Il carcere chiuso. Una riflessione a partire dall’osservazione di Antigone

di Rachele Stroppa

Il 2025 è sicuramente l’anno in cui il carcere si è chiuso nuovamente

Dopo le chiusure imposte dall’emergenza sanitaria scatenata dal covid-19 le quali hanno connotato la vita detentiva dal 2020 fino al 2022, il 2025 è sicuramente l’anno in cui il carcere si è chiuso nuovamente. Peccato che in questo caso, le chiusure non siano state giustificate dall’esigenza di contenere il contagio, ma abbiano assunto tutt’altro scopo e significato. Questo contributo ha proprio come obiettivo quello di proporre una panoramica in merito alle cause e agli effetti delle chiusure nel sistema detentivo italiano a partire dall’attività di osservazione condotta da Antigone nel 2025 presso 102 istituti penitenziari.

Le misure di chiusura che attraversano attualmente il sistema penitenziario sono la traduzione della prassi di una logica ben precisa, ovvero la logica della separazione. Gran parte del governo dell’istituzione penitenziaria si basa, infatti, sul combinato disposto di meccanismi di separazione e chiusura, in quanto dispositivi funzionali al mantenimento dell’ordine interno. Ma in un ambiente coercitivo come il carcere il mantenimento dell’ordine sarà sempre un’attività destinata a rimanere incompiuta (cfr. Vianello, 2018). In particolare oggi, a fronte di una popolazione penitenziaria in costante aumento, a cui però non corrisponde un incremento delle risorse disponibili, il mantenimento dell’ordine interno si rivela un’operazione sempre più complessa per l’amministrazione penitenziaria. Vi sono infatti soggettività che più di altre faticano ad adattarsi all’ambiente carcerario e a rispettare lo schema disciplinare attorno al quale si declinano tutte le relazioni all’interno del penitenziario. Nonostante tali difficoltà, la sopravvivenza della stessa istituzione penitenziaria dipende, in un certo senso, dal mantenimento dell’ordine all’interno delle strutture penitenziarie (Stroppa, 2024). E’ proprio per questo che l’esigenza di garantire il funzionamento ordinato della macchina penitenziaria è il pilastro attorno cui si articola la quotidianità penitenziaria. Tuttavia, ciò che abbiamo osservato nell’ultimo anno sembra più rimandare ad una sorta di ossessione per l’ordine piuttosto che ad un’ esigenza.

Tradizionalmente, coloro i quali risultano essere anche solo potenziali elementi di disturbo o di minaccia dell’ordine e della sicurezza interna sono destinatari di misure di separazione a cui quasi sempre corrisponde la custodia chiusa. Il motivo è semplice; come indica Foucault “lo spazio delle discipline è, sempre, in fondo cellulare” (1976). A conferma di ciò vale la pena menzionare un altro elemento; nonostante, come vedremo, i detenuti potenzialmente in grado di minare l’ordine dell’istituto penitenziario presentino profili alquanto differenti, in connessione a condotte altrettanto differenti, la risposta dell’istituzione è sempre una e una sola: chiusura e separazione. Questa formula ha come obiettivo principale la neutralizzazione delle soggettività che presentano tratti di pericolosità, sia derivanti dal reato commesso (la cosiddetta pericolosità sociale), ma soprattutto dalla condotta penitenziaria (la cosiddetta pericolosità penitenziaria). Ma si badi bene, rispetto a quest’ultima, si tratta di una categoria dai contorni sfumati, per la cui definizione la discrezionalità amministrativa e i processi informali di governo e di organizzazione dell’istituzione assumono un’importanza determinante, travalicando qualsiasi definizione formale.

È proprio il sistema dei circuiti a porsi oggi come lo strumento operativo della logica della separazione

Il bisogno di separare gli individui dalla condotta più complessa ha prodotto, nella prassi, una molteplicità crescente di spazi di isolamento, sebbene con differenti gradi di intensità di separazione. In ambito penitenziario, infatti, lo spazio ha una valenza altamente politica (cfr. Verdolini, 2022), poiché la sua conformazione va ad incidere direttamente sui diritti delle persone detenute. È proprio il sistema dei circuiti – ovvero, l’organizzazione dello spazio penitenziario in base a cui si declina la quotidianità penitenziaria – a porsi oggi come lo strumento operativo della logica della separazione. Non a caso, la circuitazione è anche lo strumento per eccellenza attraverso cui agisce la discrezionalità amministrativa. Come vedremo, infatti, il sistema dei circuiti è regolato interamente da un’intensa produzione di circolari amministrative (cfr. Ronco, 2024).

Partiamo dallo spazio in cui la logica della separazione e le misure di chiusura raggiungono la massima intensità, ovvero la sezione di isolamento. Si tratta dell’unico spazio detentivo che a livello normativo (ex art. 73 comma 8 reg. esec.) è previsto come lo spazio in cui applicare l’isolamento, che può solamente avere natura disciplinare, giudiziaria o sanitaria (ex art. 33 o.p.). Come già segnalato nel contributo “Isolamento ed eventi critici” tra il 2024 ed il 2025 il numero di provvedimenti di esclusione dell’attività in comune è aumentato di circa il 42%, passando da 19.908 a 27.243. Un aumento che arriva ad essere del 171% se si paragona il dato del 2025 a quello del 2019.

Nonostante questo incremento notevole, durante le visite realizzate dagli Osservatori di Antigone nel corso del 2025, in un numero considerevole di istituti è stato riferito che tali provvedimenti non venivano eseguiti per mancanza di spazio oppure che l’esecuzione della sanzione di isolamento avveniva tardivamente. Ciò è stato rilevato presso la Casa circondariale di Lucca, la Casa circondariale di Brindisi, la Casa circondariale di Trieste, la Casa circondariale di Viterbo e la Casa circondariale di Venezia. A causa della mancanza di spazio presso la sezione di isolamento, in altri casi è stato rilevato come la sanzione di esclusione dalle attività in comune venisse eseguita nella cella ordinaria del detenuto. In tal senso, durante la visita presso la Casa di reclusione di Padova, la Direzione ha riferito che essendo oramai definitivamente dismessa la sezione destinata all’isolamento, i provvedimenti disciplinari di esclusione dall’attività in comune vengono scontati tutte nelle celle ordinarie, pur ciò comportando una sospensione delle attività trattamentali, dell’accesso agli spazi comuni e alle ore d’aria assieme agli altri detenuti. Una prassi simile è stata osservata nelle Case di reclusione di Altamura, di Campobasso, di Avellino e di Barcaglione, nonché presso la Casa circondariale di Civitavecchia. Ciò a conferma del fatto che la sanzione disciplinare di esclusione dalle attività in comune non necessita per forza dell’isolamento dal resto della comunità penitenziaria, ma che può essere eseguita nella cella della persona detenuta, evitando quindi la condizione di isolamento estremo che può provocare danni psico-fisici talvolta irreparabili (sul punto si rimanda all’approfondimento “Una conferenza mondiale per porre fine all’isolamento: le linee guida di Antigone e PHRI nella soft law internazionale”).

La sanzione disciplinare di isolamento comporta un regime di vita molto restrittivo; la custodia chiusa in cella singola collocata in una sezione ad hoc per 22 ore al giorno e la possibilità di uscire all’aria solo per 2 ore al giorno. Durante l’esecuzione della sanzione il detenuto non può partecipare ad alcun tipo di attività, né intrattenere colloqui o ricevere pacchi. Inoltre, l’art. 73 comma 8 reg.esec. prevede che:

La situazione di isolamento dei detenuti e degli internati deve essere oggetto di particolare attenzione, con adeguati controlli giornalieri nel luogo di isolamento, da parte sia di un medico sia di un componente del gruppo di osservazione e trattamento, e con vigilanza continuativa ed adeguata da parte del personale del Corpo di polizia penitenziaria”.

Le condizioni della sezione di isolamento, proprio perché luogo di deposito degli indesiderati sono di solito le peggiori di tutto l’istituto

Le condizioni della sezione di isolamento, proprio perché luogo di deposito degli indesiderati (cfr. Irwin, 2004), sono di solito le peggiori di tutto l’istituto. Tale constatazione ha trovato ampie conferme nell’attività di monitoraggio realizzata da Antigone nel 2025. Presso la Casa circondariale di Biella, le celle destinate all’isolamento erano dotate di un minimo di arredi e presentavano macchie, sporcizia e segni di incendi. Nella Casa circondariale di Paola, nel corridoio della sezione di isolamento, parte del pavimento del corridoio era occupata da materiale di scarto edile, rifiuti e cibo. Parimenti, nella CC di Piacenza le sezioni rispettivamente destinate all’isolamento disciplinare e giudiziario versavano in pessime condizioni: muri sporchi e danneggiati, soffitto con ragnatele, pavimento ricoperto da sporcizia diffusa e rifiuti. Si tratta, insomma, di sezioni particolarmente buie e insalubri. Nella CC di Vercelli la sezione di isolamento al momento della visita era allagata; ciò nonostante una delle celle era comunque occupata da un detenuto. Presso la CC di Palermo Ucciardone le celle di isolamento presentavano dimensioni ridotte rispetto alle altre celle (circa 4/5 mq), essendo arredate solamente con un letto in ferro con materasso in gommapiuma, un piccolo tavolo e una sedia. Il bagno si trova in locale separato ed è fornito di wc e lavandino in pessime condizioni dovute all’usura e alla vecchiaia dei materiali. I sanitari erano molto logorati e senza acqua calda. Sia presso la CC di Alessandria che la CC di Cuneo all’interno della sezione di isolamento al momento della visita era presente una cella liscia, ovvero di una cella di isolamento priva di arredi (spesso con solo una branda fissata al pavimento) e pareti completamente spoglie.

Laddove la sezione di isolamento non versi in condizioni così critiche, essa si configura paradossalmente come uno spazio desiderato da detenuti che non hanno commesso alcuna infrazione disciplinare, ma che accettano di vedersi applicata una quotidianità detentiva molto simile a quella derivante dall’imposizione di una sanzione di isolamento. Il motivo? Fuggire dalle celle sovraffollate della media sicurezza. Presso la CR di San Gimignano le celle della sezione isolamento sono identiche a quelle delle altre sezioni. Durante la visita la Direzione ha riferito che spesso i detenuti vengono collocati in isolamento poiché rifiutano la sistemazione in camere doppie. Nella CC di Lecce molti detenuti chiedono di rimanere in isolamento anche oltre il tempo previsto pur di non rientrare nelle loro celle sovraffollate. Dinamiche simili sono state osservate anche nella CC di Cassino.

Mai come nel 2025, abbiamo potuto osservare una progressiva tendenza all’estensione e alla proliferazione degli spazi governati dalla custodia chiusa

Tuttavia, gli spazi a custodia chiusa non si esauriscono affatto nelle celle della sezione di isolamento. Anzi, forse mai come nel 2025, abbiamo potuto osservare una progressiva tendenza all’estensione e alla proliferazione degli spazi governati dalla custodia chiusa. Il principale contesto che viene utilizzato come luogo alternativo all’isolamento, è la sezione transito o sezione nuovi giunti o sezione accettazione. Si tratta della variabile più frequente rilevata dagli Osservatori di Antigone nell’ultimo anno. Nella CC di Como vi è una sezione destinata all’accoglienza dei nuovi giunti, dove si trovano anche i detenuti più difficili da collocare, perché di complessa gestione o perché non accettati dal resto della popolazione detentiva (anche in attesa di decisione del PRAP rispetto allo status di “protetti”). Tale sezione comprende circa 20 persone. Negli istituti di Modena, Matera, Cuneo e Palmi, la sezione “nuovi giunti” è per lo più dedicata a varie forme di isolamento motivato da esigenze di carattere disciplinare o da particolari necessità di tutela. I nuovi giunti sono dunque spesso inseriti direttamente in sezione ordinaria, poichè la sezione nuovi giunti è destinata agli isolamenti. Parimenti, presso la CC di Varese la sezione transito, sita al piano terra, all’occorrenza ospita i detenuti in isolamento giudiziario o disciplinare: si tratta di una sezione composta da due celle molto piccole, prive degli armadietti e di luce naturale. Nonostante, quindi, la funzione a cui dovrebbe assolvere la sezione transito sarebbe quella di ospitare le persone non appena fanno ingresso in carcere, molto spesso viene utilizzata come uno spazio informale di isolamento.

Davanti a necessità di governo della popolazione penitenziaria, il piano formale viene totalmente scavalcato dai processi informali che richiedono l’abilitazione di sempre più spazi conformi alla logica della separazione.

Uno dei fenomeni che ricorre con più frequenza è la sostanziale intercambiabilità degli spazi di isolamento

E’ così che uno dei fenomeni che ricorre con più frequenza nella nostra attività di osservazione svolta nel corso del 2025 è la sostanziale intercambiabilità degli spazi di isolamento. Prodotto di quest’ultima è la diversificazione dei luoghi chiusi all’interno dei quali vanno però a confluire le soggettività genericamente considerate più problematiche. Un altro luogo che presenta tali caratteristiche è senz’altro la sezione ex art. 32 reg.esec. Tale norma prevede “I detenuti e gli internati, che abbiano un comportamento che richiede particolari cautele, anche per la tutela dei compagni da possibili aggressioni o sopraffazioni, sono assegnati ad appositi istituti o sezioni dove sia piu’ agevole adottare le suddette cautele”. Il collocamento in apposita sezione in virtù della suddetta disposizione si rivela uno dei principali strumenti a disposizione dell’amministrazione penitenziaria per separare i detenuti dalla condotta più problematica. La decisione, infatti, è di carattere amministrativo-organizzativo e nei confronti della stessa non è previsto alcun reclamo apposito. Tale mancanza è stata sottolineata anche dal Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite (CAT) nelle sue ultime Concluding observations a seguito della revisione periodica inerente l’Italia.

Emblema – negativo – del processo di moltiplicazione degli spazi di isolamento, strettamente connesso alla loro intercambiabilità, è quanto osservato presso la CR di Augusta. All’interno di tale istituto i luoghi della separazione e della custodia chiusa sono addirittura tre; in primo luogo la sezione numero 7 ex art. 32 reg. esec. Al momento della visita i presenti presso tale sezione erano 51, tutti collocati in cella singola. La maggior parte delle persone ristrette presso la sezione in questione presentava disagio psichico. Vi era anche un sorvegliato a vista per aver tentato il suicidio e un detenuto destinatario di un provvedimento di isolaemnto disciplinare. Il secondo spazio di isolamento è costituito dal “repartino di accettazione” composto da 4 celle, una delle quali era occupata da un detenuto per ragioni di protezione e un’altra da un sorvegliato a vista, ivi recluso da oltre un mese. Tutti i presenti all’interno della sezione di accettazione accedevano all’aria in solitario. Infine, l’ambigua sezione “Semilibertà 2” in cui vi erano detenuti sorvegliati a vista, detenuti sottoposti a sorveglianza particolare e anche una persona che doveva scontare una sanzione di esclusione dalle attività in comune.

Tornando allo spazio da cui siamo partiti ovvero la sezione di isolamento; nonostante il dettato normativo sancisca come essa debba essere destinata solamente all’esecuzione delle misure di isolamento tipificate dalla legge (art. 33 o.p.), la materialità della detenzione si rivela essere ben altro. Presso la CC di Potenza la sezione isolamento è formata da 5 stanze. Al momento della visita, nella sezione si trova un detenuto che stava assumendo una terapia e che aveva fatto richiesta di stare solo, mentre gli altri detenuti si trovano lì perché considerati incompatibili con gli altri detenuti o perché non vi era posto nelle sezioni ordinarie. Nella CR di Sulmona la sezione isolamento è destinata alle diverse tipologie di isolamento e, altresì, ai provvedimenti di sorveglianza particolare ex art. 14 bis. Nella CC di Biella degli 11 detenuti presenti nella sezione di isolamento al momento della visita, solamente uno risultava destinatario della sanzione dell’esclusione dalle attività in comune. Nella sezione di isolamento, inoltre, vi è una cella destinata ai nuovi giunti, nella quale al momento della visita erano recluse 5 persone. Oltre un caso di isolamento sanitario e un caso di soggetto sottoposto al regime di sorveglianza particolare ex art. 14-bis o.p. (sul punto si rinvia all’approfondimento “La sorveglianza particolare”), gli altri presenti risultano ivi detenuti perché ritenuti incompatibili con il resto della popolazione penitenziaria. Ma anche presso gli istituti di Poggioreale, Bologna e Santa Maria Capua Vetere nessuno dei detenuti presenti nella sezione di isolamento al momento della visita era lì per scontare una sanzione disciplinare; la stragrande maggioranza dei detenuti presenti erano detenuti comuni per cui però non si era riusciti a trovare una collocazione alternativa.

Si tratta di uno scenario piuttosto paradossale in cui la discrezionalità delle scelte dell’amministrazione penitenziaria rispetto a dove collocare le persone detenute etichettate come “non ordinarie” è massima.

La logica della separazione e l’applicazione della custodia chiusa hanno oltrepassato i confini della sezione di isolamento e degli altri spazi di tradizionale separazione, andando a contagiare anche le sezioni di MS

Tuttavia, la logica della separazione e l’applicazione della custodia chiusa hanno oltrepassato i confini della sezione di isolamento e degli altri spazi di tradizionale separazione, andando a contagiare anche le sezioni di Media sicurezza (MS). L’articolazione del circuito di Media sicurezza previsto dalla Circolare 3693/6143 del 18 luglio 2022, legittimato dalla necessità di garantire ai ristretti l’accesso ad una offerta trattamentale maggiormente individualizzata rispetto al passato, si sostanzia in sezioni a trattamento intensificato e in sezioni ordinarie di preparazione al trattamento (oltre alla sezione di isolamento ex art. 33 o.p. e alla sezione ex art. 32 reg. esec.). Con la circolare del 2022 cambia così in modo radicale la quotidianità detentiva all’interno delle sezioni ordinarie di MS; per le persone detenute in tali reparti è preclusa la deambulazione sul corridoio di sezione, imponendo loro di trascorrere il tempo chiusi in cella, a meno che, oltre alle ore d’aria (quattro secondo l’art. 10 o.p.) non possano accedere ad attività di tipo trattamentale. Testualmente la Circolare prevede che le celle all’interno delle sezioni di preparazione al trattamento ordinario (cosiddette sezioni ordinarie) siano aperte per almeno 8 ore al giorno e in quelle di trattamento intensificato per almeno 10 ore al giorno. Se per queste ultime ciò trova sostanziale riscontro anche nella prassi, non è affatto così per quanto riguarda le sezioni ordinarie, dove la permanenza fuori dalla cella è subordinata alla partecipazione alle attività, le quali, però, molte volte non sono disponibili. Presso gli istituti di Palma e Piacenza i detenuti in tali sezioni avevano la possibilità di accedere all’aria per due ore e a turni alle sale della socialità, ma il resto del tempo è trascorso all’interno delle celle chiuse.

Così facendo, la riforma del 2022, appellandosi a supposte esigenze trattamentali, ha in realtà equiparato la quotidianità detentiva prevista per i detenuti in Alta sicurezza (AS) – per cui è stata ribadita la custodia chiusa sempre e comunque con la Circolare del 27 febbraio 2025 – con quella vigente nelle sezioni ordinarie di preparazione al trattamento avanzato di MS.

Nel 2025 si è assistito, inoltre, ad una intensificazione dell’attività di regolazione amministrativa da parte del DAP anche in riferimento alle procedure di autorizzazione delle attività da svolgersi all’interno degli istituti di pena. Mediante la Circolare del 17 marzo 2025 viene specificata la ratio della Circolare del 27 febbraio 2025. Viene precisato che la custodia chiusa in AS è funzionale ad evitare contatti tra detenuti inseriti in circuiti detentivi differenti. In particolare non è più consentita la partecipazione di detenuti di AS alle attività organizzate per ristretti di MS. Successivamente, con tre ulteriori circolari emanate tra ottobre e novembre 2025 il DAP ha stabilito che tutte le attività trattamentali da svolgersi in istituti con circuiti a gestione dipartimentale (41-bis, alta sicurezza, collaboratori di giustizia), anche se le attività sono previste solamente per detenuti in MS, deve essere autorizzata dalla Direzione generale detenuti e trattamento del DAP. Come spiegato in maniera dettagliata altrove nel rapporto, a seguito di queste nuove disposizioni, molte attività in entrambi i circuiti non sono state autorizzate. Le difficoltà legate alle nuove procedure di autorizzazione e ai nuovi criteri adottati dal DAP per concedere tali autorizzazioni hanno provocato non poche polemiche. Il 6 maggio 2026 il DAP ha fatto un passo indietro tornando ad attribuire la competenza per l’autorizzazione di attività che coinvolgono detenuti in MS al Provveditorato.

Oggi il 60,26% della popolazione detenuta vive in regime chiuso

Oggi più della metà della popolazione penitenziaria complessiva è sottoposta alla custodia chiusa. Secondo i dati pubblicati dal Garante Nazionale aggiornati al 7 aprile 2026 – sostanzialmente identici a quelli registrati durante tutto il 2025 – il 60,26% della popolazione detenuta vive in regime chiuso (pari a 38.528 persone detenute) e il restante 39,74%, corrispondente a 25.412 persone ristrette, al regime aperto. Le sezioni a custodia chiusa sono: ovviamente le sezioni 41 bis, le sezioni di Alta sicurezza e le sezioni ordinarie di MS. Queste ultime ospitano ben 28.523 persone detenute, mentre quelle di Alta sicurezza 9264. Le sezioni a custodia aperta sono quelle di preparazione al trattamento intensificato di MS dove si trovano 24.302 persone detenute e quelle a custodia attenuata con poco più di 1000 detenuti.

La ratio sottesa all’applicazione generalizzata della custodia chiusa è da ritrovarsi nelle difficoltà di gestione di una popolazione detenuta in costante aumento che vive in istituti penitenziari sempre più affollati, della quale l’istituzione penitenziaria non sembra essere in grado di farsi carico. La custodia chiusa, inoltre, secondo la narrazione istituzionale più diffusa, contribuirebbe in modo determinante ad impedire la produzione di eventi critici. Presso la CR di San Gimignano è stato rilevato un numero piuttosto basso di eventi critici, che il personale ha attribuito, da un lato alla natura più chiusa del regime previsto per le sezioni di AS, dall’altro al basso numero di detenuti stranieri presenti. La CC di Regina Coeli a Roma al momento della visita è tutta a custodia chiusa; secondo quanto riferisce la Direzione, prima della chiusura gli eventi critici più comuni erano risse tra detenuti per contrasti legati allo spaccio fuori o all’appartenenza ad etnie diverse. Da novembre 2024, quando è stata implementata in toto la Circolare relativa alla riorganizzazione della media sicurezza datata 2022, a detta della Direzione dell’istituto gli eventi critici sarebbero diminuiti. Presso la CC di Piacenza, la Direzione ha riferito che, a fronte delle continue proteste dei detenuti nelle sezioni ordinarie – legate all’applicazione più stringente degli orari di apertura – la custodia chiusa ha prodotto un calo degli eventi critici, oltre a tutelare i detenuti più “fragili” (vessati dai compagni) che infatti preferirebbero stare nelle “sezioni chiuse” e in qualche caso richiederebbero perfino una collocazione nei reparti di isolamento.

Tuttavia, rispetto alla visione dello staff penitenziario, è stata rilevata una differenza di prospettiva tra il personale di direzione e i cosiddetti front line operators, in primis gli agenti di polizia penitenziaria. Se tra i direttori ricorre un’opinione positiva circa gli effetti prodotti dalla custodia chiusa, durante le visite in più occasioni gli agenti sono sembrati ben più coscienti degli effetti negativi prodotti dalle chiusure. Governare una popolazione penitenziaria che esce dalla cella solamente per l’aria e la socialità è in opinione degli operatori di prima linea spesso un’operazione molto più difficile che gestire una popolazione che non passa la maggior parte delle ore del giorno all’interno di uno spazio ristretto, sovraffollato e spesso in condizioni precarie.

Tuttavia, nell’anno in cui il carcere si è chiuso, le rilevazioni riguardanti gli eventi critici non sembrano in linea con la narrazione dominante dei vertici dell’amministrazione penitenziaria. A testimonianza del fatto che la custodia chiusa crea tensione nella popolazione detenuta, che spesso viene sfogata sul personale penitenziario, vi sono proprio le aggressioni al personale di polizia penitenziaria che sono aumentate del 12,4%, così come anche quelle tra persone detenute sono aumentate addirittura del 73% tra il 2021 – anno precedente all’emanazione della Circolare sulla riorganizzazione del circuito di Media sicurezza – ed il 2025 (sul punto si rimanda al tema “Isolamento ed eventi critici”). Per quanto riguarda l’autolesionismo, tra 2024 e 2025 si è registrata una lieve diminuzione, ma i dati continuano ad essere molto elevati. Nel 2025 si sono verificati 105.350 atti di autolesionismo, circa 28 ogni giorno, a conferma del processo di normalizzazione che ha investito questo tipo di modalità di esprimere la sofferenza da parte della popolazione detenuta (si veda l’approfondimento “L’autolesionismo in carcere”).

Il PRAP Campania è quello in cui vi sono più persone detenute sottoposte alla custodia chiusa

Se guardiamo alla suddivisione delle sezioni tra custodia aperta e chiusa in ciascun Provveditorato (PRAP), notiamo come la situazione sia abbastanza diversificata nel panorama nazionale. Se si guarda ai numeri assoluti, il PRAP Campania è quello in cui vi sono più persone detenute complessivamente sottoposte alla custodia chiusa. A seguire vi è il PRAP Lombardia, con il numero più elevato di persone detenute collocate nelle sezioni ordinarie di MS. Anche negli istituti del Provveditorato siciliano la custodia chiusa è particolarmente diffusa; in questo caso, però, ciò è dovuto dal numero sostanzioso di detenuti in AS. Se, invece, analizziamo i dati percentuali rispetto al totale delle persone presenti al 7 aprile 2026, a registrare i numeri più significativi di persone ristrette a cui è stata applicata la custodia chiusa troviamo tre Provveditorati del Sud Italia; Calabria, Campania e Sicilia. La custodia aperta, al contrario, è molto più diffusa al Nord che al Sud. Le percentuali più consistenti di detenuti sottoposti alla custodia aperta si rilevano, rispettivamente, negli istituti del PRAP Triveneto ed Emilia Romagna.

Complessivamente, quindi, dal punto di vista della distribuzione geografica, le grandi Case circondariali – come San Vittore a Milano, Napoli Secondigliano e Napoli Poggioreale – hanno determinato una maggiore incidenza della custodia chiusa sulla popolazione penitenziaria complessiva a causa della preponderanza dei detenuti collocati nelle sezioni ordinarie di MS. Tuttavia, in termini percentuali rispetto al numero dei presenti, le chiusure sembrano caratterizzare maggiormente le carceri meridionali.

Il concetto di “sorveglianza dinamica” sembra attualmente ricoprire un ruolo totalmente residuale

In questa dicotomia tra custodia aperta e chiusa, il concetto di “sorveglianza dinamica”, così in voga nell’epoca immediatamente successiva alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza pilota Torreggiani, sembra attualmente ricoprire un ruolo totalmente residuale. Secondo dati pubblicati dal Garante Nazionale che delineano la situazione al 7 aprile 2026, sono 529 i reparti a sorveglianza dinamica. Al loro interno sono collocate 14396 persone ristrette, equivalenti al 22,51% della popolazione carceraria totale. Presso gli istituti del PRAP Triveneto si trova il 42,96% delle persone detenute in sorveglianza dinamica, seguito dal 39% del PRAP Emilia Romagna. La percentuale più bassa è stata rilevata, invece, in Calabria con appena il 3,9%. Da tali dati si può dedurre come ormai i reparti a sorveglianza dinamica siano un sottoinsieme delle sezioni di MS a trattamento intensificato, sebbene le differenze tra le due tipologie di custodia appaiano oggi poco chiare. Per quanto riguarda le schede dell’Osservatorio di Antigone compilate nel 2025, solo in quella relativa alla Casa circondariale di Taranto si fa menzione della sorveglianza dinamica, la quale sarebbe attiva solamente presso il Reparto Ionio. La sorveglianza dinamica, quindi, da modalità di gestione propedeutica alla sicurezza penitenziaria e per questa ragione fortemente lodata fino a qualche anno fa, oggi sembra avere perso di rilevanza.

In conclusione, il carcere contemporaneo sembra progressivamente configurarsi come il luogo simbolico e materiale in cui una certa idea di politica manifesta la propria forza coercitiva e la propria capacità di controllo. Se da un lato il sistema penale e, di converso, anche quello penitenziario tendono quantitativamente ad espandersi, al tempo stesso, da un punto di vista qualitativo, assistiamo ad una contrazione su sè stessa dell’istituzione penitenziaria la quale, si è chiusa su sé stessa, sia all’interno che verso l’esterno. Il tradizionale binomio su cui il penitenziario moderno era stato teoricamente costruito, ossia il binomio disciplina–rieducazione o custodia–trattamento, appare oggi profondamente compromesso. La componente disciplinare e custodiale ha finito per prevalere quasi totalmente, relegando gli obiettivi di reinserimento della persona detenuta a un ruolo marginale, spesso relegato al piano puramente formale. In questa prospettiva, nell’ultimo anno, il sistema penitenziario sembra aver abbandonato definitivamente la pretesa di essere uno strumento di trasformazione sociale o individuale. Le uniche funzioni a cui il carcere oggi sembra essere in grado di assolvere sono le stesse per cui è stato in fondo originariamente concepito: separare, contenere e segregare.

Riferimenti bibliografici

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Garante nazionale delle persone private della libertà, (2026), Report analitico. Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale.

Ronco D., (2024), La circuitazione penitenziaria tra dimensioni formali e informali, in Cancellaro F., Sbraccia A. (a cura di), “Sostenibilità e trasformazioni della pena negli spazi del penitenziario”. Rivista Antigone, XIX (2), pp. 15-24.

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Verdolini, V. (2022), L’istituzione reietta. Spazi e dinamiche del carcere in Italia, Roma, Carocci.

Vianello F. (2018), Norme, codici e condotte: la cultura del penitenziario. Gli attori sociali di fronte alla criticità dell’ambiente carcerario, in Sociologia del diritto (3), pp. 67-85.