Detenzione e salute mentale

Persone per le quali, nel contesto penitenziario, le opportunità di cura peraltro sono del tutto inadeguate, e le condizioni di detenzione particolarmente patogene.

Come raccontiamo da anni il disagio psichico delle persone detenute è segnalato da tempo, da chi lavora in carcere, come uno dei principali problemi del nostro sistema penitenziario. Gli operatori sentono di essere chiamati a gestire un’utenza che con il carcere ha poco a che fare, caratterizzata assai più da disagio psichico anziché da un qualsivoglia spessore criminale. Persone per le quali, nel contesto penitenziario, le opportunità di cura peraltro sono del tutto inadeguate, e le condizioni di detenzione particolarmente patogene. Questi pazienti spesso diventano bombe ad orologeria pronte ad esplodere, che finiscono, dopo ciascuna deflagrazione, per venire trasferiti ad un altro istituto, dove però il problema, e l’assenza di soluzioni, restano invariati. 

La nostra impressione è che questa ricostruzione a volte nasconda una tendenza alla ipermedicalizzazione, per cui forme di disagio o di conflitto che non sempre hanno a che vedere con la patologia psichiatrica finiscono per essere ricomprese in questa categoria. Quello che invece è assolutamente evidente è una tendenza alla ipermedicazione: il consumo di psicofarmaci infatti in carcere è clamoroso, incomparabile con altri contesti della società libera.  

Sul tema purtroppo non ci sono dati istituzionali. Il DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) non si occupa più direttamente della gestione della salute in carcere dal 2008. Questo storico cambiamento, che ha sancito il passaggio della sanità penitenziaria dal Ministero della Giustizia al Servizio Sanitario Nazionale e alle singole Regioni (tramite le ASL territoriali), è diventato operativo con il D.P.C.M. 1° aprile 2008. La conseguenza è che il DAP non ha, e dunque non può condividere, dati aggregati sulla salute delle persone detenute. Questi dati dovrebbero averli le singole ASL, ma questo significa che non ci sono dati in forma aggregata, e peraltro anche i dati disaggregati di ciascuna ASL, con rarissime eccezioni, non vengono pubblicati.  

I dati raccolti dal nostro Osservatorio, per quanto parziali, sono tra le poche informazioni disponibili sull’argomento.

La conseguenza è che i dati raccolti dal nostro Osservatorio, per quanto parziali, sono tra le poche informazioni disponibili sull’argomento. E non sono purtroppo dati incoraggianti.

Come si vede sopra nel corso delle 102 visite svolte dall’Osservatorio di Antigone nel 2025 abbiamo rilevato che il 46,5% delle persone detenute fa uso di sedativi o ipnotici. In pratica la metà dei presenti deve ricorrere a terapie per il sonno e l’ansia, spesso distribuite “al bisogno”. Il 21,1% utilizza stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi. Si tratta di classi di farmaci con rilevanti effetti collaterali e che vengono spesso utilizzati al di fuori di un quadro diagnostico definito. E tutto questo a fronte di diagnosi psichiatriche gravi che riguardano in media il 9,4% del totale dei presenti. Il disagio psichico appare dunque molto diffuso, ma il consumo regolare di psicofarmaci riguarda una platea decisamente più ampia rispetto ai pazienti con diagnosi psichiatriche gravi, ed è un fenomeno in crescita. 

Sempre più spesso, nei reparti di isolamento, troviamo persone che sono allocate lì da tempo solo a causa della loro patologia psichiatrica, per la difficoltà di collocarli altrove in assenza di interventi terapeutici adeguati.

La realtà è che la cura delle persone detenute con disagio psichico in carcere risulta quasi impossibile, e lo sforzo sembra essere quello di “gestire” i pazienti anzitutto con interventi essenzialmente farmacologici. Ma l‘uso di psicofarmaci in carcere, per quanto esorbitante, non basta a garantire la serena convivenza tra i pazienti psichiatrici ed il resto della popolazione detenuta, e per questo si fa sempre più frequente il ricorso a “isolamenti” informali in spazi inadeguati. Sempre più spesso infatti, nei reparti di isolamento, troviamo persone che sono allocate lì da tempo solo a causa della loro patologia psichiatrica, per la difficoltà di collocarli altrove in assenza di interventi terapeutici adeguati. Per fare qualche esempio, nella Casa Circondariale di Livorno c’è una sezione per l’Osservazione psichiatrica in cui i detenuti dovrebbero restare per massimo 30 giorni, ma durante la visita ci è stato riferito dal personale che al loro interno si trovavano 3 detenuti da molto più tempo, definiti “incollocabili”. A Modena invece al momento della visita gli spazi destinati all’isolamento ospitavano tra l’altro soggetti di difficile gestione che dovevano essere allontanati dalla loro sezione per necessità di tutela: un fenomeno particolarmente comune proprio con riferimento ai pazienti psichiatrici. Anche durante la visita alla Casa circondariale di Bologna ci è stato riferito che nessuna delle persone nel reparto di isolamento era lì per motivi disciplinari, e vi si trovano perché si tratterebbe di persone per cui appare difficile trovare altra collocazione. A Piacenza molti, tra quanti erano in isolamento, si trovavano lì perché la loro presenza in sezioni ordinarie è considerata problematica o impossibile. Nella Casa circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere, al momento della visita, nella sezione di isolamento erano ristrette 21 persone, delle quali nessuno in esecuzione di sanzione disciplinare.  

Come si intuisce tutto questo non è dovuto solo alla inadeguatezza degli spazi, ma anche alla carenza di professionisti della salute mentale in grado di affrontare questa situazione difficile. Durante le visite dell’ultimo anno abbiamo rilevato che in media ogni 100 detenuti vi è una presenza settimanale di uno psichiatra per 7 ore e di uno psicologo per 16 ore (in flessione rispetto allo scorso anno). Significa che in carcere di medie dimensioni, di circa 300 persone, il medico psichiatra è presente per 21 ore a settimana (3 ore al giorno), mentre il/la psicologo/a è presente per 8 ore al giorno. 

Sono numeri che, se in valore assoluto possono sembrare non trascurabili, diventano del tutto inadeguati a fronte della domanda di salute che viene dalla popolazione detenuta, e dei numeri del disagio psichico riportati sopra. Significa vedere i pazienti molto di rado, senza poter garantire nessuna continuità terapeutica anche perchè molto spesso, soprattutto l’intervento psichiatrico, è caratterizzato dall’elevatissimo turn over dei medici, che fanno poche ore ciascuno e che cambiano molto spesso. 

Infine, durante le 102 visite effettuate nel 2025 dal nostro Osservatorio, abbiamo registrato 123 Trattamenti Sanitari Obbligatori su persone detenute, raddoppiati rispetto allo scorso anno. Dalla nostra osservazione risulta che almeno 32 di questi sono stati effettuati in istituti dove i TSO vengono effettuati, almeno in parte, negli spazi detentivi in carcere, senza il ricovero nell’ospedale civile (reparto SPDC) come invece richiesto dalla legge.