Nel corso del 2025, l’Osservatorio di Antigone ha visitato 102 istituti penitenziari distribuiti su tutte le regioni italiane, offrendo una panoramica completa della situazione carceraria nazionale. Le schede relative a ciascuna visita sono integralmente pubblicate sul sito dell’Osservatorio.
Tra gli istituti visitati, il più grande per numero di presenze è Poggioreale a Napoli, con 2.101 persone ospitate al momento della visita, seguito dalla Casa circondariale di Roma Rebibbia Nuovo Complesso con 1.651 e dalla Casa circondariale di Napoli – Secondigliano con 1.555.
All’estremo opposto si collocano le realtà più contenute: la Casa circondariale “Alfredo Paragano” di Vallo della Lucania con 54 persone, la Casa di reclusione “Giuseppe Montalto” di Alba con 51 e la Casa di reclusione “San Michele” di Alessandria con 45.
Il quadro che emerge sul fronte del sovraffollamento è particolarmente preoccupante. Ben 82 dei 102 istituti visitati presentavano un tasso di affollamento superiore al 100%; di questi, 25 registravano una situazione critica, con tassi oltre il 150%. In tre strutture il numero di detenuti superava addirittura il doppio dei posti disponibili: la Casa circondariale di Varese ha fatto registrare il tasso più elevato, pari al 208,7%, seguita dalla Casa circondariale di Verona “Montorio” al 204,7% e dalla Casa circondariale “Nerio Fischione” di Brescia Canton Mombello al 203,3%.
Le conseguenze del sovraffollamento si misurano concretamente nelle condizioni materiali delle celle. Solo in 48 istituti su 102 era garantita una superficie calpestabile di almeno 3 mq per persona.
Solo 39 dei 102 istituti visitati sono stati costruiti dopo il 1980, mentre ben 21 risalgono a prima del 1900
In 11 istituti erano presenti celle prive di riscaldamento, in 47 celle senza acqua calda, in 53 celle senza doccia. In 23 istituti, inoltre, il wc si trovava nello stesso ambiente in cui si cucina, una condizione che lede in modo evidente la dignità delle persone detenute.
A queste condizioni contribuisce anche la vetustà di gran parte del patrimonio edilizio: solo 39 dei 102 istituti visitati sono stati costruiti dopo il 1980, mentre ben 21 risalgono a prima del 1900. Questa anzianità si traduce in rilevanti criticità strutturali e funzionali, che rendono complessa la gestione quotidiana e spesso inadeguate le condizioni di detenzione. A conferma di ciò, in 66 istituti risultavano presenti spazi detentivi non utilizzabili, fuori uso per ristrutturazione o inagibilità.
Non meno rilevante è la distanza fisica tra gli istituti e i territori che li circondano: 48 su 102 si trovano in posizione extraurbana, lontani dai centri abitati. Questa distanza genera ricadute concrete su più fronti: il carcere tende a diventare un corpo estraneo alla comunità che lo ospita, sottratto alla vita del territorio circostante; la partecipazione della società esterna alle attività interne agli istituti risulta limitata; e per le persone che hanno accesso a benefici penitenziari o misure alternative, organizzare le attività da svolgere all’esterno diventa sensibilmente più difficile.
Alla distanza fisica si affianca una distanza interna, che riguarda la composizione stessa della popolazione detenuta. In 90 dei 102 istituti visitati non era assicurata la separazione tra giovani adulti e adulti, una mancanza che non garantisce la necessaria protezione delle fasce più giovani, esponendole a logiche carcerarie che rischiano di compromettere l’efficacia di trattamenti pensati per la loro specifica età e condizione.
La mancanza di spazi adibiti alle lavorazioni rappresenta un ostacolo significativo all’attività trattamentale
Sul fronte degli spazi comuni, il quadro è disomogeneo. In 94 istituti su 102 erano presenti aree esclusivamente dedicate alla scuola e alla formazione, un dato incoraggiante che tuttavia contrasta con le carenze rilevate in altri ambiti. In 31 istituti, infatti, mancavano completamente spazi destinati alle lavorazioni; di questi, 4 erano case di reclusione — la CR di Altamura, la CR di Augusta, la CR di Fermo e la CR di San Gimignano — istituti nei quali la funzione lavorativa dovrebbe avere un peso particolarmente rilevante. La mancanza di spazi adibiti alle lavorazioni rappresenta un ostacolo significativo all’attività trattamentale: tanto la Costituzione quanto la legge sull’ordinamento penitenziario riconoscono al lavoro un ruolo centrale quale strumento di reinserimento sociale.
Altrettanto critici i dati relativi agli spazi per la vita quotidiana e per l’attività fisica. In 10 istituti erano assenti spazi dedicati alla socialità all’interno delle sezioni detentive, mentre in 31 non esistevano aree per il passeggio esclusive per ciascuna sezione. Solo in 49 istituti su 102 — meno della metà — le persone detenute avevano accesso settimanale a una palestra o a un campo sportivo, in contrasto con quanto previsto dall’art. 27 dell’ordinamento penitenziario, che riconosce l’attività sportiva come elemento del trattamento rieducativo. In 31 istituti, infine, era assente un’area verde destinata ai colloqui durante i mesi estivi, una carenza che incide sulla qualità delle relazioni affettive e familiari delle persone detenute.
In media, la pianta organica della polizia penitenziaria risultava coperta all’84%, con un rapporto medio di 1,97 detenuti per ogni agente
A queste carenze strutturali si aggiunge la questione del personale. In 79 dei 102 istituti visitati era presente un direttore incaricato esclusivamente per quella struttura. In 4 istituti il direttore proveniva in missione da un altro istituto, mentre nei restanti 19 il direttore reggeva contemporaneamente anche un’altra struttura. La diffusa presenza di direzioni condivise o affidate a reggenti in missione solleva interrogativi sulla continuità gestionale e sulla capacità di garantire una guida stabile in contesti già segnati da criticità strutturali e sovraffollamento. In media, la pianta organica della polizia penitenziaria risultava coperta all’84%, con un rapporto medio di 1,97 detenuti per ogni agente. Le situazioni più critiche rilevate dall’Osservatorio riguardano la Casa circondariale di Terni e la Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi “Famiglietti, Forgetta, Bartolo”, dove la copertura supera di poco il 50%: rispettivamente il 55%, con 4 detenuti per agente, e il 53,5%, con 3,8 detenuti per agente. In entrambi i casi, il personale di polizia penitenziaria presente è circa la metà di quello previsto dalla pianta organica, una carenza che pesa inevitabilmente sulla gestione quotidiana della sicurezza e delle attività interne. In 39 dei 102 istituti il numero di detenuti per unità di polizia penitenziaria è uguale o superiore a 2, mentre solo in 7 strutture la pianta organica era completamente coperta.
In 17 degli istituti visitati nel corso del 2025 il numero di detenuti per educatore raggiungeva o superava quota 100
Gli educatori — funzionari giuridico-pedagogici — coprivano in media l’87,5% della pianta organica, con un rapporto medio di un educatore ogni 69 detenuti. Sebbene 46 istituti registrassero una copertura completa del personale educativo, il rapporto medio detenuti/educatore rivela comunque un carico di lavoro significativo, che rischia di limitare la qualità e la continuità dei percorsi trattamentali. La situazione appare ancora più critica se si considera che in 17 degli istituti visitati nel corso del 2025 il numero di detenuti per educatore raggiungeva o superava quota 100. I casi più gravi sono stati rilevati presso la Casa circondariale “Le Novate” di Piacenza, con 180 detenuti per educatore, la Casa circondariale di Larino, con 159, e la Casa circondariale di Verona “Montorio”, con 153.
È in questo contesto — sovraffollamento, strutture fatiscenti, organici incompleti — che vanno letti i dati sugli eventi critici verificatisi nel 2025. Il quadro che emerge è preoccupante e coerente con il deterioramento generale delle condizioni detentive.
I provvedimenti di isolamento disciplinare sono aumentati rispetto all’anno precedente: nel 2025 si sono registrati in media 22,12 ogni 100 detenuti, contro i 20,9 ogni 100 del 2024. L’isolamento disciplinare, quando applicato in modo crescente, è spesso il segnale di un clima interno sempre più teso, in cui le difficoltà relazionali e le condizioni di vita degradate si traducono in conflitti e infrazioni. L’incremento registrato suggerisce dunque non soltanto un inasprimento delle risposte disciplinari, ma più in generale un peggioramento della qualità della vita all’interno degli istituti.
In media ogni 100 detenuti, sono stati registrati 19 atti di autolesionismo e 2,8 tentati suicidi
A confermare questa lettura concorrono anche gli altri indicatori raccolti. Sempre con riferimento al 2025 e in media ogni 100 detenuti, sono stati registrati 19 atti di autolesionismo e 2,8 tentati suicidi. Si tratta di numeri che non possono essere letti come mere statistiche: dietro ciascuno di essi vi sono persone in condizioni di sofferenza acuta, spesso prive di un supporto psicologico adeguato e inserite in contesti che, anziché contenere il disagio, rischiano di amplificarlo.
A fronte di questo livello di disagio, la risposta sanitaria risulta anch’essa disomogenea. La presenza medica è garantita in maniera continuativa in 65 istituti su 102 visitati, dove un medico è disponibile nelle ventiquattro ore. Tra gli istituti con maggiore affollamento che rientrano in questa categoria si segnalano la Casa di reclusione di Vigevano, con 365 persone detenute e un tasso di affollamento del 150%; la Casa circondariale di Vercelli, che ospitava 341 persone con un tasso di affollamento del 149%; e la Casa circondariale di Pesaro – Villa Fastiggi, il cui tasso di affollamento raggiungeva il 160%.
Un quadro più articolato emerge dall’analisi specifica dei dati relativi alla salute mentale, tanto più significativi se letti nella loro evoluzione nel tempo. I rapporti annuali dell’Osservatorio di Antigone documentano una situazione che nel corso degli anni non ha conosciuto miglioramenti strutturali. Nel 2023 si contavano in media 12,3 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti: il 19,7% assumeva stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, il 40% sedativi o ipnotici. Nel 2024 le diagnosi gravi erano salite a 12,7 ogni 100 detenuti, con il 20,5% in terapia stabilizzante e il 43,7% che assumeva sedativi o ipnotici.
Continua a crescere la quota di detenuti che ricorre a sedativi o ipnotici, salita al 46,5% dal 43,7% del 2024
Le visite condotte nel corso del 2025 restituiscono un quadro in chiaroscuro. Si registra una media di 9,4 diagnosi psichiatriche gravi ogni 100 detenuti — dato in calo rispetto al 12,7 del 2024. Sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente la percentuale di chi assume farmaci stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, pari al 21,1%, mentre continua a crescere la quota di detenuti che ricorre a sedativi o ipnotici, salita al 46,5% dal 43,7% del 2024.
Sul versante delle risorse professionali, il quadro rimane insufficiente rispetto alla portata del disagio rilevato. Nel 2023, negli istituti visitati, gli psichiatri garantivano in media 8,9 ore settimanali ogni 100 detenuti; tale cifra era scesa a 6,76 nel 2024, per risalire leggermente a 7,2 nel 2025. Le ore degli psicologi, che nel 2024 avevano raggiunto 20,6, risultano ora in calo a 15,9 ogni 100 detenuti. L’indicatore che più di ogni altro segnala una pressione crescente sul sistema è dunque l’uso di sedativi e ipnotici, che cresce di anno in anno e suggerisce come la risposta al disagio psicologico in carcere resti prevalentemente farmacologica, in assenza di un’offerta terapeutica adeguata. Nei 102 istituti visitati nel corso del 2025 erano inoltre 35 le persone in attesa di ricovero in REMS; il numero più elevato si concentrava presso la Casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino, dove si contavano fino a 10 persone in lista d’attesa.
Altrettanto critico il versante del lavoro e della formazione professionale. Nei 102 istituti visitati, in media soltanto il 3,8% delle persone detenute risultava impiegato alle dipendenze di un datore di lavoro esterno, una percentuale già esigua e in ulteriore diminuzione rispetto al 4,7%, dato rilevato nel 2024. Una simile marginalizzazione lavorativa compromette in modo significativo le prospettive di reinserimento sociale al termine della pena. Le persone detenute che lavoravano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria rappresentavano invece in media il 28,9% della popolazione ristretta, un dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente.
Invariate anche le percentuali relative alla formazione: il 9,8% dei detenuti era coinvolto in corsi di formazione professionale, mentre il 27,7% frequentava corsi scolastici. La fotografia che emerge è quella di un sistema in cui la componente rieducativa della pena — lavoro, istruzione, qualificazione — rimane appannaggio di una minoranza della popolazione carceraria.
Se il lavoro esterno riguarda meno del 4% dei detenuti, anche i legami con l’esterno faticano a mantenersi. In 43 istituti dei 102 visitati le videochiamate con i familiari sono effettuate in misura significativa con una quota superiore ai tre quarti dei detenuti. Il dato più emblematico rimane tuttavia quello sull’accesso a internet: in 75 istituti su 102 le persone detenute non dispongono di alcuna forma di connessione al web, una lacuna che nel 2025 non può non essere letta come una forma di esclusione aggiuntiva, capace di ampliare ulteriormente la distanza tra il carcere e la società.
Il quadro complessivo restituito dall’Osservatorio di Antigone attraverso le 102 visite condotte nel 2025 è quello di un sistema penitenziario che fatica strutturalmente a tenere fede alla funzione che la costituzione riconosce alla pena. Le criticità documentate non sono episodiche né circoscritte a singole realtà territoriali: il sovraffollamento che interessa oltre l’80% degli istituti visitati, le condizioni materiali degradate di molte celle, la carenza di personale educativo e di polizia penitenziaria, la risposta al disagio psicologico affidata in misura crescente alla farmacologia piuttosto che alla terapia, la marginalità del lavoro esterno e la stagnazione delle opportunità formative compongono un mosaico coerente, che si ripete e si consolida di anno in anno.