Percorsi di riscatto spezzati: il caso dell’AS nel carcere di Padova

di Ornella Favero

L’importanza delle declassificazioni; se solo si facessero

C’è una scelta tra far del carcere la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica, che si impone a chi è dentro le mura”. Sono parole di Alessandro Margara, Magistrato di sorveglianza e, per un breve periodo, straordinario capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP): persona nobile e profonda, particolarmente per chi, come noi, si occupa di carcere da decenni trovandosi ora, in tutta evidenza, controcorrente. Lo citano due garanti delle persone private della libertà, Paolo Allemano di Saluzzo e Domenico Massano di Asti in una lettera al dottor Napolillo, direttore Generale dell’Ufficio Detenuti e Trattamento del DAP, relativa alla mancata autorizzazione di iniziative e progetti teatrali e culturali realizzati nelle sezioni di Alta sicurezza (AS) con il coinvolgimento della comunità esterna, in particolare scuole, “con significativi riscontri positivi e senza problemi di sicurezza negli anni precedenti”. La lettera recita: “Tali iniziative, non solo contribuiscono concretamente alla realizzazione di quella tensione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, ma sono occasioni per parlare di giustizia e legalità ed hanno una preziosa funzione preventiva ed educativa, soprattutto per i giovani, oltreché culturale per la comunità tutta”.

Il concentramento dei detenuti AS “si inserisce in un articolato percorso programmatorio di medio-lungo periodo, volto a razionalizzare l’assetto del sistema penitenziario dedicato alla gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale e ai circuiti di Alta Sicurezza

Proprio contro questa funzione educativa si muove in questi mesi il piano del DAP in fase di realizzazione di concentramento dei detenuti AS, che “si inserisce in un articolato percorso programmatorio di medio-lungo periodo, volto a razionalizzare l’assetto del sistema penitenziario dedicato alla gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale e ai circuiti di Alta Sicurezza”. Questo è quanto afferma il Ministro Nordio nella risposta scritta all’interrogazione della deputata Rachele Scarpa sui trasferimenti in atto relativi all’AS. Nella stessa risposta il Ministro fa riferimento a Pietro Marinaro, persona detenuta che si è tolta la vita per disperazione a Padova a causa dell’improvviso trasferimento dopo 19 anni, e al suo “gesto anticonservativo” e afferma rispetto ai trasferimenti che “è stato assicurato il principio della continuità dell’osservazione scientifica della personalità e del trattamento, espressamente sancito dall’art. 27 del d.P.R. n. 230 del 2000 destinato a operare senza soluzione di continuità anche in caso di trasferimento. I percorsi individualizzati, le attività lavorative, formative, culturali e religiose, così come gli strumenti di mantenimento dei legami affettivi e sociali, sono stati preservati…Evitando che le scelte organizzative incidessero negativamente sulla funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27, comma terzo della Costituzione.

“Mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera, qua ti finisce la voglia di continuare a vivere”

Ne è davvero sicuro, gentile ministro, circa gli AS 1 repentinamente trasferiti da Padova alla fine di gennaio 2026?

Siamo in contatto con loro via posta e attraverso mogli, compagne, figli, altri familiari: il quadro che ne esce è al contempo di grande dignità nell’affrontare la nuova realtà e di grande disagio e difficoltà, desolazione e rimpianto per gli anni trascorsi nella Casa di reclusione di Padova e per i percorsi spezzati, i rapporti umani interrotti.
Alcune frasi possono sintetizzare lo stato d’animo prevalente: “qui è come essere in un binario morto”, “mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, “sono molto dimagrito e triste”, “adesso sono molto più lontano e difficilmente raggiungibile dalla mia famiglia”, “qui non posso più dipingere”, “questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera, qua ti finisce la voglia di continuare a vivere”, “ho chiesto di essere trasferito, qui è un deserto”, “ho dovuto rinunciare alla stanza singola, ed è un trauma dopo tanti anni”, “qui ci sono regole rigide, turni per la doccia perché l’acqua manca”, “qui non ci sono attività”, “frequento tutto quello che c’è, ma è poco o niente rispetto a quello che facevo a Padova”, “mi manca la consuetudine di un rapporto con voi volontari e operatori, la sensazione di essere ascoltato”, “cari volontari, non potete immaginare quanto mi mancate, siete stati in questi anni ancora di salvezza”, “come si spiegano tante incoerenze (dell’istituzione) come questi trasferimenti improvvisi di noi che avevamo lì a Padova un percorso positivo?
Il Garante comunale delle persone private della libertà della città di Padova ha attivato i garanti delle città dove sono stati trasferiti i detenuti e in molti casi le notizie sono di malessere dal punto di vista della salute e di sofferenza psicologica, anche spesso per le condizioni degli istituti. In taluni casi le possibilità di contatti telefonici con i familiari sono ridotte rispetto alla CR di Padova.

“Che cosa succede se lo Stato calpesta anche le proprie vittorie?”

È la domanda che si fa Sergio D’Elia a proposito dell’AS Filippo Rigamo, senza speranza di benefici dopo 33 anni di percorso eccellente. Ed è la domanda che si fanno non solo gli operatori del Terzo settore, ma anche quelli degli istituti penitenziari di Padova e non solo, educatori e personale della polizia penitenziaria. È un lavoro corale di vera condivisione che è stato di colpo spezzato, in nome di un piano di riorganizzazione che, ad esempio presso la CR Padova, rispondeva solo alla necessità di liberare spazio per far fronte al crescente sovraffollamento.

Gli AS restano i “cattivi per sempre”, a cui le speranze vengono negate e che senza esitazione possono essere sradicati dopo anni

Ma che significato ha mettere insieme tutti i detenuti di AS in istituti solo a loro dedicati?

A noi, sulla base di decenni di progetti e di risultati, questa scelta pare priva di logica: i veri cambiamenti in queste persone li abbiamo visti a Padova come a Voghera, a Saluzzo, a Asti, a Parma ecc. Nei casi in cui ci sono stati un confronto e un incontro con il mondo reale, con il mondo della scuola, del teatro, della cultura. Stare tra di loro e partecipare ad attività (quando ci sono) solo a loro dedicate, a queste persone non è utile come invece lo è parlare di legalità con il mondo esterno o semplicemente rispondere alle domande nette, limpide e crude degli studenti, come avviene presso la CR di Padova nel progetto Carcere/Scuole di Ristretti Orizzonti. Questa scelta di tenere i detenuti di AS separati dal resto della popolazione penitenziaria rompe e annulla uno strumento di prevenzione formidabile che la sperimentazione di Padova e tutte le altre esperienze in Italia di incontro con il mondo esterno hanno prodotto.
Insomma, gli AS restano i “cattivi per sempre”, a cui le speranze vengono negate e che senza esitazione possono essere sradicati dopo anni, o addirittura decenni, da carceri in cui stavano ricostruendo sé stessi attraverso una profonda riflessione sul loro vissuto precedente. Il suicidio di Pietro Marinaro come risposta all’improvviso trasferimento resta la sintesi più disperata e drammatica del loro stato d’animo di fronte a Istituzioni che ignorano la loro umanità.

E che ne è del diritto alla progressione trattamentale?

Noi pensiamo che questi trasferimenti (avvenuti negli istituti di Padova e Parma, ad esempio) legati solo a necessità tecniche di ricollocazione della popolazione penitenziaria e a piani di creazione di “isole” pensate per i “cattivi per sempre” violino sia l’art. 42 O.P. e l’art. 27 della Costituzione che le Regole Penitenziarie Europee (in particolare la regola 17 relativa a “Assegnazione e sistemazione. I trasferimenti, così improvvisi violano il diritto alla progressione trattamentale, tale principio costituzionale si fonda sulla necessità di garantire un percorso graduale e personalizzato di reinserimento del detenuto nella società in modo che la pena non sia meramente repressiva ma realizzi la finalità rieducativa sancita dall’art. 27. Era quanto da decenni avveniva all’interno della CR di Padova in modo eccellente.

Adesso dobbiamo lavorare con convinzione perché le declassificazioni avvengano davvero

Prima di disporre i trasferimenti così poco umani di persone detenute che da anni erano all’interno della CR di Padova, sarebbe stato di fondamentale importanza verificare la possibilità di declassificazione dei detenuti valutando il loro percorso rieducativo e richiedendo un parere del Gruppo Osservazione e Trattamento (GOT). Questo non è stato fatto, ma uno spiraglio in questo senso si è aperto durante l’incontro a Roma del Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova il 18 febbraio con Stefano Carmine De Michele, Capo del DAP, ed Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento.
È infatti emersa l’importante ipotesi di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra DAP e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia.
Stiamo lavorando tenacemente per questa ipotesi, perché non siano buttati al vento i percorsi compiuti in lunghi e fervidi anni a Padova così come in tutta Italia dalle persone detenute del circuito dell’AS.
Speriamo che il Capo del DAP, con il Direttore Generale Detenuti e Trattamento, dia la spinta necessaria a questa ipotesi per la quale ci stiamo alacremente impegnando. Ma si deve trattare di una spinta vera, sincera, coraggiosa, che apra delle prospettive nuove rispetto al tema delle declassificazioni, così fermo e bloccato da sempre.

Di seguito, alcuni estratti redatti da detenuti di AS che fanno parte di Ristretti Orizzonti

Io sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni

La leggenda sui grandi uomini dell’AS l’avevamo sbriciolata noi
di Tommaso Romeo, detenuto in Alta Sicurezza, Ristretti Orizzonti

I detenuti dell’Alta Sicurezza sono molte migliaia, quasi tutti sono di origini meridionali e tutti con storie simili. La maggior parte della loro detenzione si svolge in sezioni chiuse e con poche attività lavorative e culturali, percorsi di reinserimento al minimo, rari incontri con la società esterna e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi.
Io sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni. Eravamo giovani affascinati da un certo tipo di mondo, i nostri idoli li vedevamo girare per le vie delle nostre città attirando la nostra attenzione ed ecco che ci siamo avvicinati, così tanto da bruciare le nostre vite.
Dagli anni ‘70 ad oggi riguardo alla devianza giovanile è cambiato poco, anzi oggi ci sono più giovani in carcere per il reato 416 BIS, giovani appunto affascinati dal mondo del crimine organizzato come lo eravamo noi 50 anni fa. La cosa che più sconvolge è che oggi questi giovani, a differenza di noi, non conoscono i loro idoli, mai incontrati, conoscono solo i loro nomi e le loro condanne, perché sono uomini in carcere da decenni. Per le vie dei quartieri girano solo le loro ombre con leggende costruite a dovere su di loro, che come ragnatele catturano le vite di molti giovani, compito facile perché questi giovani moderni sono convinti che chi è sottoposto ad una lunga e dura detenzione è un uomo forte e di grande onore. Non sono bastate le leggi di emergenza, dal ‘92 esiste il 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, l’ergastolo ostativo, le pene per i reati associativi sono molto alte, ma sui giovani non hanno funzionato.
Anni addietro qualcuno al Ministero con una mente “illuminata” aveva dato inizio ad un progetto sperimentale autorizzando alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza di Padova a partecipare ad attività insieme ai detenuti comuni; una di queste attività è il progetto di confronto tra le scuole e il carcere, un progetto creato e diretto dal volontariato. Studenti che entrano in carcere per confrontarsi con dei detenuti.
Io ho partecipato a questo progetto per più di 10 anni e posso assicurarvi che dalle nostre testimonianze la leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza è stata sbriciolata, perché ne escono fuori uomini con una vita piena di fallimenti, uomini con tante debolezze, con un finale da perdenti.
Questo confronto diretto per molti giovani funge da prevenzione, una specie di “spegni-attrazione” che hanno verso il crimine. Questo progetto però serve pure ai detenuti perché il contatto diretto con la società esterna li migliora tantissimo; le loro testimonianze sono una forma di risarcimento per la società. Purtroppo questo progetto è stato stroncato perché la sezione AS1 è stata chiusa a Padova.
Le ultime direttive, che sono molto restrittive, colpiscono tutte le sezioni dell’Alta Sicurezza. I detenuti di quelle sezioni devono stare sempre più isolati, con minimi contatti con la società e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi, con inoltre poche attività. Queste nuove disposizioni di chiusura e isolamento totale non fanno altro che portare acqua al mulino del crimine organizzato, in quanto nasceranno nuove leggende che, come sponsor pubblicitari, gireranno per le vie delle città facendo sempre più presa sui giovani, spingendoli a diventare i nuovi soldati del crimine.
Mi sa che le menti illuminate si sono spente, non ci resta che il buio. Cominciamo a fare scorta di candele.

Non ho mai detto e scritto del coraggio dei detenuti dell’Alta Sicurezza: il coraggio di ammettere che hanno sbagliato, il coraggio di mettere in discussione una vita che li ha portati a passare più di trent’anni in carcere

Il coraggio di ammettere di avere sbagliato. Un coraggio che a volte hanno di più le persone detenute che le Istituzioni
di Salvatore Fani, Ristretti Orizzonti

I detenuti dell’Alta Sicurezza hanno avuto il coraggio di chiedere scusa per i loro errori, per i loro gravissimi reati.
Ho scritto tanti articoli sui detenuti dell’Alta Sicurezza, sull’importanza della loro presenza al Progetto scuola-carcere, sull’impatto positivo per il percorso di tanti di noi. Ma forse non ho mai detto e scritto del coraggio dei detenuti dell’Alta Sicurezza: il coraggio di ammettere che hanno sbagliato, il coraggio di mettere in discussione una vita che li ha portati a passare più di trent’anni in carcere. Infatti molti di loro hanno l’ergastolo, il fine pena mai.
Potevano anche decidere di proseguire fino in fondo la propria vita mantenendo il loro ruolo di boss, invece hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco, diventando persone “normali”. Forse il loro coraggio doveva essere premiato facendoli diventare anche detenuti “normali”, con la declassificazione, tenuto conto tra l’altro che molti usufruivano dei permessi.
Invece sono stati strappati con ferocia dal carcere di Padova, che gli aveva dato l’illusione, dopo anni di disumani trasferimenti, di aver trovato un po’ di pace, di aver trovato un porto sicuro, un porto dove potersi costruire relazioni, e avere le visite dei familiari che si erano organizzati e abituati a venire ai colloqui.
Se penso al trasferimento di tutte queste persone, per lo più anziane, mi viene da piangere; e se penso al calvario dei furgoni, mi sento male, mi viene la claustrofobia. Non sapere dove ti porteranno, cosa ti aspetta, sapere però cosa hai lasciato, il percorso che ti eri costruito, tutto questo fa male, è un fallo a gamba tesa, un fallo cattivo che nessuno pagherà. Il loro coraggio forse fa paura, perché non si può credere che usare della violenza sui detenuti dell’Alta Sicurezza risolva i problemi del mondo.
C’è stato un momento della nostra vita in cui noi, uomini del Sud, non siamo stati capaci di stare al mondo, di rispettare le regole, e l’abbiamo pagata col carcere. Io però ora dovrei imparare a stare al mondo prendendo come esempio chi le regole le rispetta, e soprattutto non usando la violenza, ma a volte vado in confusione, non capisco: per una parte dello Stato sembra sia giusto gestire il carcere in modo disumano, in condizioni di sovraffollamento disumane, anche se così non si rispettano minimamente le regole.
I detenuti dell’Alta Sicurezza hanno avuto il coraggio di chiedere scusa per i loro errori, e l’umiltà di accettare la loro pena. Ma lo Stato sta commettendo un crimine sui detenuti, senza avere il coraggio di ammettere il proprio errore, senza rispettare le regole. Lo Stato non si scusa, rimane in silenzio, muto come un pesce. Questo silenzio è di una ferocia inaudita. La prepotenza che sta usando lo Stato un po’ mi spaventa, mi sembra che si stiano invertendo i ruoli, e allora io non so più da chi devo imparare a stare al mondo, quali esempi devo seguire. Ho scelto la legalità, ma qualcuno mi deve spiegare quali esempi devo seguire per rispettare le regole.
Poi mi sono svegliato nel cuore della notte pensando a cosa potevo fare per affrontare questa questione.
Mi sono detto: ma che vuoi e puoi fare? Puoi solo usare l’unico strumento che hai, la scrittura, scrivere e farlo in fretta, scrivere per solidarietà: ma intanto i detenuti dell’Alta sicurezza già iniziavano a partire.
Finisco di scrivere al mattino, e forse proprio in quel momento sta accadendo qualcosa di irreparabile: alle 8 vado alla scuola, che si trova di fronte al casellario, vedo un detenuto dell’Alta Sicurezza con tantissimi zaini, sacche da trasferimento: ha gli occhi chiusi, mi avvicino, gli stringo la mano, gli dico “Buon viaggio”. Mi abbraccia e mi dice: “Ci hanno rovinato, e se non bastasse uno di noi è morto, si è suicidato. Che bel regalo”.
Mi siedo nel banco di scuola e inizio a pensare. Mi dico che si sapeva, che è una morte annunciata. Se riprendo la metafora del porto sicuro, ora penso che si trovano tutti in alto mare, ma lui, Pietro, ha trovato il coraggio di mandare un messaggio per tutti, pagando con la vita. Ora nessuno può più decidere al posto suo, il suo porto l’ha trovato.
Penso al dispiacere degli altri detenuti dell’Alta sicurezza che conosco, come Antonio, Ignazio, Santo, Natale, che frequentavano la redazione di Ristretti Orizzonti, penso e temo che possano guardare a questo gesto come ad una soluzione per il calvario inflittogli. Anche loro ora sono in mezzo al mare e alla tempesta.
Ma quello che mi fa ancora più male è che ci sia qualche organo dello Stato che prova piacere nel veder soffrire le persone detenute dell’Alta Sicurezza. Oggi perdiamo tutti, perché si è spenta una vita umana.
Riposa in pace, Pietro, spero che il tuo sacrificio non sia dimenticato. Ti auguro di trovare quella pace che gli uomini non ti hanno saputo dare.
Oggi, dopo tanti anni, ho avuto per la prima volta la sensazione di aver fatto un enorme passo indietro.

Adesso come adesso ho la sensazione di aver fatto un balzo indietro di circa 34 anni con questo mio trasferimento, spero che con l’andar del tempo questa mia sensazione cambi

Lettera da un AS trasferito da Padova: “Carissimi come state?”

Visto tutto quello che è successo in questi giorni sinceramente non so da dove iniziare. La sera che sono arrivato qui […] ho dovuto scegliere: o andare alle celle (con il conseguente rapporto disciplinare!) oppure mettermi in due in cella. Anche se era più di 30 anni che ero stato sempre in cella singola ho dovuto scegliere il “male minore” per non buttare “alle ortiche” tutto il percorso trattamentale positivo che ho conseguito li a Padova.
Qui purtroppo non ci sono le cose che facevo lì a Padova! A giorni dovrei avere un colloquio con il mio educatore, e altre cose ancora.
Adesso come adesso ho la sensazione di aver fatto un balzo indietro di circa 34 anni con questo mio trasferimento, spero che con l’andar del tempo questa mia sensazione cambi.
La mattina dopo il mio arrivo qua ho sentito al telegiornale la brutta notizia, tragedia riguardante Pietro Marinaro. Purtroppo non ci sono parole.
Da quando sono qua ho potuto fare solo la telefonata di primo ingresso con i miei famigliari. Ora sicuramente dovrò attendere qualche mese, il tempo che mi conoscano un po’ (soprattutto quelli dell’area trattamentale) prima che prendano in considerazione una mia richiesta di permesso premio.
A dirti la verità, a differenza degli altri trasferimenti che ho fatto in passato, quest’ultimo è stato più difficoltoso. Primo perché mi è dispiaciuto moltissimo interrompere (speriamo provvisoriamente) i nostri incontri settimanali, era bello stare con tutti voi perché mi sentivo trattato come un essere umano. Non è facile trovare persone gentili e umane come voi in questi ambienti pieni di contraddizioni …. Siete stati per me veramente un faro di speranza e, aver interrotto così bruscamente tutto ciò è stato un po’ brutto!!!
Però come tu sai sono abituato a vedere sempre “il bicchiere mezzo pieno” e non mi sento di escludere che ci possiamo vedere di nuovo o per quando esco in permesso da qui o quando verrò (se va in porto la faccenda del lavoro) lì al Due Palazzi. Non si sa quello che ci riserva il futuro no? Ti raccomando salutami tanto tutti gli altri.
PS Porterò sempre nel mio cuore le nostre giornate trascorse assieme.

Il punto di vista del Volontariato che si occupa di circuiti di Alta Sicurezza. Vorremmo Istituzioni che sappiano essere miti e sensibili

Mentre scrivevamo un articolo sulla difficoltà (che a volte è proprio incapacità) di molte Istituzioni di chiedere scusa quando sbagliano, ci è arrivata la notizia tragica del suicidio “annunciato”, quello di Pietro Marinaro, la persona detenuta nella sezione Alta Sicurezza di Padova che ha scelto di togliersi la vita perché non reggeva al dolore di perdere quel poco che aveva: una detenzione decente interrotta bruscamente per un trasferimento che definiamo “feroce”. Feroce perché nel giro di poche ore è stato detto a persone che da anni, da decenni anzi erano incarcerate a Padova di mettere insieme le proprie cose e prepararsi a partire.
Ciò che stavamo scrivendo resta, ahimè, perfino troppo vero: l’umanità pare non far parte del bagaglio di qualità richieste per essere delle buone istituzioni.