l’anno precedente, ovvero il 2023, erano stati 1216. Un dato elevatissimo, che addirittura supera quello registrato nel 2025. Secondo quanto rilevato durante l’ultima visita dell’Osservatorio di Antigone, l’8% dei gesti autolitici era stato compiuto da donne, nonostante queste rappresentassero solo il 6,8% della popolazione penitenziaria totale del carcere milanese3.
Il secondo istituto in cui nel corso del 2025 l’autolesionismo ha assunto dimensioni più drammatiche è la CC Sollicciano di Firenze; 585 atti di autolesionismo (mentre il tasso di affollamento ufficiale al 31 dicembre era pari a 110,2%) seguito poi dalla Casa circondariale di Regina Coeli con 543 eventi di autolesionismo a fronte di un tasso di affollamento ufficiale leggermente superiore (112,9%). Non a caso il sovraffollamento costante, le criticità strutturali e risalenti nel tempo che caratterizzano entrambi gli istituti sono tristemente note.
Troviamo poi la CC di Teramo, con 399 eventi di autolesionismo e un tasso di affollamento ufficiale molto significativo, pari al 180%. Inoltre, presso questo istituto durante il 2025 69 persone hanno tentato di togliersi la vita; un dato in termini assoluti simile a quello registrato nella CC San Vittore a Milano, nonostante il numero di detenuti presenti a Teramo sia un terzo di quello dell’istituto lombardo. Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio di Antigone durante l’ultima visita effettuata presso la CC di Teramo istituto non vi era nessun mediatore linguistico, nonostante la popolazione straniera fosse quasi la metà della popolazione totale. Inoltre, in tale istituto il personale da tempo lamenta l’aumento della presenza di detenuti con patologie psichiatriche a seguito dei frequenti trasferimenti per ragioni di ordine e sicurezza dagli istituti limitrofi.
Il sovraffollamento rappresenta una condizione che influisce direttamente nella produzione di eventi di violenza eterodiretta
Nessuno degli altri trenta istituti in cui si sono verificati in termini assoluti più atti di autolesionismo non è sovraffollato; da tale constatazione si può dedurre che il sovraffollamento rappresenta una condizione che influisce direttamente nella produzione di eventi di violenza eterodiretta.
Il garante Nazionale, nell’ultimo report sui decessi in carcere, sottolinea inoltre come “la distanza numerica tra autolesionismo e tentativi di suicidio suggerisce che molte persone ristrette utilizzino forme di violenza auto-diretta come strumento di protesta, richiesta di attenzione o gestione dello stress, piuttosto che con intento suicidario” (p. 56). L’autolesionismo in carcere, quindi, sembra delinearsi in maniera sempre più chiara come una reazione attiva alle condizioni di vita all’interno del contesto carcerario, in cui la volontà di auto-eliminazione non è l’elemento definitorio di tale pratica.
Nel tentativo di ricostruire le variabili che possono condurre ad un fenomeno così complesso, abbiamo provato ad analizzare nel dettaglio sia i dati quantitativi che qualitativi presenti nelle schede relative alle visite effettuate nel 2025 da parte dei membri dell’Osservatorio di Antigone. Conviene ricordare che i dati riguardanti gli eventi critici presenti in ciascuna scheda fanno riferimento all’anno precedente quello della visita, per cui i dati sull’autolesionismo qui considerati sono stati rilevati nel 2025, ma fanno riferimento al 2024. Le altre variabili, invece, sono inerenti al momento della visita. Nonostante questo slittamento temporale, i risultati emersi dall’analisi offrono elementi di interesse nell’intento di comprendere in maniera più approfondita perché l’autolesionismo sia così diffuso nei contesti carcerari.
All’aumentare del numero delle persone straniere detenute cresce il numero dei gesti autolesivi
Dall’elaborazione dei dati realizzata emerge la sussistenza di una correlazione positiva forte pari a +0,71 tra il numero degli atti di autolesionismo ed il numero delle persone straniere presenti al momento della visita. Si noti che, da un punto di vista statistico, la correlazione può dirsi massima quando il valore è pari ad 1 e minima quando corrisponde a 0. Parimenti, il valore di correlazione è negativo quando, al diminuire di una delle due variabili considerate, l’altra aumenta; è invece positiva quando, al crescere di una variabile, aumenta anche l’altra. In questo caso specifico, si può quindi affermare che all’aumentare del numero delle persone straniere detenute cresce il numero dei gesti autolesivi. Tuttavia è opportuno evitare interpretazioni semplicistiche in proposito. È opinione alquanto diffusa quella che ritrova nelle pratiche di auto-scarificazione praticate dalle persone straniere ristrette una matrice di tipo essenzialmente culturale. A leggere il fenomeno in questi termini sono soprattutto gli operatori penitenziari, i quali spesso offrono spiegazioni in linea con l’essenzializzazione culturalista rispetto alla violenza etero diretta praticata dai detenuti stranieri. Tale spiegazione però, come indica Sbraccia, “non trova alcun riscontro rispetto alle tradizioni culturali e religiose di cui potrebbero essere portatori e coincide evidentemente con una strategia discorsiva piuttosto diffusa di deresponsabilizzazione istituzionale” (2018, p. 160).
Piuttosto che individuare una radice culturale nella frequenza con cui le persone ristrette straniere compiono atti di autolesionismo, sarebbe opportuno soffermarsi sulle condizioni di detenzione di questo collettivo penitenziario. I processi di razzializzazione connessi alla selettività penale si fanno ancora più evidenti in ambito penitenziario. Le persone straniere sono sovrarappresentate in carcere, rappresentando il 31,51% della popolazione penitenziaria totale. Sono ben 54 su 189 gli istituti penitenziari in cui la maggioranza assoluta dei detenuti è straniera. Tuttavia, nella metà degli istituti visitati dagli Osservatori di Antigone nel 2025 manca un mediatore linguistico e culturale ministeriale. Presso la Casa circondariale di Regina Coeli a Roma ad esempio, sebbene gli stranieri fossero più del 48% della popolazione detenuta al momento della visita, ad essere operativi in istituto vi erano un mediatore ministeriale e due esperti ex art. 80 o.p. Ciononostante, le lingue parlate da queste figure professionali erano solamente l’inglese, il francese, il polacco, il russo e il magreb. Nessuno parlava arabo, sebbene vi fosse un’alta presenza di detenuti stranieri arabofoni.
Alle difficoltà a comunicare, a spiegarsi e a farsi comprendere è da attribuire un’importanza rilevante nell’ottica di comprendere le variabili che incidono nel fenomeno della violenza etero diretta da parte delle persone detenute. E’ inoltre risaputo come spesso le persone straniere abbiano meno riferimenti sul territorio e ancor meno risorse disponibili rispetto ai detenuti italiani. Non si tratta affatto di elementi marginali; al contrario, quelli appena menzionati si configurano come fattori essenziali per comprendere le dinamiche detentive sperimentate dalle persone straniere e il carico di sofferenza che ne consegue. La retorica che vede nelle persone straniere una maggiore propensione all’autolesionismo deve essere decostruita proprio partendo dalle caratteristiche che assume nella prassi l’esperienza penitenziaria per le persone straniere ristrette.
È verosimile che la custodia chiusa incida anche nelle altre manifestazioni di violenza etero-diretta
La maggior parte degli stranieri, inoltre, sono perlopiù collocati nelle sezioni di Media sicurezza (MS), in particolare in quelle di preparazione al trattamento intensificato (le cosiddette sezioni ordinarie) (cfr. Pascali, Romano e Tartaglia, 2024). A seguito dell’emanazione da parte del DAP della Circolare del 18 luglio 2022 presso tali sezioni vige la custodia chiusa. Nello specifico. benché la circolare preveda che presso le sezioni ordinarie di MS le celle debbano rimanere aperte per almeno 8 ore al giorno, tale possibilità si rivela condizionata alla disponibilità di qualche tipo di attività. Per tale ragione, se non vi sono attività a cui partecipare – eventualità non di certo rara nello scenario attuale – le persone detenute collocate nelle sezioni ordinarie hanno la possibilità di uscire dalla cella solamente per le ore d’aria e per le ore di socialità (sebbene anche questa a volte si svolga a porte chiuse)4. Secondo il Report sui decessi del Garante Nazionale dal titolo “Un’analisi dei decessi in carcere. Anno 2025” il 75% dei casi di suicidio avvenuti nel 2025 si sono verificati presso sezioni a custodia chiusa. Proprio come accade per il fenomeno suicidiario, è verosimile che la custodia chiusa incida anche nelle altre manifestazioni di violenza etero-diretta, quindi anche sui tentati suicidi e sugli atti di autoelsionismo. Purtroppo, con la tipologia di dati ad oggi disponibili non è stato possibile calcolare l’indice di correlazione specifico tra chiusure e autolesionismo.
Un’altra categoria di persone detenute che popola con frequenza le sezioni ordinarie di Media sicurezza delle carceri italiane è costituita dai detenuti tossicodipendenti. In questo caso è stato possibile elaborare i dati dell’Osservatorio di Antigone per risalire all’indice di correlazione tra le due variabili in esame. Pertanto, è stata rilevata una correlazione positiva pari a 0,61 tra il numero di persone tossicodipendenti in trattamento al momento della visita degli Osservatori di Antigone e il numero di atti di autolesionismo. Considerando che la correlazione massima ha valore pari a 1, la correlazione in questione è piuttosto forte. Molto spesso, i detenuti tossicodipendenti sono oggetto di processi di etichettamento che portano alla loro identificazione come di una tipologia di detenuti “non sa farsi la galera” (Kalica, Santorso, 2018). Questa espressione rimanda ai soggetti che faticano ad adattarsi alla subcultura carceraria e alle logiche disciplinari dell’istituzione, la cui condotta finisce per sfociare con frequenza in eventi critici, tra cui vi è appunto anche l’autolesionismo.
La cultura professionale degli operatori penitenziari spesso interpreta tali comportamenti come strumentali o meramente dimostrativi
Il profilo dei detenuti ritenuti più inclini a sottrarsi alle logiche del sistema penitenziario e, per questo, maggiormente propensi a compiere gesti autolesivi, si intreccia con la cultura professionale degli operatori penitenziari, che spesso interpreta tali comportamenti come strumentali o meramente dimostrativi. Questa formula retorica tuttavia presenta contorni poco definiti e proprio per tale ragione si presta ad essere applicata in modo quasi automatico anche davanti a situazioni molto diverse tra loro. La diffusione di tale narrazione e l’ automatismo sotteso alla sua ricorsività spesso nasconde l’esigenza da parte del personale penitenziario di mettere in atto strategia di de-responsabilizzazione a fronte di fenomeni complessi e di difficile controllo, proprio come l’autolesionismo. L’ordine discorsivo che vede nella strumentalità il movente del gesto autolesivo compiuto dalle persone detenute è stata proposta con frequenza dagli operatori penitenziari agli Osservatori di Antigone nel corso delle visite realizzate durante il 2025.
Durante la visita presso la CC di Ivrea viene riferito dalla Direzione dell’istituto che gli eventi critici constano per lo più in atti dimostrativi, quali ingestione di corpi estranei, scioperi della fame e tagli. Nella CC di Biella viene sottolineato come nel numero di casi di autolesionismo (pari a 93 nel corso del 2024) sono stati computati anche tagli, superficiali, attuati a fini dimostrativi o strumentali. Presso la CC di Varese, la Direzione, ma anche il personale dell’area educativa e quello di polizia penitenziaria hanno riferito che gli atti di autolesionismo sono esito di gesti per lo più dimostrativi.
Il concetto di strumentalità rimanda però anche ad un altro elemento che ontologicamente contraddistingue l’ambiente carcerario, ovvero la mancanza di fiducia esistente tra personale e persone ristrette. Tale reciproca diffidenza – che subisce un’amplificazione in presenza di condizioni di detenzione particolarmente precarie – può sfociare anche in una svalutazione del malessere delle persone detenute da parte del personale penitenziario. Ciò accade soprattutto quando tale malessere è verbalizzato in maniera reiterata, venendo quindi assimilato dal personale ad un lamento a cui non corrisponde una reale e specifica problematica. Il disagio manifestato dalle persone si configurerebbe quindi come un’ovvia ed inevitabile conseguenza dell’esperienza detentiva. Pertanto, coloro che insistentemente sollecitano l’intervento degli operatori a causa di un supposto malessere, in realtà si rivelerebbe spesso come l’espressione di una strategia di manipolazione da parte del detenuto nei confronti dell’operatore (cfr. Cascarino, Votadoro, 2021).
Tuttavia, l’intento manipolatorio come matrice del fenomeno autolesivo, in realtà tralascia un dato di contesto essenziale: la persistente e ineludibile incomunicabilità che nella prassi sussiste tra operatore e detenuto (cfr. Ronco, 2018). Tale incomunicabilità è determinata da diversi fattori: in primis la differenza di status tra membro dello staff penitenziario e persona detenuta, ma anche dai processi di burocratizzazione esasperata che condizionano qualsiasi azione all’interno di un istituto penitenziario, nonché dalla mancanza di risorse (destinata inevitabilmente a peggiorare con l’aumento del sovraffollamento) che obbliga il personale ad operare una selezione delle richieste poste dalle persone detenute.
Gli atti di autolesionismo subentrano con il fine di rendere “il dolore udibile e forzano la messa in campo di un’attenzione altrimenti negata”
L’impossibilità di evadere tutte le richieste da parte degli operatori, correlata ad una popolazione penitenziaria che presenta problematiche stratificate derivanti spesso da condizioni di marginalità, genera la percezione nelle persone detenute di essere sistematicamente ignorate. La frustrazione e l’impotenza che ne conseguono spesso si trasformano in un dolore che non sempre riesce ad essere raccontato. In certe occasioni, gli atti di autolesionismo subentrano con il fine di rendere “il dolore udibile e forzano la messa in campo di un’attenzione altrimenti negata” (Sterchele, 2022, p. 437). Pertanto, nonostante la narrazione più diffusa veda strategie manipolative dietro al fenomeno dell’autolesionismo in carcere, molto spesso sembra esservi piuttosto la necessità di attirare l’attenzione dell’operatore, da cui spesso dipende l’attivazione di un diritto della persona detenuta.
Una lettera ricevuta nell’aprile del 2026 dall’Ufficio del Difensore Civico rende l’idea di quanto appena descritto. A scrivere è la sorella di un detenuto di origine straniera presso la CC di Cagliari-Uta:
“Mohamed5 sta vivendo un profondo stato di disperazione causato da continue provocazioni e da un clima di forte tensione all’interno della struttura. Questa situazione lo ha spinto a compiere gravi atti di autolesionismo: si ferisce ripetutamente con lamette, un segnale inequivocabile di un disagio psicologico che non può più essere ignorato. Nonostante abbia espresso più volte la volontà di impegnarsi in attività costruttive come lo studio o il lavoro, ogni sua richiesta è stata respinta”.
Interessante notare come durante la visita presso la CC di Verona sia emerso come lo staff fosse cosciente del fatto che le cause degli agiti autolesivi compiuti dai detenuti fossero da ritrovarsi in richieste inascoltate o rifiutate. In questo senso, la consapevolezza circa i significati dolorosi sottesi al gesto autolesionista, connessa alla complessità che il fenomeno assume in ambito penitenziario, non può infatti considerarsi del tutto ignorata dall’istituzione penitenziaria. Dall’analisi dei dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone durante le visite realizzate nel 2025 emerge in proposito una correlazione positiva pari a 0,58 tra il numero degli atti di autolesionismo e il numero settimanale complessivo di ore di presenza degli psicologi. Sussiste, inoltre, una correlazione positiva pari a 0,63 tra il numero di atti di autolesionismo e il numero settimanale complessivo di ore di presenza degli psichiatri. Questi dati possono essere interpretati con un tendenziale maggiore investimento di professionisti in quegli istituti in cui gli eventi autolesivi si verificano con maggiore frequenza (si veda il grafico sopra).
Non è poi trascurabile un’ulteriore dimensione legata al fenomeno dell’autolesionismo in carcere, quella disciplinare. L’autolesionismo infatti è registrato dall’Amministrazione penitenziaria come “evento critico”, vale a dire un evento che altera l’ordine e mina la sicurezza all’interno di un istituto penitenziario. Non di rado, quindi, al gesto autolesivo seguono reazioni messe in campo dall’istituzione, come ad esempio l’applicazione di differenti livelli sorveglianza nei confronti della persona detenuta: “grande sorveglianza” con controllo da parte dell’agente di polizia penitenziaria con 20 minuti, oppure “grandissima sorveglianza” con controllo ogni 10 minuti fino ad arrivare alla “sorveglianza a vista”.
Ma soprattutto, a seguito della condotta autolesiva, ancora più spesso il detenuto viene collocato in sezioni in cui il livello di vigilanza e le misure di sicurezza sono più elevati, come ad esempio presso la sezione di isolamento oppure la sezione ex art. 32 reg esec (sebbene spesso i due spazi coincidano, come viene descritto nell’approfondimento “Tutto chiuso: chiusure e separazione nel carcere contemporaneo. Una riflessione a partire dall’osservazione di Antigone”). A tale proposito, presso la Casa circondariale di Enna è stato rilevato come il trasferimento del detenuto presso la sezione di isolamento venga abitualmente disposto in seguito al verificarsi di un atto di autolesionismo. Purtroppo si tratta di una prassi – fortemente connessa ai meccanismi di circuitazione – che spesso non fa altro che aggravare quella percezione di abbandono e di mancato ascolto così diffusa tra gli integranti della popolazione penitenziaria.
Ed è in questo quadro che i tagli e le pratiche di auto scarificazione si convertono in pratiche di resistenza contro per reagire alla spersonalizzazione connaturata a ciascun percorso detentivo, diventando, così, “espressione e messa in atto di un sé che cerca continuamente di sopravvivere alla prigione” (Sterchele, 2022, p. 445). Anche attraverso il dolore.
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