“Negli istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale”
Anche quest’anno, l’attività di osservazione e monitoraggio svolta dall’Associazione Antigone si è concentrata, tra gli altri aspetti, sul tema del lavoro e della formazione professionale, attraverso l’analisi dei dati e delle informazioni raccolte durante le visite e il confronto con quelli forniti dal Ministero della Giustizia. L’art. 20 dell’Ordinamento Penitenziario, infatti, dispone che “negli istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale”. In questi termini, il tema dell’offerta di lavoro e della formazione assume un rilievo significativo, in quanto permette di valutare se e in quale misura le iniziative attivate possano essere considerate positive sotto il profilo del rispetto della normativa di riferimento e della coerenza tra l’offerta concreta e gli investimenti effettuati nel settore. A integrazione dei dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone, si riportano quelli pubblicati dal Ministero della Giustizia, utili ai fini di un confronto e di una più ampia lettura del fenomeno.
Nel 2025, Antigone ha visitato 102 istituti penitenziari, rilevando una media di persone detenute lavoranti pari al 32,7% (in lieve calo rispetto al 33,2% del 2024 nei 96 istituti presi in considerazione). I dati del Ministero della Giustizia al 31/12/2025, relativi a tutti gli istituti, mostrano uno scenario analogo, con il 34,2% di lavoratori sui presenti, in crescita rispetto al 2024 (32,9%). Tuttavia, su 63.499 detenuti totali, solo 21.709 lavorano: un dato lontano dall’art. 15 della legge 354/1975 dell’Ordinamento Penitenziario, che individua il lavoro come elemento fondamentale del trattamento rieducativo da assicurare alle persone condannate e internate.
Il lavoro alle dipendenze del DAP riguarda mansioni domestiche, industriali e agricole utili al funzionamento quotidiano degli istituti penitenziari. La peculiarità di questo lavoro è che il datore di lavoro non è distinto dalla stessa Amministrazione, dunque i confini tra il rapporto di lavoro e il rapporto “contenitivo” sono difficili da individuare. Nella maggioranza dei casi rimane inoltre limitata la natura effettivamente professionalizzante di questo tipo di attività lavorativa.
I dati forniti dal Ministero della Giustizia per l’anno 2025 evidenziano una stabilità nel tasso di impiego della popolazione detenuta alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria
I dati forniti dal Ministero della Giustizia per l’anno 2025 evidenziano una stabilità nel tasso di impiego della popolazione detenuta alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria. Nello specifico, l’85,6% dei detenuti lavoratori (pari a 18.580 su 21.790 totali lavoranti) è impiegato dal DAP – includendo anche i beneficiari dell’art. 21 della legge n. 354/1975 impiegati in attività esterne agli istituti -, rappresentando il 29,3% della popolazione detenuta totale, con una crescita dello 0,1% rispetto al 2024. Su base regionale, la maggior concentrazione di lavoratori dipendenti dall’amministrazione si registra in Lombardia (12,1% sul totale di persone impiegate alle dipendenze del DAP), seguita da Sicilia (11,4%) e Campania (11,2%).
A fronte di ciò, il monitoraggio condotto dall’Osservatorio di Antigone su 102 istituti visitati nel 2025 rivela profonde discrepanze nella distribuzione dell’impiego: solo 6 istituti superano il 50% di detenuti lavoratori (in linea con l’anno precedente). Le percentuali maggiori si riscontrano in strutture di dimensioni ridotte, come la Casa di Reclusione di Isili (84,9%), la Casa di Reclusione femminile di Trani (76,9%), la Casa di Reclusione e Lavoro di Castelfranco Emilia (64%), la Casa di Reclusione di Noto (60,8%), la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi (60,6%) e la Casa di Reclusione di Orvieto (56%). In continuità con il periodo 2023-2024, si conferma pari a 4 il numero degli istituti in cui meno del 10% delle persone detenute risulta impiegato dall’amministrazione penitenziaria. Le criticità maggiori sono state rilevate presso le Case Circondariali di Potenza (3,9% su 180) e Avellino (5,4% su 539), contesti gravati da sovraffollamento e complessità strutturali. Particolare menzione merita la Casa di Reclusione di Vigevano, che presenta una percentuale di occupazione nulla (0%). Questo dato è indice di conseguenza del piano di riorganizzazione del regime 41-bis. Da tempo il Governo Meloni sta elaborando un piano per ridisegnare la geografia del carcere “duro” al fine di concentrare le persone detenute sottoposte al regime 41bis in istituti a loro riservati e in cui la gestione viene affidata esclusivamente al GOM (gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria). A fronte di ciò, la CR di Vigevano si presterà a questa riorganizzazione e pertanto attualmente le celle sono vuote e le persone detenute precedentemente questo nuovo ripensamento strutturale sono state trasferite di volta in volta in altri istituti penitenziari lombardi.
È evidente come l’accesso al lavoro all’interno e alle dipendenze del contesto carcerario rimanga un’eccezione piuttosto che un diritto diffuso
Stando a questi dati, è evidente come l’accesso al lavoro all’interno e alle dipendenze del contesto carcerario rimanga un’eccezione piuttosto che un diritto diffuso, gravato da criticità strutturali quali tempi di attesa variabili, turnazioni forzate dal sovraffollamento e instabilità retributiva. Per mitigare le criticità di questo scenario, la Direzione Generale Detenuti e Trattamento ha ottenuto dalla Cassa delle Ammende un finanziamento di circa €8 milioni per il programma “Opportunità di lavoro professionalizzanti anno 2026”. L’iniziativa punta a riqualificare le mansioni tradizionalmente poco professionalizzanti alle dipendenze dell’Amministrazione coinvolgendo circa 1.500 persone detenute, con una retribuzione media di circa 11 euro/ora (oneri previdenziali e fiscali inclusi) per 20 ore settimanali annuali. Si osserva tuttavia una contrazione delle risorse rispetto ai €9 milioni stanziati nel 2025 (di cui €8 milioni per opportunità lavorative e €1 milione per la formazione professionale). Resta comunque il fatto che il lavoro in carcere dovrebbe essere finanziato con i fondi ordinari del DAP, mentre la Cassa delle Ammende, per legge, dovrebbe sostenere interventi di assistenza alle famiglie dei detenuti e progetti di reinserimento sociale. Usare quelle risorse per coprire stipendi, mascherandoli da percorsi di inserimento, sarebbe un’operazione piuttosto discutibile.
I dati dell’Osservatorio evidenziano una tendenza decrescente nell’impiego dei detenuti presso datori di lavoro esterni, con una media scesa al 3,8% sul totale delle persone presenti, rispetto al 4,8% dell’anno precedente. La decrescita è confermata dal numero di istituti che superano la soglia del 20% di persone detenute impiegate esterne, passati da 6 nel 2024 a soli 3 nel 2025. La percentuale più elevata è stata rilevata presso la Casa di Reclusione di Padova, con il 23,4% delle persone detenute impiegate (140 su 598), sebbene in calo rispetto ai massimi del 2024 (35% presso la CC di Belluno). Le attività comprendono assemblaggio, pasticceria, gelateria e cioccolateria, oltre a servizi di call center, digitalizzazione e legatoria, con un ruolo centrale delle cooperative sociali. Seguono la Casa di Reclusione di Alba – chiusa nel 2016 a causa di un’epidemia di legionella e riattivata nel 2021 come Casa di Lavoro – e la Casa Circondariale di Trento, con tassi di occupazione per datori esterni rispettivamente del 21,6% (11 su 51 presenti al momento della visita) e del 20,4% (80 su 392). Più in generale, circa il 90% dei 101 istituti visitati nel 2025 non supera la soglia del 10% di persone detenute occupate presso datori esterni; tra questi, 21 istituti presentano un tasso pari a zero.
Al 31 dicembre 2025 le persone detenute impiegate in carcere da imprese private in tutta Italia erano 230
Nonostante l’Ordinamento Penitenziario preveda il lavoro come strumento risocializzante, i dati ministeriali al 31/12/2025 mostrano un quadro allarmante: solo il 4,9% della popolazione penitenziaria complessiva (3.129 persone) lavora per datori esterni. Questo dato comprende i soggetti in regime di semilibertà (1.197), quelli autorizzati al lavoro all’esterno ai sensi dell’art. 21 (928) e le persone lavoranti all’interno degli istituti per conto di cooperative sociali (774). Al 31 dicembre 2025, inoltre, le persone detenute impiegate in carcere da imprese private in tutta Italia erano 230. Questa percentuale esigua di persone impiegate da datori esterni trova continuità con ciò che è accaduto negli anni precedenti: nel 2024, su 61.861 persone presenti, 3.172 erano lavoranti alle dipendenze esterne (5,1%); nel 2023, 3.029 su 60.166 totali (5%). Il lavoro alle dipendenze dell’Amministrazione assorbe invece l’85,6% dei delle 21.709 persone detenute complessivamente lavoranti (a fronte dell’84,5% su 21.235 al 31 dicembre 2024), lasciando al lavoro esterno una quota irrisoria del 14,4% (in calo rispetto al 15,5% del 2024). Il trend decrescente e l’esiguità delle percentuali segnalano una scarsa valorizzazione dell’impiego alle dipendenze di datori di lavoro esterni, nonostante sia l’attività lavorativa che più può influire nel processo di risocializzazione e di reinserimento sociale. Inoltre, è l’unico tipo di impiego lavorativo che potrebbe proseguire anche dopo il fine pena, quando il datore di lavoro ha dipendenti sia dentro che fuori dall’istituto penitenziario; condizione inattuabile per definizione con il lavoro alle dipendenze del DAP.
A fronte di questa situazione, riportiamo i dati relativi alle previsioni di spesa per la remunerazione delle persone detenute lavoranti e agli sgravi fiscali e alle agevolazioni per le imprese che assumono persone detenute o internate. Per quanto riguarda i fondi destinati alla remunerazione, la legge di bilancio 2026 prevede uno stanziamento complessivo di €133 milioni per il triennio 2026-2028, evidenziando un andamento in crescita rispetto a quanto disposto negli anni precedenti (€132 milioni nel 2025 e €128 milioni nel 2024). Con riferimento agli sgravi fiscali e alle agevolazioni, ai sensi della cosiddetta Legge Smuraglia, le previsioni di bilancio mostrano una lieve contrazione rispetto al trend degli anni precedenti. A fronte dei €19 milioni previsti per il biennio 2024-2025, per il triennio 2026-2028 è infatti stanziato un importo complessivo di circa €18 milioni, articolato in €18,2 milioni per il 2026, €17,9 milioni per il 2027 e €17,6 milioni per il 2028.
Entrambi i valori evidenziano un incremento rispetto all’anno precedente, confermando un andamento di crescita già osservato negli ultimi anni
Per quanto riguarda i consuntivi di spesa, per i quali i dati più aggiornati disponibili si riferiscono al 2024, si rileva che le spese destinate alla remunerazione delle persone detenute lavoranti ammontano a €135,7 milioni. Le spese relative agli sgravi fiscali e alle agevolazioni riconosciute alle imprese che assumono persone detenute o internate, previste dalla cosiddetta Legge Smuraglia, si attestano invece a €15,6 milioni di euro. Entrambi i valori evidenziano un incremento rispetto all’anno precedente, confermando un andamento di crescita già osservato negli ultimi anni.
Secondo un provvedimento del Ministero della Giustizia emanato il 16 dicembre 2024, i soggetti ammessi a beneficiare degli sgravi e delle agevolazioni fiscali per il 2025 erano complessivamente 633, con esclusione delle imprese e cooperative operanti nell’ambito del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità. In continuità con quanto rilevato nell’anno precedente, emerge una marcata disparità nella distribuzione territoriale delle istanze presentate. La maggior parte delle richieste proviene infatti dalle regioni del Nord Italia, che complessivamente rappresentano il 57,6% del totale. In particolare, le percentuali più significative si registrano nei provveditorati di Lombardia (24,3%), Emilia-Romagna (16,1%), Veneto-Friuli Venezia Giulia-Trentino Alto Adige (8,7%) e Piemonte-Liguria-Valle d’Aosta (8,5%). Dopo la Lombardia, il dato più elevato si riscontra nel provveditorato di Toscana-Umbria, con il 20% delle istanze. Per quanto riguarda il Sud Italia, si distingue il provveditorato di Campania, che rappresenta il 5,2% del totale delle istanze presentate e corrispondente a 33 soggetti richiedenti.
Criticità delle attività lavorative in carcere che non favoriscono la sostenibilità delle attività economiche né la continuità dei percorsi di inclusione lavorativa e né tantomeno sono funzionali a generare l’impatto in termini di riduzione della recidiva
Nonostante gli enti fruitori della Legge Smuraglia siano cresciuti del 40% dal 2023 al 2025, la ricerca del Segretariato permanente del CNEL evidenzia come la crescita dei datori di lavoro non corrisponda a una reale efficacia dei percorsi di reinserimento. La ricerca è stata presentata in occasione della seconda edizione di “Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere” – programma sostenuto dal CNEL in collaborazione con il Ministero della Giustizia – e ha rilevato come permangano tre criticità delle attività lavorative in carcere che non favoriscono la sostenibilità delle attività economiche né la continuità dei percorsi di inclusione lavorativa e né tantomeno sono funzionali a generare l’impatto in termini di riduzione della recidiva. La prima è la non garanzia di continuità: meno del 25% degli enti (239 su totale) ha usufruito degli sgravi fiscali per l’intero triennio, impedendo il consolidamento di percorsi di inclusione socio-lavorativa stabili. La seconda criticità è la volatilità finanziaria, per cui gli importi erogati annualmente Gli importi erogati annualmente subiscono variazioni rilevanti – sia in positivo che in negativo-, rendendo incerta la pianificazione delle attività lavorative. Infine appare problematico il dimensionamento di importi insufficienti: nel 2024, per esempio, solo il 14% degli enti aderenti ha percepito un importo maggiore di 24mila euro, in grado di garantire l’assunzione di quattro detenuti full-time per 12 mesi; mentre il 7% ha percepito un importo maggiore di 50mila euro, in grado di garantire l’assunzione di otto detenuti full-time per 12 mesi. A fronte di questi dati è evidente quanto le finalità risocializzanti e di reinserimento lavorativo della Legge Smuraglia non siano aderenti a quanto realmente accade né efficaci a livello quantitativo e qualitativo dell’offerta lavorativa attualmente presente per le persone detenute.
Con riferimento ai corsi di formazione professionale rivolti alle persone detenute, si riportano i dati forniti dal Ministero della Giustizia, aggiornati al secondo semestre del 2025 e posti a confronto con quelli relativi allo stesso periodo del 2024. Al 31 dicembre 2025 risultavano attivi 438 corsi professionali, in crescita rispetto ai 393 rilevati alla fine del 2024. Parallelamente, anche il numero delle persone detenute iscritte ha registrato un incremento, attestandosi a 5.033 – pari al 7,9% della popolazione detenuta complessiva – rispetto ai 4.459 iscritti nel secondo semestre del 2024 (ossia il 7,2% della popolazione penitenziaria complessiva). Questo andamento conferma quanto già evidenziato nei precedenti rapporti di Antigone, ossia l’esistenza di una correlazione positiva tra l’aumento dell’offerta professionalizzante e la crescita del numero di persone detenute iscritte ai corsi di formazione professionale.
I dati evidenziano un potenziamento dell’offerta formativa e dei percorsi conclusi, cui corrisponde un incremento sia del numero di persone detenute iscritte sia di quelle che portano a termine i corsi con esito positivo
Per quanto riguarda i corsi di formazione professionale terminati, nel secondo semestre del 2025 se ne registrano 431, con 5.106 persone detenute iscritte, di cui 4.344 risultano promosse (pari all’85% del totale degli iscritti ai corsi terminati). Le tipologie di corsi maggiormente presenti, sia per numero di percorsi conclusi sia per partecipazione, risultano – in continuità con l’anno precedente – quelle afferenti al settore della cucina e della ristorazione, con 106 corsi terminati, 1.444 iscritti e 1.252 promossi. Seguono i corsi relativi all’edilizia, con 50 corsi conclusi, 480 iscritti e 234 promossi, e quelli dedicati all’orientamento al lavoro, che contano 49 corsi terminati, 917 iscritti e 809 promossi. Nel complesso, i dati evidenziano un potenziamento dell’offerta formativa e dei percorsi conclusi, cui corrisponde un incremento sia del numero di persone detenute iscritte sia di quelle che portano a termine i corsi con esito positivo.
La distribuzione territoriale rivela un marcato divario Nord-Sud, indipendente dalla densità della popolazione carceraria: anche nel 2025, in continuità con quanto rilevato nel biennio 2023-2024, la Lombardia si conferma la regione con il numero più elevato di corsi portati a termine, pari a 112: su 8.809 persone detenute complessive, 1046 erano le iscritte e 938 le promosse. Si tratta di una situazione molto diversa rispetto a quello che accade in Campania, seconda solo alla Lombardia per numero di persone detenute presenti, poiché su un totale di 7.826 e di 13 corsi terminati, 427 sono stati gli iscritti e 391 i promossi. Seguono poi il Veneto, con 61 corsi conclusi, e il Piemonte, con 53. Si registrano invece valori significativamente più contenuti in alcune regioni: in Basilicata non risulta alcun corso concluso (a fronte di 4 attivati e 42 iscritti), mentre numeri ridotti si rilevano in Abruzzo e Umbria, con 2 corsi terminati ciascuna, e in Sardegna, con 3 corsi conclusi. La situazione più critica si osserva in Molise, dove, analogamente a quanto già registrato nel 2023, non è stato né attivato né concluso alcun corso di formazione professionale. Secondo questi dati, è evidente quanto – a prescindere dalla popolosità degli istituti nelle regioni – le offerte di corsi professionalizzati e il loro conseguente accesso varia da nord a sud Italia, penalizzando le seconde.
Dal punto di vista della distribuzione geografica dei corsi di formazione professionale, anche nel 2025, in continuità con quanto rilevato nel biennio 2023-2024, la Lombardia si conferma la regione con il numero più elevato di corsi portati a termine, pari a 112: su 8.809 persone detenute complessive, 1046 erano le iscritte e 938 le promosse. Si tratta di una situazione molto diversa rispetto a quello che accade in Campania, seconda regione per numero di persone detenute presenti (dopo la Lombardia), poiché su un totale di 7.826 e di 13 corsi terminati, 427 sono stati gli iscritti e 391 i promossi. Seguono poi il Veneto, con 61 corsi conclusi, e il Piemonte, con 53. Si registrano invece valori significativamente più contenuti in alcune regioni: in Basilicata non risulta alcun corso concluso (a fronte di 4 attivati e 42 iscritti), mentre numeri ridotti si rilevano in Abruzzo e Umbria, con 2 corsi terminati ciascuna, e in Sardegna, con 3 corsi conclusi. La situazione più critica si osserva in Molise, dove, analogamente a quanto già registrato nel 2023, non è stato né attivato né concluso alcun corso di formazione professionale. Secondo questi dati, è evidente quanto – a prescindere dalla popolosità degli istituti nelle regioni – le offerte di corsi professionalizzati e il loro conseguente accesso varia da nord a sud Italia, penalizzando le seconde.
A fronte di quanto registrato dal DAP, i dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone evidenziano, anche nel 2025, una partecipazione complessivamente contenuta: la media di persone detenute coinvolte in corsi di formazione professionale si attesta al 9,8% del totale presente al momento della visita, in lieve diminuzione rispetto al 10,5% registrato nel 2024. Si rilevano tuttavia alcune eccezioni, in particolare in istituti di dimensioni ridotte. Tra questi, la Casa Circondariale di Pistoia, dove il tasso di partecipazione raggiunge il 60,2% della popolazione detenuta, con l’attivazione di corsi HACCP, nonché percorsi per installatori e manutentori di impianti elettrici. Analogamente, la Casa di Reclusione di Alba registra una percentuale del 58,8%, offrendo un corso per il tenimento agricolo, mentre la Casa di Reclusione di Fossano presenta un tasso del 52,8%, mettendo a disposizione tre percorsi professionalizzanti: addetto alla saldatura, panificazione e addetto agli impianti elettrici.
Nella quotidianità penitenziaria il lavoro appare ancora legato a una visione di rimando punitivo o premiale, non volto all’effettiva risocializzazione della persona detenuta
Il lavoro all’interno degli istituti penitenziari, pur essendo indicato dalla legge come uno dei principali strumenti di risocializzazione, resta caratterizzato da evidenti squilibri e criticità. Le occasioni occupazionali sono limitate rispetto alla totalità della popolazione penitenziaria, spesso organizzate su turnazioni e a rotazione, e in molti casi consistono in attività poco qualificate che non permettono la reale acquisizione di competenze da sfruttare nel mondo del lavoro (esterno). A ciò si aggiunge la criticità della retribuzione, trattandosi spesso di compensi esigui. La distribuzione non uniforme delle risorse sul territorio nazionale amplifica le differenze tra nord e sud e incide negativamente sulla qualità e sulla varietà delle opportunità lavorative e formative offerte alle persone detenute. Persistono anche disparità legate al genere: le possibilità di impiego per le donne rimangono ancora fortemente limitate e spesso circoscritte a settori “tradizionali” come lavanderia, sartoria e cucina. Sebbene siano state attuate iniziative e programmi volti al potenziamento e miglioramento dell’attività lavorativa – intra ed extra murario -, nella quotidianità penitenziaria il lavoro appare ancora legato a una visione di rimando punitivo o premiale, non volto all’effettiva risocializzazione della persona detenuta.